“Tout crépuscule est double, aurore et soir. Cette formidable chrysalide que l’on appelle l’univers trésaille éternellement de sentir à la fois agoniser la chenille et s’éveiller le papillon.” Victor Hugo
giovedì 28 aprile 2016
EN CONTINU : la France secouée par de violentes manifestations contre la Loi Travail
EN CONTINU : la France secouée par de violentes manifestations contre la Loi Travail: Déterminés à obtenir le retrait d'un texte qu'ils jugent «inacceptable», sept syndicats de salariés et d'étudiants vont manifester ce jeudi à Paris et en régions pour la quatrième fois en deux mois. Près de 200 villes françaises sont concernées.
lunedì 25 aprile 2016
comunicato stampa: CONFERENZA-DIBATTITO IN MEMORIA DI ANNA POLITKOVSKAJA ODRADEK LA LIBRERIA 7 OTTOBRE 2016 ORE 17.00 a cura di Daniela Zini
COMUNICATO STAMPA
Silenzio,
si uccide. Motore, azione, chk!
Anna
POLITKOVSKAJA
7
ottobre 2006 - 7 ottobre 2016
Il principio della libertà di informazione, sul quale si pronuncia, il 4 dicembre 1963, lo stesso Concilio Vaticano II, con un decreto sugli strumenti di comunicazione sociale, Inter Mirifica [http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19631204_inter-mirifica_it.html], approvato con 1960 voti favorevoli e 164 contrari e promulgato da papa Paolo VI, viene sancito, il 26 agosto 1789, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino [http://www.dircost.unito.it/cs/docs/francia1789.htm]:
“Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche
religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico
stabilito dalla Legge.” [articolo 10]
“La libera manifestazione dei pensieri e delle opinioni è uno
dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può, dunque, parlare,
scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà
nei casi determinati dalla Legge.”
[articolo 11]
Questo principio
ha una consacrazione internazionale nella Conferenza
interamericana sui problemi della guerra e la pace, che si svolge
a Città del Messico, dal 21 febbraio all’8 marzo del 1945, e che adotta una
risoluzione nota con il nome di Atto
di Chapultepec, in cui si
afferma che “nessuna società può essere libera senza libertà di
espressione e di stampa” e che l’esercizio di questa libertà non
è garantito “dalle autorità politiche, ma è un inalienabile diritto
popolare”; quindi, nella Dichiarazione universale dei diritti umani
[http://www.ohchr.org/en/udhr/pages/language.aspx?langid=itn], adottata, il 10 dicembre 1948, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
che all’articolo 19 recita:
“Ogni
individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il
diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare,
ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza
riguardo a frontiere.”
Il 12 novembre 1997, durante la Conferenza Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la
Scienza e la Cultura, riunitasi, a Parigi, dal 21 ottobre al 12 novembre
1997, viene adottata la Risoluzione 29 sulla condanna della violenza contro i giornalisti,
che mira a sensibilizzare i governi e le organizzazioni internazionali e
regionali a questo riguardo e tenta, dunque, di combattere la cultura della impunità.
Nei due terzi dei casi, infatti, gli assassini non sono neppure identificati.
In molti Paesi, l’assassinio è divenuto il mezzo più facile, più economico e
più efficace per far tacere i giornalisti “scomodi”. E più gli assassini se ne
tirano fuori, più si accelera la spirale della morte.
Il 23 dicembre 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite adotta la Risoluzione 1738 sugli attacchi ai giornalisti, ai professionisti dei mezzi di
informazione e al personale associato nei conflitti armati [http://www.un.org/News/Press/docs/2006/sc8929.doc.htm].
Il 3 maggio
2007, al termine della Conferenza Generale dell'Organizzazione
delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura,
promossa in occasione della Giornata
Mondiale della Libertà di Stampa, è adottata la Dichiarazione di Medellin per migliorare
la sicurezza dei giornalisti e punire i crimini contro di loro [http://www.unesco.it/stampa/comunicati_stampa_2007/Comunicato%20Stampa%20026%202007%20Sicurezza%20giornalisti.doc].
Una necessità che chiama in causa tutti, come ricorda Reporters sans Frontières:
“I regimi più repressivi possono facilmente disporre della
libertà di espressione e dei suoi sostenitori. Le organizzazioni non
governative sono messe al bando o cacciate fuori proprio da quei Paesi in cui ve
ne sarebbe più bisogno. Le principali istituzioni internazionali possono
protestare, minacciare sanzioni, denunciare la situazione ai più alti livelli,
senza ottenere alcun risultato.”
Non sono senza
colpa gli Stati occidentali, che condannano la mancanza di libertà in Paesi in
via di sviluppo; ma, in nome di interessi economici, non mostrano pari determinazione
con Paesi critici, quali la Russia o la Cina. La dichiarazione esprime
preoccupazione per gli attacchi alle voci della stampa libera e invita gli Stati a dare attuazione agli
impegni precedentemente espressi, a livello internazionale, attraverso l’adozione
delle Risoluzioni 29 e 1738.
Il 12 marzo
2008, Reporters sans Frontières indice la prima Giornata Mondiale per la libertà di
espressione on-line, allo scopo di denunciare la censura dei
governi sulla rete.
L’11 gennaio dello
scorso anno, per esprimere solidarietà alle vittime dell’attacco terroristico
contro la sede del giornale satirico Charlie
Hebdo, in cui sono morte 12 persone e 11 sono rimaste ferite, [https://www.youtube.com/watch?v=7HI07y0TkBA], si era riversata nelle strade di
Parigi una folla oceanica di oltre 2 milioni di manifestanti – oltre 3 milioni
e mezzo in tutta la Francia –. Tra i 44 capi di Stato e di governo che marciavano,
quel giorno, al fianco dei francesi vi erano leaders che non possono essere, innegabilmente, considerati dei campioni
della libertà di espressione:
Benjamin Netanyahu,
primo ministro di Israele;
Ibrahim Boubacar Keita,
presidente del Mali;
Mahmud Abbas,
presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese;
Mohammed Ismail Al-Sheikh, ambasciatore dell’Arabia Saudita in Francia;
Ahmet Davutoglu, primo ministro della Turchia;
Sameh Hassan Shoukry,
ministro degli affari esteri dell’Egitto;
Ramtane Lamamra, ministro degli affari esteri dell’Algeria;
Sergej Viktorovic Lavrov, ministro degli affari esteri della
Russia;
Viktor Mihaly Orban, primo ministro dell’Ungheria;
re ‘Abd Allah II ibn al-Husayn di Giordania;
Antonis Samaras, primo ministro della
Grecia;
Abdallah ben Zayed Al-Nahyane, ministro
degli affari esteri degli Emirati Arabi Uniti;
Mehdi Jomaa, primo
ministro della Tunisia;
Giorgi Kvirikashvili, primo ministro della Georgia;
Bojko Metodiev Borisov, primo
ministro della Bulgaria;
Enda Kenny, primo
ministro dell’Irlanda;
Miro Cerar, primo
ministro della Slovenia;
David William Donald Cameron, primo ministro del Regno Unito;
Ewa Kopacz, primo
ministro della Polonia;
Eric Holder, ministro della giustizia
degli Stati Uniti d’America;
Jens Stoltenberg, segretario generale
della NATO;
[http://www.huffingtonpost.it/2015/01/12/marcia-parigi-liberta-stampa_n_6454350.html,
http://www.smh.com.au/world/daniel-wickhams-epic-twitter-attack-on-world-leaders-at-paris-march-20150112-12myjf.html]
Non
esattamente i migliori amici dei giornalisti!
“E perché non Bashar al Assad?”,
si chiedeva su Twitter
la grand reporter Marion Van Renterghem
di Le Monde [http://www.lemonde.fr/police-justice/article/2015/01/11/tout-ce-monde-avec-nous-c-est-beau-et-c-est-etrange_4553911_1653578.html,
http://www.gagrule.net/tag/charlie-hebdo/].
Una
figura migliore l’ha fatta il ministro degli affari esteri del Marocco, Salaheddine Mezouar, venuto a Parigi per presentare le
condoglianze a François Hollande e, poi, rifiutatosi di
partecipare alla marcia.
L’indomani, si leggeva nel comunicato di Reporters sans Frontières:
“Come fanno i rappresentanti di regimi predatori della
libertà di stampa a sfilare a Parigi in omaggio a un giornale che ha, sempre,
difeso la concezione più alta della libertà di espressione?”
L’ONG ricordava che
l’Egitto, la Russia, la Turchia, l’Algeria e gli Emirati Arabi Uniti erano,
rispettivamente, al 159°, 148°, 154°, 121° e 118° posto su 180 Paesi nella
classifica mondiale sulla libertà di stampa [http://rsf.org/en/ranking/2015].
“Dobbiamo dimostrare la nostra solidarietà a Charlie Hebdo
senza dimenticare tutti gli altri Charlie del mondo.”,
sintetizzava il
segretario generale di Reporters
sans Frontières, Christophe Deloire.
I giornalisti
uccisi nel corso del 2015 sono 69, 8
in più rispetto al 2014. È quanto emerge dal rapporto
annuale presentato, a New York, dal Committee
to Protect Journalists[CPJ] [https://cpj.org/killed/2015/, https://cpj.org/reports/], che riporta
anche la morte di 25 giornalisti in circostanze ancora da chiarire e la morte
di 3 operatori di media.
Secondo
l’organizzazione Reporters sans Frontières,
che ha pubblicato, il 29 dicembre
scorso, la sua relazione annuale, sono stati, sicuramente, uccisi, nel
2015, 67 giornalisti contro i 66 del
2014, 27 citizen journalists e 7 collaboratori di media di vario genere. In
realtà, i giornalisti uccisi sono 110, ma solo per 67 è stato dimostrato che
l’assassinio va messo in relazione con la loro professione:
“In 43 casi le circostanze della morte restano
indeterminate, perché non ci sono state inchieste imparziali e approfondite. E
per la cattiva volontà degli Stati di fare giustizia.”
Per questa
ragione, Reporters sans Frontières
ha chiesto la nomina, “senza
perdere tempo ulteriore, di un rappresentante speciale per la protezione dei
giornalisti presso il segretario generale dell’ONU”.
In testa ai
Paesi più colpiti, figurano l’Iraq e la Siria, seguiti dalla Francia, lo Yemen,
il Sudan del Sud, l’India, il Messico e le Filippine.
Dal 2005, sono
stati uccisi, almeno, 787 giornalisti.
Le parole sono armi e possono uccidere o meglio condannare a morte.
E lo hanno confermato, il 7 ottobre 2006, in pieno centro di
Mosca.
Anna Politkovskaja è stata
abbattuta, esattamente 10 anni fa, il giorno del compleanno di Vladimir Putin. Il suo corpo veniva ritrovato, alle 17.10, da
una vicina, nell’ascensore del suo stabile, in via Lesnaja, nel centro di
Mosca. Accanto al suo cadavere, la polizia rinveniva una pistola Makarov 9 mm. – una pistola in dotazione all’Armata Rossa e al KGB – e quattro bossoli.
Anna Politkovskaja era la ventunesima giornalista assassinata in Russia
dall’elezione di Vladimir Putin, nel 2000. Anna Politkovskaja si
apprestava a pubblicare, sulla Novaja Gazeta, l’8 ottobre, un articolo
sulla pratica della tortura in Cecenia, che implicava direttamente Ramzan Kadyrov, primo ministro ceceno, nominato dal presidente
Vladimir Putin. La sua tomba è un foglio bianco crivellato da
cinque colpi di pistola. Il martedì 10 ottobre, nel cimitero Troekurovskij di
Mosca, migliaia di persone sfilavano davanti alla sua bara. Erano, soprattutto,
gente comune. Erano state, egualmente, presenti alcune grandi figure
dell’opposizione, quali Boris Nemtsov, ucciso, il 27
febbraio 2015, da ignoti sicari a pochi passi dalla piazza Rossa a Mosca [http://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2015/03/02/chi-ha-ucciso-boris-nemtsov]
e Grigori Iavlinski. Ma per rappresentare il governo, non vi
erano stati che alcuni uomini sconosciuti del ministero della cultura. La
fronte della giornalista era celata da una benda bianca. L’assassino, che aveva
esploso contro di lei quattro colpi di pistola in rapida successione, per
assicurarsi di aver abbattuto il bersaglio, aveva sparato il colpo di grazia
alla nuca. Con lei, moriva, per molti, la speranza che la Russia potesse liberarsi
dai fantasmi del passato e divenire una grande democrazia rispettosa dei
diritti umani.
“Non è sorprendente… Noi siamo tornati là dove eravamo sotto
il regime comunista, quando il potere disprezzava l’individuo e le sue
libertà.”,
era insorto,
dalla massa degli anonimi, Khassan Satobayev, un russo
che è fuggito dalla Cecenia, nel 1995, dopo l’inizio della prima guerra.
“La maggioranza della gente continua a fare quello che dice
loro il capo. Ci hanno dato, certo, la libertà. Ma non abbiamo appreso a
usarla. Guardate la nostra televisione… Vi sono sesso, risate e birra. Ma non vi
è informazione!”
Khassan Satobayev non conosceva
personalmente Anna Politkovskaja. Ma, leggeva, regolarmente, i
suoi articoli su Internet.
Quello stesso 10
ottobre, a Dresda, Vladimir Putin, che era
rimasto in silenzio dopo l’assassinio, rilasciava questa dichiarazione
sibillina:
“Questa
persona aveva un atteggiamento critico nei confronti delle autorità, ma è
giusto che voi sappiate che lei non aveva alcuna influenza sulla politica
russa. Era conosciuta solo nell’ambiente dei giornalisti, nelle organizzazioni
per i diritti umani e in Occidente, ma ripeto: la sua influenza sulla vita
politica del nostro Paese era minima.”
La politica [in russo политика, si legge
politica], Anna Politkovskaja
l’aveva “piombata”, perfino, nel suo stesso cognome,
ed è contro quella, invadente, di Vladimir Putin, che aveva deciso di lottare.
L’attivista russo Ildar Dadin, condannato, il 7
dicembre scorso, da un tribunale di Mosca a 3 anni di reclusione per aver
“ripetutamente” violato la legge sulle manifestazioni [http://it.rbth.com/politica/2013/05/01/putin_al_primo_anno_del_terzo_mandato_23867],
con “picchetti solitari” o proteste non autorizzate contro la guerra in
Ucraina, sulla morte di Anna Poltkovskaja
ha scritto:
“Assassinio dimostrativo:
uccisa il giorno del compleanno di Putin. In Russia, nel mondo del business e
della politica, è tradizionale, per il compleanno di una persona, offrirle in
dono la morte del suo oppositore o avversario principale.”
Triste reatà!
E la lista dei giornalisti russi uccisi si allunga tristemente.
Chi ha interesse a imbavagliare la stampa russa?
Il potere, gli oligarchi, la mafia, gli oppositori?
Nessuno ha la risposta, le inchieste giudiziarie non approdano, mai, a
nulla in Russia. Se i sicari vengono, talvolta, arestati, i responsabili di
questo genocidio non sono mai identificati.
Anna lo sapeva!
Nei suoi scritti invocava la necessità di rendere i giudici indipendenti e
la polizia più efficace.
La giustizia russa non è solo ingiusta, è assassina.
La giustizia russa non è solo dipendente dal potere, è serva.
La giustizia russa non è solo marcia, è fetida.
La giustizia
russa spinge i dissidenti a fuggire, come l’ex-campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, che ha ottenuto la nazionalità croata, nel
2014.
Ma, talvolta,
lasciare la Russia non basta.
Il 23 novembre
2006, moriva, a Londra, l’ex-agente dei servizi segreti russi Alexandr Val’terovic Litvinenko
[http://www.theguardian.com/world/live/2016/jan/21/inquiry-into-the-death-of-alexander-litvinenko-live-updates],
a causa di un avvelenamento da radiazione da polonio-210, un isotopo
radioattivo del polonio, in circostanze poco chiare. Prima di morire, tuttavia,
in luglio Alexandr Val’terovic
Litvinenko aveva accusato, pubblicamente, il presidente russo
Vladimir Putin di essere il responsabile del suo avvelenamento
e il mandante dell’omicidio di Anna Poltkovskaja, e pubblicato on-line su Zakayev's Chechenpress [http://alt-f4.org/img/chechen-2006-07-05.html].
Il 23 marzo
2013, viene trovato morto nella sua residenza, nei pressi di Londra, il miliardario
sessantasettenne Boris Berezovski…
Suicidio,
assassinio?
La polizia
britannica parla di un “decesso
dovuto a cause non note”…
La sicurezza dei
giornalisti è essenziale alla difesa del diritto dei cittadini ad accedere a
informazioni affidabili e del diritto dei giornalisti a darle senza pregiudizio
alcuno per la propria sicurezza. Gli Stati e le Società devono creare e
mantenere le condizioni necessarie perché questi diritti fondamentali siano
esercitati da tutti. E, quando i crimini contro i giornalisti restano impuniti,
si può dubitare dell’impegno degli Stati a difendere le libertà fondamentali e
a imporre la supremazia del diritto. Di conseguenza, gli Stati devono adottare
una posizione ferma per impedire gli assassiniidei giornalisti e assicurare gli
autori dei crimini alla Giustizia.
Joseph Paul Goebbels, l’uomo della propaganda nazista, è stato il primo politico a
comprendere il potere della informazione e della propaganda e a utilizzarlo per la costruzione del Terzo Reich. Sosteneva:
“La propaganda è un’arte, non
importa se questa racconti la verità.”
e
suggeriva:
“Ripetete una menzogna cento,
mille, un milione di volte e diverrà una verità.”
Controllare la stampa, gestire l’opinione pubblica, modificare
il pensiero della società attraverso i media… ecco come si costruisce una menzogna,
che, dopo una brevissima gestazione, inizia a vivere di vita propria e diviene verità.
Con l’avvento, nelle democrazie contemporanee, di una vita politica imperniata
sui media, noi osserviamo due movimenti contraddittori: i media al servizio dei
politici e viceversa. È, dunque,
necessario interrogarsi sul potere dei media e la sua influenza sulla vita
democratica.
La libertà di
parola e di stampa sono garantite in Italia dalla Costituzione:
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio
pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o
censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'Autorità
giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa
espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge
stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia
possibile il tempestivo intervento dell'Autorità giudiziaria, il sequestro
della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria,
che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia
all'Autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore
successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che
siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e
tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce
provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”
E, tuttavia, il
mondo dell’informazione italiana, da anni, al centro di profonde
trasformazioni, è influenzato dalla presenza di forti potentati consolidati da
intrecci politici ed economici.
La mancanza di
indipendenza dei media viene alla ribalta, a livello internazionale, nella
classifica sulla libertà di stampa, redatta da Freedom House. L’Italia, infatti, scivolata,
nel 2003, dal 53° posto al 74°, frana rovinosamente, l’anno successivo, al 77°
posto ed entra nel gruppo dei Paesi “parzialmente
liberi”, unica anomalia dell’Europa Occidentale [https://freedomhouse.org/country/italy].
All’origine del declassamento, l’indiscutibile conflitto di interessi e l’altrettanto
indiscutibile concentrazione di proprietà dei media, che gravano sulla Presidenza
del Consiglio di Silvio Berlusconi, il quale, attraverso
proprietà familiari e potere politico sui networks
televisivi di Stato, controlla il 90% della informazione. Ad aggravare la
situazione anche la Legge 3 maggio 2004, n.112,
meglio nota come Legge Gasparri [http://www.rai.it/dl/docs/[1232099039939]LeggeGasparri.pdf],
pesantemente criticata a livello internazionale come “un pericolo per l’indipendenza della televisione pubblica e
una minaccia al pluralismo della informazione”, a dispetto di
ogni regola antitrust.
Lo scorso 20
aprile, è apparsa la classifica di Reporters sans Frontières
sulla libertà di stampa su un totale di 180 Paesi.
In questa
classifica, l’Italia è crollata di quattro posizioni, scendendo dal 73° posto
del 2015 al 77°, tra i Paesi della terza fascia [le fasce, in totale, sono 5],
al cui interno la condizione della informazione è giudicata “problematica”,
preceduta dal Lesotho, l’Armenia, il Nicaragua e la Moldova e seguita dal Benin
e la Guinea Bissau [http://rsf.org/ranking].
“La vera
libertà di stampa è dire alla gente
ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire.”
ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire.”
George
Orwell
Daniela Zini
fondatrice e portavoce di DONNE in DIVENIRE
sabato 16 aprile 2016
Pier Paolo Pasolini, Io so, Corriere della Sera, 14 novembre 1974
COMUNICATO
Decisamente, riuscite a farmi sentire in colpa...
Il 15 maggio del 1871, Arthur Rimbaud inviava all'amico Paul Demeny la cosiddetta Lettre du Voyant. Questa lettera, scritta, appassionatamente, da un Rimbaud appena sedicenne, costituisce un elemento fondamentale nell'opera e nel pensiero del Poeta, e viene considerata il primo vero manifesto delle correnti simboliste e surrealiste e dei movimenti d'avanguardia letteraria che sarebbero germogliati di là a poco. La missiva è un urlo trionfante e feroce con cui Rimbaud investe il Poeta della funzione di Profeta, di Veggente che ha la missione di guidare gli uomini sulla strada dell'Avvenire.
Una missione che faceva dire, 41 anni fa, il 14 novembre 1974, a Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera:
"Io so"
Il Poeta deve la propria lucidità soprannaturale alla capacità di coltivare sistematicamente le sensazioni, alla sregolatezza di tutti i sensi, e diventa Veggente grazie alla malattia, alla droga, al delitto, coltivando in sé allucinazioni e percezioni assolute, sempre, secondo l'ottica di Rimbaud.
Ma, senza avere la presunzione di essere dei novelli Arthur Rimbaud, si può essere Veggenti senza passare per la malattia, la droga, il delitto...
Tutto questo preambolo per dire cosa?
Non vi abbandono!
L'inquietante suicidio del tenente colonnello della Guardia di Finanza, Omar Pace, che si è ucciso con la pistola di ordinanza nella sede della DIA, alla vigilia della sua testimonianza nel processo che vede alla sbarra l'ex-ministro dell'interno Claudio Scajola, ha molto, inquietato, come tutti, anche me.
Le mie più sincere condoglianze alla FAMIGLIA del quarantasettenne ufficiale.
"Con la morte",
ha scritto un Poeta tedesco,
"si spengono le fiamme dell'odio."
E si accendono le speculazioni, aggiungo io.
A presto, con la mia LETTERA APERTA A SERGIO MATTARELLA, PRIMO CITTADINO PRESIDENTE.
Non consulterò nessuna palla di vetro per azzardare percezioni, non assumerò nessuna droga per stimolare allucinazioni... mi limiterò, secondo il mio modus operandi, di ripercorrere la Storia di questa Repubblica, dal dopoguerra...
Una sorta di Via Crucis, con la visitazione di tutte le XIV Stazioni.
E questo è tutto.
Buon fine settimana!
Daniela Zini
https://www.youtube.com/watch?v=9k1Kv4XKE00
Decisamente, riuscite a farmi sentire in colpa...
Il 15 maggio del 1871, Arthur Rimbaud inviava all'amico Paul Demeny la cosiddetta Lettre du Voyant. Questa lettera, scritta, appassionatamente, da un Rimbaud appena sedicenne, costituisce un elemento fondamentale nell'opera e nel pensiero del Poeta, e viene considerata il primo vero manifesto delle correnti simboliste e surrealiste e dei movimenti d'avanguardia letteraria che sarebbero germogliati di là a poco. La missiva è un urlo trionfante e feroce con cui Rimbaud investe il Poeta della funzione di Profeta, di Veggente che ha la missione di guidare gli uomini sulla strada dell'Avvenire.
Una missione che faceva dire, 41 anni fa, il 14 novembre 1974, a Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera:
"Io so"
Il Poeta deve la propria lucidità soprannaturale alla capacità di coltivare sistematicamente le sensazioni, alla sregolatezza di tutti i sensi, e diventa Veggente grazie alla malattia, alla droga, al delitto, coltivando in sé allucinazioni e percezioni assolute, sempre, secondo l'ottica di Rimbaud.
Ma, senza avere la presunzione di essere dei novelli Arthur Rimbaud, si può essere Veggenti senza passare per la malattia, la droga, il delitto...
Tutto questo preambolo per dire cosa?
Non vi abbandono!
L'inquietante suicidio del tenente colonnello della Guardia di Finanza, Omar Pace, che si è ucciso con la pistola di ordinanza nella sede della DIA, alla vigilia della sua testimonianza nel processo che vede alla sbarra l'ex-ministro dell'interno Claudio Scajola, ha molto, inquietato, come tutti, anche me.
Le mie più sincere condoglianze alla FAMIGLIA del quarantasettenne ufficiale.
"Con la morte",
ha scritto un Poeta tedesco,
"si spengono le fiamme dell'odio."
E si accendono le speculazioni, aggiungo io.
A presto, con la mia LETTERA APERTA A SERGIO MATTARELLA, PRIMO CITTADINO PRESIDENTE.
Non consulterò nessuna palla di vetro per azzardare percezioni, non assumerò nessuna droga per stimolare allucinazioni... mi limiterò, secondo il mio modus operandi, di ripercorrere la Storia di questa Repubblica, dal dopoguerra...
Una sorta di Via Crucis, con la visitazione di tutte le XIV Stazioni.
E questo è tutto.
Buon fine settimana!
Daniela Zini
https://www.youtube.com/watch?v=9k1Kv4XKE00
martedì 12 aprile 2016
venerdì 8 aprile 2016
giovedì 7 aprile 2016
ANTEPRIMA! estratto da: LETTERA APERTA A SERGIO MATTARELLA PRIMO CITTADINO PRESIDENTE di Daniela Zini
LETTERA
APERTA
a
SERGIO
MATTARELLA
primo
cittadino presidente
Daniela
Zini
“È la giustizia – disse infine il
pittore. - Oh, adesso la riconosco, -
disse K., – qui vi è la benda sugli occhi e qui la bilancia. Ma perché ha
anche le ali ai piedi e sta correndo? –”
Franz
Kafka, Il processo
La concezione dell’intellettuale che
vive su un’isola deserta, nelle catacombe, nella sua torre d’avorio, di mattoni
o di altra cosa, o ancora su un iceberg in mezzo all’oceano, che porta il suo
talento, come il gobbo la sua gobba, suggerisce una serie di immagini,
certamente, seducenti, ma che dissimulano una visione romantica del creatore,
sterile e, mortalmente, pericolosa.
Fintanto che il mio cuore non cederà,
prenderà il partito del debole.
Tale è il ruolo di una coscienza che non è impegnata da alcun interesse personale in interessi di partito.
Tale è il ruolo di una coscienza che non è impegnata da alcun interesse personale in interessi di partito.
Perché nessuno si inganni, avverto che
non è un manifesto.
“Se non si vincerà la battaglia per una moralizzazione, le
sorti della Democrazia in Italia, conosceranno un triste declino.”
Giuseppe Pella
Primo Cittadino Presidente,
la vita politica
italiana è, oggi, caratterizzata da una grave e diffusa insensibilità etica. È
sotto gli occhi di tutti che esiste una realtà ufficiale ottimistica apparente
e una verità effettiva mortificante e preoccupante. Sembra essere tornati in
pieno regime fascista; come allora, la verità ha un duplice volto.
In privato, si
riconosce la decadenza del costume; ma, in pubblico, si agisce come se fossimo
nell’epoca della più assoluta correttezza e del massimo disinteresse.
E se ne
comprende la ragione se si considera che non si è effettuato il ricambio della
classe dirigente, poiché i partiti al governo, ieri e oggi, non hanno fatto
altro che inserirsi nella sopravvissuta società fascista, prendendone i difetti
ed esasperandoli.
E la situazione si
è aggravata.
La corruzione
pubblica non è stata, nel ventennio fascista, così generalizzata e sfrontata
come adesso.
Se, allora, si
confuse, spesso, l’interesse dei gruppi e della classe politica detentrice del
potere con quello della intera Nazione, sottomettendo la collettività ai
singoli, si deve, nondimeno, riconoscere che si conseguì un più alto senso
dello Stato e il rispetto delle leggi morali fu più praticato rispetto a oggi.
Non furono pochi
gli sfrontati e i profittatori, ma non acquistarono, mai, il grado di impudenza
e di sfida assunto in tempi recenti.
Primo Cittadino
Presidente,
Nel gennaio del
1954, il presidente del consiglio Giuseppe Pella, nel piano di ricostruzione
del suo governo, si propose di affidare i ministeri del tesoro e
dell’agricoltura a uomini capaci di raffrenare le speculazioni che si facevano,
a danno dello Stato, nelle gestioni fuori bilancio. Ma il governo Pella non fu
varato e cadde prima di presentarsi al parlamento, per volere di quegli
speculatori, che vedevano in pericolo i loro “carrozzoni”.
Nel febbraio del
1954, Mario Scelba, divenuto, inopinatamente, presidente del consiglio, prese
impegno davanti al parlamento di iniziare una campagna di moralizzazione.
Compì una mossa,
che, là per là, parve seria e che, con il tempo, si rivelò soltanto furba: tenne
rapporto ai direttori generali di tutti i ministeri e diede loro le direttive
per una azione ispirata a un senso di scrupolosa correttezza.
Oltre a ciò, il
Consiglio dei Ministri nominò una commissione per l’esame delle gestioni fuori
bilancio e del fenomeno dei controllori-controllati, affidandone la presidenza
a don Luigi Sturzo e chiamandone a fare parte anche il più vivace dei
moralizzatori, Ernesto Rossi, autore di Settimo:
non rubare. Ma vi fu chi pensò sia a una distribuzione di compiti per
rendere inconcludente ogni indagine, sia a limitare i mezzi di ricerca della
verità.
Il 13 marzo
1954, il vicepresidente del consiglio, Giuseppe Saragat, in un articolo che
portava il significativo titolo di La
scopa, scriveva:
“È
un dovere semplicissimo: si tratta di ripulire la casa della democrazia di ogni
traccia di spazzatura e di impedire che gli avventurieri politici, con il
pretesto di dare una mano per questa bisogna, la insozzino in modo
irrimediabile.”
Sulla linea
moralizzatrice del governo Scelba si pose anche il segretario della Democrazia
Cristiana, Amintore Fanfani, che era a capo della corrente Iniziativa democratica e aveva rovesciato la direzione dei
“notabili” per rinnovare gli indirizzi del suo partito.
Nel settembre
del 1954, preannunciò che “a prevenire turbamenti dell’opinione pubblica” la Democrazia Cristiana avrebbe
incoraggiato “ogni assennato ed obiettivo sforzo diretto ad eliminare, dalla
vita pubblica, costumi, usanze, facionerie riprovevoli”. Un mese più
tardi ribadì le sue intenzioni purificatrici e affermò:
“Se
occorreranno, per consolidare il baluardo dela libertà, tagli, saranno compiuti
senza esitazione, perché già è stato preso l’impegno solenne di un rinnovamento
del costume e delle usanze della vita pubblica nazionale.”
L’avvento alla
presidenza della Repubblica di Giovanni Gronchi, vecchio parlamentare, già
esponente del sindacalismo bianco e assai sensibile alle istanze di
rinnovamento, suscitò e infuse una speranza di ripresa, perché nel suo
messaggio alle camere era stato fatto un esplicito richiamo all’impegno di
moralizzazione.
In un discorso,
tenuto ad alcuni amministratori della Toscana, il capo dello Stato sottolineò,
pochi mesi dopo, la necessità del Paese di potere contare anche sugli uomini
onesti. Ciò equivaleva, implicitamente, ad ammettere che il requisito del
disinteresse non era osservato dalla generalità dei cittadini investiti di
pubbliche funzioni.
Ancora nel
gennaio del 1956, il presidente Gronchi, ricevendo i dirigenti delle
associazioni dei giornalisti, sottolineava
“l’esigenza di chiarezza e di sincerità che sole possono fare
della stampa una preziosa collaboratrice per la moralizzazione della vita
nazionale e per la elevazione del costume politico”.
È evidente che il
capo dello Stato sentiva il problema della moralizzazione come, ancora, attuale
e urgente.
Non risulta,
purtroppo, che il parlamento, i governi succedutisi e la stampa abbiano
soddisfatto l’alta esortazione.
Al contrario, il
malcostume dilagò ancora più e il presidente della Repubblica rinunciò – almeno
sembra – a insistere su un problema che non era sentito dal governo e da una
classe politica sempre pronta a ricordargli i limiti costituzionali, che
sarebbero propri della sua suprema funzione.
Il segretario
della Democrazia Cristiana non poté mantenere fede alle sue parole, rimanendo
imprigionato in un apparato che soffocava la sua stessa volontà di “capo” deciso
e volitivo.
Saragat si fece
trafugare la scopa e non si accorse che nella casa della democrazia la
spazzatura aveva fermentato. E il suo olfatto si adusò ai cattivi odori…
segue...
domenica 3 aprile 2016
RECENSIONE AL LIBRO DI GIANNI PALAGONIA: L'AQUILA E LA PIOVRA di Daniela Zini
LA MEMORIA
È L’AVVENIRE
DEL PASSATO
recensione al libro di Gianni
Palagonia:
L’AQUILA
E
LA PIOVRA
di
Daniela Zini
Questo libro si rivolge a chi sa cosa significhi combattere
mafiosi e terroristi, per conto di governanti indifferenti e, talvolta,
complici.
“Un grazie a Gianni Palagonia e al piacere di
rileggerlo!”
Si chiudeva, così, la mia recensione ai primi due
libri di Gianni Palagonia: IL SILENZIO e NELLE MANI DI NESSUNO http://donneindivenire.blogspot.it/2014/09/a-gianni-palagonia-per-ringraziarlo.html,
http://donneindivenire.blogspot.it/2014/10/la-memoria-e-lavvenire-del-passato-di.html,
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/cultura/Recensioni_1413041293.htm].
“Errare humanum est, perseverare
autem diabolicum, et tertia non datur.”
In
altri termini, se fate degli sbagli, vedete di non ripeterli più di due volte,
non vi è una terza possibilità…
Se
sbagliare è, infatti, parte della natura umana, una reiterazione dello sbaglio non
si può intendere come una attenuante di responsabilità, al contrario, un mezzo
per apprendere dalla esperienza.
Un
avvertimento, quello di Seneca, di cui avremmo dovuto fare tesoro entrambi…
¿Quién
sabe?
Scherzo,
naturalmente!
Destabilizzante,
sconcertante, ma di lettura piacevole!
Ecco
come mi è apparso l’ultimo libro di Gianni Palagonia: L’AQUILA E LA PIOVRA [https://www.youtube.com/watch?v=NWh89Ic-i74].
Io
non sapevo come convenisse presentare questo libro, perché il mio commento
avrebbe potuto, fortemente, variare in funzione del cappello che avessi scelto
di adottare: quello dello scrittore o quello del lettore. Dopo una matura
riflessione, mi appare più appropriato abbandonare – senza dimenticarlo
completamente – il cappello dello scrittore a vantaggio di quello del lettore,
perché lo scrittore in me non può che essere irritato dal Fantasma letterario,
che riposa su una certa conoscenza, perfino, una conoscenza certa, dei luoghi
che hanno ispirato l’Autore per costruire le composte narrazioni e i compositi
dialoghi.
Roma,
3 aprile 2016
Daniela
Zini
ALBANIA
il Vaso di Pandora?
“All over the
Balkans, there is an association between highway robbery and revolutionary
idealism which the Westerner finds disconcerting, but which is an inevitable
consequence of the Turkish conquest.”
Rebecca West, Black
Lamb and Grey Falcon: a Record of a ]ou mey through Yougoslavia in 1937, London 1943
Tirana, Piazza Scanderbeg
I
|
n un Paese come
l’Albania, in cui la stabilità politica ed economica resta di una estrema
fragilità, la costrizione esterna − che si tratti di quella esercitata dall’Unione
Europea, per migliorare il funzionamento delle istituzioni, o di quella imposta
dal Fondo Monetario Internazionale [International Monetary Fund, IMF], in materia di
stabilizzazione macroeconomica, – è divenuta, dagli inizi degli anni 2000, un
elemento sempre più decisivo della evoluzione del Paese.
Secondo l’opinione
di militari albanesi come di diversi attori internazionali, questa pressione,
legittimata dal progetto di integrazione, sempre più a lungo termine, alle
strutture euro-atlantiche, non può allentarsi, se non a rischio di ingenerare
nuove tensioni politiche e, soprattutto, una nuova regressione economica.
Tuttavia, su questo piano, a dispetto degli aiuti finanziari esterni, in
particolare quelli provenienti dall’Unione
Europea [UE] e dalla Banca Mondiale [World Bank, WB], la cui efficacia continua a suscitare – in
modo minore rispetto agli anni 1990 – un certo numero di riserve, le cifre
malcelano una stagnazione economica, di cui testimonia, per contro, il livello
di vita sempre molto basso della popolazione.
L’Albania non è
così cool
[http://espresso.repubblica.it/archivio/appoggio/2015/02/24/news/com-e-cool-tirana-simbolo-della-nuova-albania-1.200889],
come ci veniva proposta, un anno fa, da Roberto Saviano in Albanesi alla riscossa [http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2015/02/10/news/albanesi-alla-riscossa-1.198681]:
“Ora
guardo all’Albania, un Paese in crescita, candidato a entrare nell’Unione
Europea, un Paese da cui ancora si parte per raggiungere l’altra sponda dell’Adriatico,
ma ora rispetto al passato sempre più spesso per studiare. Per studiare e per
poi tornare in patria, tanto all’Italia è rimasto davvero poco da offrire.”
Questa Albania NON è vera!
L’Albania NON è Tirana, Valona e Durazzo, dai bar chic e dai call-centers italiani; Albania è, anche, altre città, ridotte,
letteralmente, alla miseria per mancati investimenti e amministrazioni
corrotte.
Non esiste il miracolo albanese e chi lo afferma
mente, sapendo di mentire!
Il rapporto
dell’United Nations Development Programme
[UNDP], intitolato Millennium
Development Goals in Albania [http://www.un.org.al/subindex.php?faqe=details&id=13&mnu=14],
sulla situazione economico-sociale dell’Albania, vista in prospettiva fino al
2015, asseriva che il Paese avrebbe dovuto affrontare difficili sfide per la
stabilità, dopo l’uscita dalla crisi economica.
E, secondo l’Agenzia Nova:
“Tirana, 11 mar 12:20 - [Agenzia Nova]
- Il tasso di disoccupazione in Albania è cresciuto alla fine del 2015, salendo
di 0,2 punti percentuali rispetto al terzo trimestre dello scorso anno,
attestandosi a 17,7 per cento: lo rivela il sondaggio condotto dall’Istituto
delle statistiche albanese [Instat]. Secondo i dati, il numero degli occupati è
di 1.071.053 persone, mentre quello dei disoccupati dell’età fra 15 e 64 anni è
di 230.747 persone. Altissimo invece il tasso di disoccupazione, 32,2 per
cento, fra i giovani dell’età fra 15 e 29 anni. Rispetto al quarto trimestre
del 2014, il numero degli occupati è salito di 31.717 persone, mentre quello
dei disoccupati di 3.340 persone. Rispetto al terzo trimestre del 2015, invece,
gli occupati sono cresciuti di 7.361 unità, mentre il numero dei disoccupati di
4.466 persone.” [http://www.agenzianova.com/a/0/1313982/2016-03-11/albania-tasso-disoccupazione-in-crescita-alla-fine-del-2015-sale-al-17-7-per-cento]
L’emigrazione
non si è, mai, fermata!
Nell’ultimo
decennio, molti imprenditori italiani hanno deciso di delocalizzare in Albania,
spinti dal miraggio di maggiori profitti, in totale assenza di sindacati e di
diritti per i lavoratori, conseguendo un notevole livello di radicamento nel
mondo albanese con circa 400 piccole e medie imprese attive, soprattutto, nel
manifatturiero, nelle costruzioni e nei servizi, tra cui spiccano gruppi industriali
medio-grandi [Italcementi, Coca-Cola Albania, Intesa San Paolo e CONAD], che
operano, prevalentemente, lungo la costa adriatica e nella parte occidentale
del Paese[1].
Lo sfruttamento
della manodopera a basso costo è una triste realtà in Albania!
Come scrive
Fatos Lubonja:
“La
politica albanese cerca di manipolare i cittadini attraverso i media
internazionali, sfruttando le debolezze di persone che per stare meglio hanno
bisogno di autocompiacersi, spesso all’interno di quel complesso di inferiorità
che cerca conferme nell’attenzione degli stranieri. Il tutto anche per vendere
all’estero questa realtà come una sorta di paradiso e per fare poi di questi
articoli e reportage la superficie su cui invitare i cittadini a specchiarsi.
Nonché per legittimare il potere e gli autori di un paradiso che in realtà è un
inferno. In questo modo, chi non può contare sull’indipendenza di pensiero,
rimane suggestionato dall’autorevolezza degli stranieri, riconoscendo nel
proprio Paese paradiso e inferno nello stesso tempo; passando dall’uno
all’altro senza riuscire a capire né dove stia l’inganno, né di chi sia opera.
Tale
manipolazione, in particolare con i media italiani, è pesantemente in atto da
qualche tempo. Non molto tempo fa, a Bari, due giornalisti mi hanno fatto
quella che più che una domanda era un’affermazione: “Potrebbe cortesemente
illustrarci questo miracolo albanese: ora non sono più gli albanesi a lasciare
il Paese ma gli italiani ad andare in Albania”. Chiaramente rimasi basito. Mi
venne in mente il film di Amelio di due-tre anni fa che finisce con il
protagonista italiano che trova lavoro in Albania. Allora ho fatto notare ai
giornalisti che forse avevano preso troppo sul serio l’ironia del regista,
incentrata sulla difficile situazione italiana. Ma non molto tempo dopo ho
visto un’intera pagina di Repubblica sullo stesso tema, con l’intervista ad un
albanese di successo, rientrato in patria per aprirvi un call center. Ancora,
una giornalista di Rai 2 non tardò a piombare un giorno a casa mia, dicendomi
di essere venuta per immortalare l’Albania in cui da qualche tempo facevano
ritorno gli albanesi, e ora anche gli italiani. Alla domanda su chi fossero
queste imprese italiane che avevano da prima cercato e poi avuto cotanta
fortuna in Albania, non seppe che nominare il caso del famoso call center. Come
se quel lavoro dove i ragazzi sono rinchiusi come i polli nelle incubatrici, a
fare telefonate assurde per otto ore al giorno e due-trecento euro al mese,
avesse qualcosa anche di minimamente dignitoso.
Trovo
che sia normale, anzi simpatico, che ci siano italiani dimentichi del razzismo
che ancora oggi impregna il giudizio sull’Albania, ma un maggiore senso della
realtà è dovuto e questi giornalisti non possono permettersi di raggirare i
loro connazionali, senza considerare, per giunta, che forse sono loro stessi ad
essere manipolati per abbindolare gli albanesi.”
L’Albania propriamente detta è uno Stato popolato da circa 2,8 milioni di
abitanti; ma vivono circa 7 milioni di albanofoni in Montenegro e in Macedonia,
senza contare le importanti diaspore in Turchia e in Italia. L’Albania è uno
degli Stati la cui popolazione ha più sofferto della transizione dell’ex-blocco
comunista verso la Democrazia. Nel 1990, festeggiammo, in anticipo, la
fine del secolo, una specie di mattatatoio, e inaugurammo il nuovo Millennio. Ed
è agli inizi degli anni 1990 che la eccezionale
crisi economica sprofonda gli strati popolari in una estrema miseria,
provocando un esodo massivo verso l’Occidente e, in particolare, verso l’Italia.
Questo esodo ha favorito il traffico di migranti, lucrativo per le criminalità
albanese e italiana. Dalla caduta del comunismo, nel 1991, l’Albania è,
infatti, uno dei principali Paesi, che alimentano la tratta di bambini negli
Stati europei vicini. I bambini tra i 4 e i 7 anni sono, particolarmente, quotati,
perché sono quelli che riescono a raggranellare più danaro. E i trafficanti
arrivano, anche, ad “affittare” neonati per le mendicanti. Si calcola che,
almeno, 3mila bambini albanesi siano stati portati, in Grecia e in Italia, per
chiedere l’elemosina.
Nell’ottobre del
1999, la Direzione
Investigativa Antimafia [DIA] pubblicava un Rapporto sulle
diverse forme di criminalità organizzata gestite da comunità straniere in
Italia. All’interno del rapporto veniva evidenziato, in modo chiaro, come
la presenza di un gran numero di cittadini extracomunitari clandestini o
irregolarmente presenti nel nostro Paese giocasse a tutto favore della
criminalità organizzata straniera, in quanto la precarietà della condizione di
tali persone, spesso, senza legami, senza conoscenza di usi, costumi e lingua,
alla ricerca disperata della sopravvivenza, li rendeva facile preda delle
organizzazioni criminali. Sul tema specifico dell’accattonaggio, gli
osservatori della DIA affermavano che
i criminali dediti allo sfruttamento dei minori per l’accattonaggio e delle
donne per la prostituzione fossero veri e propri schiavisti.
“I piccoli
vengono in genere
ceduti ai trafficanti dalle famiglie e diventano schiavi: vengono tenuti a
gruppi in tuguri, nutriti al minimo, e vestiti di stracci, un po’ per risparmio
e molto per attirare la pietà e, quindi, l’elemosina. Se alla fine della
giornata non hanno raccolto il minimo previsto, sono minacce, percosse,
torture. Alcuni bambini mangiano e vestono meglio: sono quelli destinati ai
pedofili.”
Altre informazioni di un certo rilievo provengono dalla Relazione sul traffico di esseri umani,
approvata dalla Commissione parlamentare
d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni similari,
il 5 dicembre 2000.
“L’accattonaggio rappresenta un mercato illecito nel quale
sono sfruttati soprattutto i minori di origine slava e albanese, provenienti da
famiglie molto numerose ed estremamente disagiate. La lettura di rassegne
stampa specifiche sull’argomento, ha permesso al Comitato di constatare come
costantemente il ruolo dello sfruttatore sia rivestito da persone della stessa
cittadinanza dei bambini sfruttati [albanesi, slavi, rumeni]. Questi ultimi,
privati dei loro elementari diritti, costretti a vivere molto spesso all’interno
di baracche situate nelle periferie delle città, questi piccoli bambini sono
costretti all’esercizio dell’accattonaggio nelle stazioni delle grandi città o
agli incroci di strade particolarmente trafficate.
Il loro compito è quello di guadagnare quotidianamente una
determinata somma, richiedendo un’elemosina ai passanti ovvero cercando di
attuare nei loro confronti il furto del portafoglio, della borsa o di un
oggetto di particolare valore. Il mancato raggiungimento della somma
prestabilita, così come qualsiasi tentativo di fuga o di ribellione ai propri
sfruttatori, viene punito in maniera violenta, in modo tale che il reo ed i
suoi compagni capiscano il senso della sanzione e abbandonino qualsiasi
tentativo di ricerca della libertà. Probabili sono le possibilità che questi
minori, oltre ad essere oggetto di compravendita o di scambi tra diversi
sfruttatori, siano sottoposti ad abusi sessuali e, con il passare degli anni,
impiegati all’interno di altri mercati illeciti nello svolgimento di attività
criminali più evolute. Indagini svolte dal Comando Regionale Carabinieri della
Regione Basilicata hanno avuto modo di accertare che i minori sono utilizzati
per finalità legate alle adozioni illegali. Nel corso del 1998 e 1999, infatti,
sono stati liberati sette bambini albanesi e un bambino bielorusso oggetto di
questo turpe traffico”.
L’AQUILA E LA PIOVRA di Gianni
Palagonia è il primo libro dedicato a questo soggetto, che tratta di cose
terribili con la serietà e il pudore che si impongono. Una occasione di riflessione
per ribadire, con forza, la importanza di procedere sulla strada
dell’affermazione dei diritti e del rispetto della diversità, di quei principi
di eguaglianza e di dignità politica e sociale, sanciti dalla nostra
Costituzione.
Quando una
cultura dominante, utilizzata da una istituzione o da un potere, serve una
verità prestabilita, il rischio è di mantenere, sotto il moggio, i mille e un
misfatto, commessi sotto il mantello delle verità ufficiali.
Resta agli “Eretici”
la cura di sbullonare le Verità troppo scomode, di riferire i fatti e di ridare
un nome e una traccia ai “Capri Espiatori”.
Nel quadro proposto nelle pagine seguenti mi sono
limitata solo a inserire alcune informazioni, che ritenevo utili alla
comprensione del Paese.
Non preoccupatevi di me, di
ciò che io sono stata, di ciò che io sono o di ciò che io sarò.
Io non sono che un Essere
Umano tra i miliardi di Esseri Umani che popolano questo pianeta Terra.
Poco importa il mio nome, il
mio colore della pelle, la mia religione, la mia statura, il mio peso, il mio
sesso…
Io non sono che un cartello
indicatore!
Abbiate, vi prego, la saggezza di seguire la direzione senza attardarvi.
E, se la direzione, che è
data da questo libro, vi entusiasma e vi fa desiderare di fare parte degli
“Eretici”, allora siate i benvenuti!
Comunque sia, ricordatevi
che la direzione è saggia e giusta!
Se voi la sperimenterete
sinceramente, la troverete.
Ora, sta a voi seguire il
cammino e a me spigolare alcuni dei più sorprendenti passi di questo Mirabilis Liber…
“Il
comandante dell’aereo ci informò che eravamo prossimi all’atterraggio e che la
temperatura a Tirana era di circa 35 gradi, ringraziandoci a nome della
Compagnia per aver volato con la Belle Air. L’ultima virata di 90 gradi mi
permise di avvistare a sinistra una montagna bellissima, circondata da una
fitta foresta. Lì non si vedevano palazzi ma esclusivamente quelle che mi erano
parse finora strane cupole grigie. Ora riuscivo a distinguerle bene. Niente
dischi volanti: quelli non erano altro che bunker. Bunker, bunker dappertutto:
uno spettacolo inquietante. Stavamo sorvolando a bassa quota l’ultimo tratto
prima di atterrare e continuavo a vedere bunker a perdita d’occhio. A che
diavolo serve tutta questa roba? Mi chiedevo.”[2]
Parlare di un Paese
povero non è esatto. Il prezzo del metro quadrato è considerevole in città e
tutto si acquista in cash. Le vetture
lussuose sono numerose e, anche, rubate. Hanno un costo, perché la lunga catena
di collusioni e di complicità, necessarie per passare le frontiere e
falsificare i documenti, sottintende un
do ut des. Questo do ut des non è
appannaggio esclusivo di questo Paese, esiste in tutti i Paesi che sono usciti
dal comunismo e, se si guarda da vicino, le nostre democrazie occidentali non
hanno lezioni da dare.
“Oltre
al pericolo, lo spettacolo era quello di un contrasto incredibile: gente
talmente povera da andare a piedi, mentre ai lati del nostro mezzo sfrecciavano
auto costosissime come Hammer, Ferrari, Audi, Porsche, BMW, Mercedes, e
addirittura una Bentley. La maggior parte erano Mercedes perché, a dire di
Matteo, erano le auto con le sospensioni più forti per sopportare strade, che,
in alcuni punti, erano poco più che mulattiere. La cosa più strana era che alla
guida di queste auto costosissime c’erano anche ragazzi in apparenza appena
maggiorenni. “Ma dove li prendono i soldi per mantenere auto di lusso?”
“Droga,
armi, riciclaggio o sfruttamento della prostituzione. La maggior parte delle
macchine di grossa cilindrata sono rubate in Italia, Germania, Svizzera.
Lasciano ancora le targhe originali, oppure vanno in giro senza targa. Molte
auto sono acquistate regolarmente, ma con soldi sporchi. In genere a bordo ci
sono figli di politici o imprenditori che non si sa come hanno fatto i soldi,
anche se si può immaginare.”[3]
Nel pensiero
occidentale i Balcani sono sempre stati visti come “la brutta appendice” dell’Europa,
una regione dove le tensioni etniche e i conflitti sono endemici.
Il principe
Klemens von Metternich, che, in una nota inviata, il 2 agosto 1847, al conte Moritz
Joseph von Dietrichstein, scrisse la famosa e controversa frase:
“La
parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la
lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari
tendono ad imprimerle”,
riteneva
che i Balcani non facessero parte dell’Europa:
“L’Asia
inizia dalla Landstrasse.”,
la strada che
iniziava da Vienna con direzione verso Sud-Est e verso l’Ungheria. Ma l’Albania,
nonostante la cattiva opinione, è costituita da molte persone oneste, che,
avendo perduto speranza nel loro Paese, sono andate a lavorare all’estero,
temporaneamente o definitivamente, legalmente o illegalmente.
“Ma…
gente onesta ce n’è in Albania?”
“Scherzi?
L’80% della popolazione è gente bravissima che vive di duro lavoro, regolare o
meno. Ci sono anche quelli che sono partiti dal niente e lavorando sodo si sono
fatti una posizione. Magnifiche persone, vedrai. L’albanese, poi, ha un cuore
grande, una dignità e un amor proprio che non hai idea. Il problema è quel 20%
di canaglie che hanno rovinato una Nazione intera.”
“Un
po’ come succede in Italia con mafia, camorra e ndrangheta…”[4]
Una parte non
trascurabile dell’élite intellettuale
fugge dal Paese a flusso continuo da dieci anni. E lo sviluppo del Paese ne
soffre notevolmente.
“Purtroppo
c’è anche di peggio. Le ragazze, senza soldi per studiare o non preparate a
dovere, superano gli esami in cambio di prestazioni sessuali. Intendiamoci, non
tutti i docenti sono di questa specie, ma c’è chi si approfitta delle più
deboli, magari senza un padre o un fratello in grado di difenderle, oppure di
ragazze provenienti dai villaggi sperduti che, per non tornare a vivere nella
solita miseria, preferiscono rimanere il più a lungo possibile a Tirana, che
sembra offrire una libertà sconosciuta. Molti studenti hanno affiancato le
ragazze che si sono ribellate a questo sistema, aiutandole a trovare il
coraggio di denunciare i professori corrotti, ma gli illustri dirigenti delle
università albanesi ai quali è stata chiesta una spiegazione hanno minimizzato,
e del resto anche i media hanno dato poca importanza alla denuncia studentesca.
Abbiamo provato a coinvolgere i professori onesti nella battaglia per la
legalità, ma nessuno di loro si è schierato accanto a noi donne per sostenerci
con la scusa che hanno paura di perdere il posto di lavoro. I Decani man mano
ci stanno isolando non rinnovandoci il contratto annuale di supplenza. Ma noi
non faremo un passo indietro. Solo le donne possono cambiare questa Nazione.
Siamo state e siamo ancora emarginate dagli uomini, ma pian piano stiamo
creandoci i nostri spazi. Certo restiamo anni luce indietro rispetto agli
standard europei perché qui è difficile farsi ascoltare, ma prima o poi
qualcosa dovrà pur cambiare!”[5]
Gli albanesi
sono, sempre, molto accoglienti; seppure, sovente, non abbiano nulla, vi
offrono tutto.
“Nel
frattempo era tornata la luce. Mentre ero seduto sul divano, osservai con
quanta cura fosse arredata quella piccola casa. La donna accese la TV ed era
sintonizzata su un canale italiano, che mi fece dimenticare per un attimo di
essere in un altro Paese. Sul muro, in bella mostra, era appeso un quadretto
con una scritta sempre in italiano:
La
casa dell’Albanese è di Dio e dell’ospite.
All’ospite
si deve fare onore offrendo il pane, il sale e il cuore.
Quella
scritta mi fece capire che la cortesia di Genoveffa non era solo un fatto
personale, ma legata a un costume ben radicato nel Paese. Poco dopo arrivarono
la figlia e la sorella della signora, e anche loro mi diedero il benvenuto in
perfetto italiano. Erano entrambe sorridenti e gentili, provai la bella
sensazione di stare in famiglia.”[6]
Molto spesso, la
cooperazione internazionale nasce e si svolge senza tenere in giusto conto le caratteristiche
storiche e strutturali del Paese partner
e dei suoi territori, regioni, distretti e municipalità e tale sottovalutazione
incide sulla efficacia di progetti a breve, medio e lungo termine.
“Per
il cittadino albanese lo stato è irrimediabilmente fallito. La gente non lo
percepisce, lo sente distante e incapace di risolvere i propri problemi. L’albanese
ripone le proprie speranze al di là dei confini nazionali, anzi molti sperano
che il Paese possa essere governato attraverso la figura di un protettorato
internazionale.”[7]
Dalla ideologia
comunista l’Albania è passata, senza alcuna transizione, alla ideologia
ultracapitalista più sfrenata, dove libertà individuale significa, per molti, il
diritto di fare tutto e qualsiasi cosa per e pur di arricchirsi. L’Albania è un
Paese straziato da un passato terribile, da cinquanta anni di un sistema
aberrante e mostruoso, che non ha risparmiato nessuno e che ha segnato ognuno,
in modo irrimediabile, insinuando terrore e delazione fino all’interno delle stesse
pareti domestiche.
Un Paese,
sempre, alla ricerca dei propri morti… 48 campi di internamento, dagli 80 ai
100mila prigionieri politici, internati o relegati!
“Aliaj
diventò improvvisamente serio quando raccontò che nel 1974 uno dei suoi quattro
amici era stato sorpreso a canticchiare una canzone di Al Bano. Non aveva
voluto rivelare come e dove aveva imparato i testi e il motivo di quella
canzone, né svelare il nascondiglio della radio. Per questo, dopo l’inutile
tortura era stato fucilato. Tutti i civili scoperti ad ascoltare radio
occidentali, o semplicemente sospettati di farlo, venivano condannati per
cospirazione e complotto contro il regime. La maggior parte veniva mandata a
scontare la pena, mai inferiore ai 10 anni, nelle famigerate prigioni di Rubik
e di Spaç dove i detenuti erano messi
ai lavori forzati nelle miniere di cromo. Lì venivano mandati anche gli
intellettuali dissidenti e i politici epurati con l’accusa di revisionismo.”[8]
Più di quindici anni
fa, gli albanesi erano scesi in piazza contro il comunismo gridando a
squarciagola:
“Vogliamo
l’Albania in Europa.”
Da allora l’Europa
è l’obiettivo maggiore di tutti i Governi che si sono susseguiti; ma,
nonostante ciò, la classe politica locale non si è mostrata all’altezza e il “grande
sogno” è continuato a rimanere lontano.
Oggi, l’Albania
sembra una Brutta Addormentata nell’attesa che il Principe torni dai giochi
della guerra e la baci.
Oggi, la
bruttina malvestita, talvolta, affamata, abituata a tristi vicende – le tre “M”
del transito faticoso: Mafia, Miseria e Malessere – cerca una cosa chiamata
Europa.
Premessa necessaria
per avviare le trattative sull’adesione, il 12 giugno 2006, l’Albania ha siglato l’Accordo di Stabilizzazione e
Associazione [ASA] – ratificato dal Parlamento Europeo, il 6 ottobre 2006, ed
entrato in vigore, il 1° aprile 2009 – con l’Unione
Europea, che si era impegnata, in occasione del Vertice UE-Balcani Occidentali
di Salonicco del 21 giugno 2003 [http://www.asgi.it/wp-content/uploads/public/accordo.tra.la.comunta.europea.e.la.repubblica.di.albania.di.facilitazione.del.rilascio.dei.visti.pdf],
a offrire un avvenire a tutta questa regione in seno allo spazio comunitario, divenendo,
così, il terzo Paese dei Balcani Occidentali, dopo la Croazia e la Macedonia, a
garantire a Bruxelles profonde riforme.
Per Bruxelles, gli obiettivi erano due:
-
contrastare i diversi traffici, nei quali le reti
albanesi erano implicate in modo accertato;
- premunirsi contro una immigrazione clandestina, di cui
una parte proveniva o transitava per il territorio albanese, la cui porosità la
inquietava costantemente.
Nel suo discorso, Sali Berisha aveva definito la firma
dell’ASA: “un grande passo verso la realizzazione del sogno degli Albanesi
di ritornare nella loro famiglia europea. Ritornare, perché il secolo scorso ha
riservato alla mia Nazione disgregazioni ingiuste, occupazioni, razzismo,
pulizia etnica e una feroce dittatura che la hanno totalmente isolata dall’Europa”.
Consapevole di giocare
la sua ultima carta politica di fronte a una opinione pubblica senza grande
illusione sulle sue élites dirigenti,
Sali Berisha sapeva, anche, che il compito di condurre una lotta senza quartiere alla corruzione e al crimine
organizzato fosse quantomeno titanico e rappresentasse un test decisivo della capacità del suo Paese a trovare le forze
necessarie per accettare una tale sfida, ma di importanza primaria agli occhi
dei suoi partners internazionali.
“Sono
consapevole che firmiamo questo Accordo mentre nella vostra memoria e in quella
dei cittadini dei vostri Paesi si trovano ancora notizie, immagini ed eventi
non piacevoli provenienti dall’Albania; e mentre la sindrome della stanchezza
da allargamento dell’UE è una realtà. Ma io sono oggi qui per garantire a voi,
ai vostri Governi e alle vostre Nazioni che la criminalità organizzata e il
sistema della corruzione in Albania si stanno sgretolando rapidamente e che l’Albania
sarà uno dei Paesi più sicuri nella regione balcanica.”[9]
Due mesi prima, il
Governo si era affrettato a far votare una legge che legalizzava circa 200mila abitazioni
edificate abusive, ritenendo fosse urgente mettere fine a una situazione
giuridicamente e socialmente inestricabile.
“All’improvviso,
come oasi nel deserto, vidi apparire parchi ben curati, grandi piazze, centri
commerciali e bellissimi palazzi dipinti a tinte vivaci, forse con l’intento di
far dimenticare i colori tristi dei casermoni che ricordavano l’epoca
comunista. Un palazzo verde mi colpì più di tutti, perché sulla facciata erano
state disegnate frecce di colore giallo. Matteo mi disse che le frecce
indicavano la direzione d’uscita della città, e quella era stata un’idea del
pittore Edi Rama, l’attuale sindaco di Tirana.”[10]
Nell’aprile del
2006, il Governo aveva, anche, nominato una commissione di inchiesta sulla
costruzione di una tangenziale – dopo averne ordinato la sospensione dei lavori,
avviati dal municipio, prima delle elezioni del luglio del 2005 – che, secondo
lo stesso Governo, presentavano alcune irregolarità che rimandavano a Edi Rama.
“Il peggio è anche che uno dei due autisti
faceva parte della commissione elettorale come rappresentante del Ministro,
alle elezioni politiche del 2005. E, nonostante i suoi precedenti penali,
questo bandito si sposta in tutta Europa, grazie ad un visto tedesco che gli ha
fatto avere il Ministro. Lo sanno tutti al Governo, ma fanno finta di niente: o
perché ognuno di loro ha i suoi scheletri nell’armadio o perché ora si deve
votare per il nuovo Sindaco della capitale e il Ministro si è candidato per
questa carica, nella speranza di rifarsi una verginità politica con un nuovo
ruolo. La precedente campagna elettorale del Ministro è stata pagata con i
soldi provenienti dal traffico di droga e favorita con l’inganno orchestrato da
media compiacenti. In TV mostravano sale piene di elettori appassionati. In
realtà chiudevano fabbriche e costringevano gli operai a riempire le sale dove
si svolgevano i convegni. Li portavano con i pulman e se qualcuno si rifiutava,
veniva licenziato oppure gli creavano tanti di quei problemi, che lo
costringevano ad andare via dalla fabbrica.”[11]
Misure più
spettacolari, perfino più demagogiche, erano state adottate quali la creazione
di numeri di telefono gratuiti per i cittadini, ansiosi di denunciare un caso
di corruzione; l’interdizione di non impiegare più di un membro di una stessa
famiglia nei servizi delle dogane; il divieto, per tre anni, dell’utilizzo di
barche a motore – che fu l’occasione di un nuovo braccio di ferro con
l’opposizione – al fine di diminuire i traffici di ogni genere per via
marittima, in particolare con l’Italia e la Grecia.
Tutti i Paesi
hanno un ambiente criminale. Limitati sono, tuttavia, i Paesi che hanno
originato una autentica Mafia, una società segreta permanente, con un rituale di
iniziazione, una legge del silenzio e un reclutamento clanico. Ma se la
siciliana Cosa Nostra, la Triade cinese e la Yakuza giapponese sono note, si conosce, al contrario, male, la
nuova e molto pericolosa Mafia albanese, quale opera nei feudi dell’Albania,
della Macedonia e del Kosovo, in Europa e nella stessa America del Nord. E,
tuttavia, la Mafia albanese controlla più del 70% del mercato dell’eroina in
Svizzera, in Austria, in Germania e nei Paesi scandinavi.
Che una Mafia sia invisibile non significa che non esista!
Si deve qui, chiaramente, distinguere una entità terrorista – il cui
funzionamento è clandestino, ma le azioni [attentati, etc.] sensazionali – da una
società criminale, le cui attività sono esse stesse di una totale e duratura discrezione.
Quali paesini sono, in apparenza, più calmi, più tranquilli di quelli della
Sicilia Occidentale, Corleone in testa?
Interrogarsi, dunque, sulle circostanze che portino una società clanica,
fondata su valori di onore e di vendetta, a ingenerare una Mafia, è più che
legittimo. Perché questa evoluzione non è “fatale” – la Corsica lo conferma – e
neppure frequente. L’immagine botanica di quei semi incistati, sepolti, per
decenni, nel deserto, e che un acquazzone è sufficiente a far fiorire, nell’arco
di una sola notte, permette di illustrare un siffatto brusco sussulto.
Ma, nel caso dell’Albania, qual è la genesi di questa “fioritura”
criminale?
Negli anni 1970 e 1980, i malviventi albanesi lavorano, il più sovente,
per i mafiosi, italiani, newyorchesi, turchi, etc. In pochi anni, tuttavia, una
serie di eventi di apparenza eteroclita si coniugano negli Stati Uniti e nei
Balcani e spingono i “gregari” albanesi a “emanciparsi” e a mettersi in proprio[12].
Così, quando, alla
fine degli anni 1980, la Storia si imballa, per una volta, nei Balcani – repressione in Kosovo, frammentazione della Jugoslavia post-Tito, guerra
in Bosnia-Erzegovina – e tutto ciò alle porte dell’Albania, questa stessa in
pieno disgelo, per tutti i criminali di tutte le comunità della regione, le
opportunità sono sconfinate: traffico di migranti, di armi, di prostitute, di
stupefacenti, di vetture rubate, etc. Ma nessun ambiente criminale si sviluppa
tanto né si organizza meglio di quello albanese. Nel traffico dell’eroina, le
cose vanno così velocemente che gli albanesi contendono, ben presto, la loro posizione dominante ai turchi. Il passaggio
del testimone, già osservato nell’America Latina, dagli indeboliti cartelli
colombiani ai loro omologhi messicani, si opera anche nel Sud-Est dell’Europa,
a spese dei turchi e a profitto delle “famiglie” albanesi, ormai strutturate e
ricche.
Ricche di dollari, ma anche di risorse umane!
Con la caduta del potere comunista, si
assiste, in Albania e, più particolarmente, nel Nord
montagnoso del Paese, dove sopravvive grazie all’isolamento costante del Paese
per tutto il XX secolo – in modo si potrebbe dire chimicamente puro – la
società clanica, rispettosa di ancestrali tradizioni di onore e di vendetta[13],
a una rinascita
improvvisa e brutale di queste antiche tradizioni. Per buona parte delle Mafie, queste leggi
sono implicite, trasmesse oralmente, ma, in Albania, riposano su una struttura familiare clanica, retta da un codice d’onore o Kanun, che, ispirato dai sultani ottomani, si pronuncia su una dozzina di campi
della vita quotidiana ed è in
vendita nelle edicole.
“Le riconciliazioni tra le famiglie sono molto rare. Nell’ottica
del Kanun il perdono è visto come un segno di vigliaccheria, e di scarso
rispetto per l’ucciso. Per poter perdonare a quei livelli non bastano dei bravi
mediatori, ci vogliono motivazioni forti come quelle religiose. Sappiamo che
una famiglia è riuscita a perdonare chi gli aveva ucciso il figlio, ma in quel
caso la fede è stata determinante. Purtroppo tra questa gente la fede cristiana
è il più delle volte sepolta sotto costumi e superstizioni arcaiche, come la
credenza nei poteri magici.”[14]
La società tradizionale albanese è, da lunga
data, affascinata dalle armi da fuoco.
“Il vanto che ha un allevatore del suo gregge e quella del
collezionista che rimira i suoi pezzi più belli non sono nulla in confronto all’orgoglio
che prova l’albanese dinanzi alle sue armi. Sono il guardiano del suo focolare,
l’oggetto della sua ammirazione. Gli assicurano una gloria luminosa.”,
scriveva un viaggiatore inglese nei Balcani intorno al 1880.
E, nel 1928, lo
scrittore e giornalista austriaco Joseph Roth, durante la sua visita in
Albania, descrivendo la vita di una famiglia segregata in casa a causa della
vendetta e la buona accoglienza che riservava, concludeva il suo articolo con
queste parole:
“È meglio un buon poliziotto che una buona
accoglienza!”
Come, sovente, nelle Mafie, il tratto arcaico non ostacola una grande
capacità a adeguarsi alle tecniche più moderne dei mercati mondiali. La Mafia albanese è una Mafia di primo piano, dalla organizzazione agile,
flessibile ed evoluta. Una Mafia, la cui attività va crescendo nella sua base
numero uno in Europa, l’Italia.
Il 9 aprile 1992, l’ex-cardiologo personale di Enver Hoxha, Sali
Berisha, era arrivato al potere. Aveva purgato, implacabilmente, esercito,
polizia e servizi speciali di tutti i numerosi fanatici del defunto regime
stalinista. In pochi mesi, i due terzi dei quadri – soprattutto giovani
ufficiali - della Drejtoria e Sigurimit të
Shtetit[15], nota comunemente come SIGURIMI, la GHEPEÙ locale, si erano ritrovati in strada senza un soldo.
Ma non a lungo!
Le “famiglie” mafiose erano ben disposte a pagarli, lautamente, per
organizzare i loro centri di comando e di comunicazione e addestrare i loro “soldati”
a una ferrea disciplina militare. In possesso dei dossiers della defunta polizia segreta di Enver Hoxha, questi
ex-sigurimisti sarebbero stati, anche, molto utili nel ricattare i politici e i
funzionari del nuovo sistema.
E, alla fine del 1992, la Mafia albanese era, ormai, allineata e in
assetto di combattimento, pronta a invadere il “mercato” europeo. E disponeva,
non dimentichiamolo, di basi accreditate nell’America del Nord. Intatta, ancora
invisibile, non aveva tardato a riaprire la rotta Sud dei Balcani.
“Dritor fece rientro in Albania nel 1993, con l’idea di
aprire il più grande negozio di computer di Tirana. In effetti mise in piedi
una bella struttura con i soldi guadagnati in Italia e quelli che gli aveva
regalato l’ufficiale del SISDE. Quell’attività era, di fatto, la sua copertura.
Infatti, nel frattempo era stato reclutato dallo SHISH. Nel 1994 Ferrara arrivò
a Tirana con un aereo Falcon dei servizi segreti, per svolgere indagini su un
traffico di titoli tra l’Italia e l’Albania e chiese l’aiuto di Dritor per
svolgere accertamenti senza metterne a conoscenza lo stesso SHISH, di cui
evidentemente le autorità italiane non si fidavano. A collaborare con l’ufficiale
italiano c’era anche il direttore generale di una Banca albanese, costituita quasi
interamente con capitale italiano.
Il Direttore [un italiano, si chiamava Panca o qualcosa
del genere] aveva scoperto cose sconcertanti che aveva comunicato segretamente
a Ferrara, il quale si era precipitato a Tirana per verificare l’attendibilità
di quelle notizie. Pare che in un folto gruppo di imprese albanesi e italiane,
alcune già costituite ed altre in fase di costituzione, stessero confluendo
troppi soldi di origine sospetta. I soldi provenivano da finanziatori italiani
che in quel modo riciclavano il frutto di evasioni fiscali, appalti pilotati,
falsi in bilancio e cose del genere. Questi intrallazzi avvenivano sotto la
supervisione di un Generale del SISDE in pensione, appartenente a una loggia massonica
in cui risultavano iscritti anche membri di una famigerata banda criminale
romana oltre a faccendieri e mercenari legati ad ambienti politici. Il Generale
aveva lavorato con la copertura di “addetto militare” presso l’Ambasciata
italiana di Bruxelles ed era esperto di movimenti finanziari. Ma la cosa più
eclatante erano le prove dell’esistenza di fondi neri dei servizi segreti
italiani e di un grande partito che gestiva un vero e proprio tesoro in nero
destinato al finanziamento illegale.”[16]
Che
fosse per accrescere il suo PIL o per corteggiare l’Unione Europea, l’Albania
ha accettato, per anni, i rifiuti dei suoi vicini europei, accumulandone più di
quanti ne potesse assorbire.
“Sono
voci che stiamo verificando. Ma quando le voci girano insistentemente, di
solito c’è un fondo di verità. Abbiamo saputo che Bashkim è entrato a pieno
titolo nel business dei rifiuti tossici, prestandosi ai favori delle mafie
italiane che hanno aperto discariche nel nostro Paese, trasportando di tutto.
Successivamente, rendendosi conto che i rifiuti facevano guadagnare più della
droga, Bashkim si è messo in proprio aprendo società per lo smaltimento di
veleni che in Italia non sanno più dove nascondere. Tonnellate e tonnellate di
rifiuti tossici sono arrivate sin dal 2002, contravvenendo ai dettami delle
Nazioni Unite che tentavano di evitare che i Paesi poveri diventassero le
discariche dei Paesi ricchi.”
“Ma
cosa trasportano?”
“Di
tutto, Gianni, dai rifiuti normali, alle medicine scadute, olio di sentina,
batterie al piombo, rifiuti elettronici, residui di olio, smalti, vernici,
solventi ecc. Prova a dare uno sguardo alle relazioni dell’Ispra [Istituto
superiore per la ricerca e la protezione ambientale] oppure leggi cosa dice
l’European Police Office [Agenzia finaziaria alla lotta al crimine dell’Unione
Europea, meglio conosciuta come Europol]. Gianni per certi aspetti, l’Albania è
diventata da moltissimi anni la ventunesima regione italiana… al di là di
questo, devi sapere che ultimamente si parla anche della futura installazione
in Albania di termovalorizzatori e di una centrale nucleare che in Italia
nessuno vuole. Vedrai, Gianni, ci faranno diventare la pattumiera italiana ed
europea. I problemi dei rifiuti li risolveranno qui, legalmente o
illegalmente.”[17]
Nel novembre del
2011, il Parlamento ha votato una legge molto controversa, che ha trasformato
il Paese nella principale discarica d’Europa. L’obiettivo di Tirana era,
all’epoca, di fare del trattamento dei rifiuti solidi uno dei più importanti
settori dell’economia, sperando, così, di rafforzare la situazione economica
dell’Albania e attirare nuovi investimenti. L’Albania non aveva le capacità di
trattare i propri rifiuti, le numerose discariche selvagge di Tirana possono
testimoniarlo. Il capo dell’esecutivo dell’epoca, Sali
Berisha, aveva, allora, relativizzato, sostenendo che i rifiuti
importati non fossero pericolosi. Ma i timori degli albanesi che il Governo avesse
ceduto alle pressioni della Mafia italiana, che controlla il business dei rifiuti, sono ben descritti
in un tweet dell’attuale premier, ma leader dell’opposizione socialista, nel 2011, Edi Rama:
“L’Albania
è come una casa che ha aperto le sue porte alle immondizie dei vicini.”
Edi Rama aveva
denunciato il rischio che rappresentava una tale legge:
“Importare rifiuti degli altri Paesi
quando le strade dell’Albania sono coperte di più di un milione di tonnellate
di rifiuti, è una vera catastrofe e un tradimento nazionale.”
Nel settembre
del 2013, la prima misura presa da Edi Rama fu di abrogare questa legge.
“I rifiuti non entreranno più in
Albania fintanto cha l’Albania non sarà in grado di raccogliere e riciclare i rifiuti
prodotti nel Paese.”,
aveva dichiarato
dinanzi al Parlamento.
Nonostante
questo improvviso mutamento legislativo, sembrerebbe che il Paese faccia ancora
fatica a fare applicare la legge e a mettere in essere i dispositivi di
controlli necessari alle frontiere. Oggi, i contadini del Nord del Paese
dominano questo mercato. Si sono riciclati all’interno per sfuggire alla
miseria rurale.
Ma è sufficiente
per sopravvivere?
Il guadagno
mensile di questo lavoro illegale ammonta, in genere, a 100 euro pro capite. Non sarebbero meno di 700mila
tonnellate i rifiuti che sono stati importati in Albania dall’estero, nel corso
degli ultimi anni. Numerose industrie importatrici di rifiuti aggirano la legge
facendoli passare sotto la denominazione di materie prime.
“In Italia ritenevamo che Bashkim fosse uno dei più potenti trafficanti di
droga ed armi dei Balcani, per giunta legato alle famiglie della “ndrangheta” calabrese. Inoltre pare che in Albania
fosse ben inserito negli appalti pubblici, grazie agli appoggi delle
istituzioni che, nel suo caso, non applicavano le norme antiriciclaggio. La
richiesta precisa da Roma era quella di scoprire innanzitutto l’utenza
telefonica del trafficante. Ai servizi di informazione risultava che l’uomo si
recava spesso in Italia dove si incontrava con il titolare della COOFISH, una
società che gestiva a livello nazionale la commercializzazione e distribuzione
di pesce congelato. Pare che la nave/officina utilizzata da questa società
italiana e il peschereccio di proprietà di Bashkim si incontrassero al largo,
dove avveniva il passaggio della droga in un modo che aveva dell’incredibile.
Il pesce pescato dagli albanesi veniva passato ai pescherecci italiani insieme
alla droga. Nel tempo del ritorno sulla costa italiana, i marinai nascondevano
la droga avvolta in appositi sacchetti nella pancia di pesci di media
grandezza, soprattutto calamari e totani. Dopo averlo congelato, portavano il
pesce nei porti di Ancona, Bari e Gioia Tauro. Di fatto, la parte superiore di
ogni cassetta di pesce congelato era formata da pesci della stessa specie ma
privi di droga, in modo da nascondere quelli “ripieni”
che si trovavano sotto, e superare
eventuali controlli della capitaneria di Porto e dell’ASL.”[18]
Esiste un legame stretto tra i gruppi criminali
albano-kosovari e la ‘Ndrangheta[19].
Questi gruppi si occupano, in larga parte, di traffico di stupefacenti, dalla importazione
alla grande distribuzione, senza impegnarsi nelle attività di spaccio in strada
e beneficiano, in Albania, di referenti e di “coperture”, utili sia per fare uscire le
droghe dal loro Paese, sia per fare entrare i proventi di questo traffico nel
loro Paese.
Quanto al traffico di organi, messo in essere dai leaders kosovari – che fu denunciato dal Rapporto presentato da
Dick Marty, il 16 dicembre 2010, al Consiglio d’Europa [http://www.balcanicaucaso.org/aree/Kosovo/Dick-Marty-il-Kosovo-davanti-al-Consiglio-d-Europa-85730]
ed è stato oggetto di numerose smentite ufficiali –, è stato confermato dal
procuratore americano Clint Williamson, nel 2014, [http://balkans.courriers.info/article16529.html].
E, in un’intervista del 6 novembre 2014, l’ex-procuratore britannico della Missione
Eulex, Maria Bamieh, denunciava che “le persone che sono attualmente
alla missione europea Eulex e che gestiscono Eulex da Bruxelles tentano più di
coprire gli affari anziché scoprirli” [http://www.balcanicaucaso.org/aree/Kosovo/EULEX-lo-scandalo-corruzione-156961,
http://www.eunews.it/2014/10/30/la-missione-di-giustizia-ue-in-kosovo-al-centro-di-accuse-di-corruzione/24248].
Al termine di questo inventario non esaustivo, la Mafia albanese sembra
avere fatto nell’ultimo decennio un salto di qualità, diversificando le sue
attività e acquisendo un certo savoir-faire nelle “relazioni internazionali”. Si può, ragionevolmente, prevedere che la criminalità albanese raggiunga,
presto, il club privé delle Mafie
storiche, nel senso generale del termine, le quali costituiscono un vero “soggetto politico organizzato”. Questa Mafia è in linea con i conflitti geopolitici
permanenti in questa regione, che, paradossalmente, possono servirle di base e
di motore per la conquista di nuovi territori.
L’Albania
che Gianni Palagonia vi presenta, un Paese selvaggio e misterioso, capace del
meglio come del peggio, simile ai suoi vicini, che vivono tutti sulle vestigia
di una grandezza passata reale o immaginaria, può essere più o meno erronea,
perfino parziale, ma del resto, vi è una sola realtà?
Ancora una volta, un grazie a Gianni Palagonia e
al piacere di rileggerlo!
Daniela
Zini
Copyright © 3 aprile 2016 ADZ
[1] Il 30 dicembre scorso, il premier Matteo Renzi ha incontrato, a Tirana, il suo omologo
albanese, Edi Rama, che ha invitato a delocalizzare le attività produttive a
Sud dell’Adriatico:
“Non vorrei
mettere in difficoltà Matteo dicendo agli imprenditori italiani di venire in
Albania perché non ci sono i sindacati come in Italia e non si
paga più del 15% di imposte.” [http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/30/renzi-sponsor-dellalbania-in-ue-rama-niente-sindacati-tasse-15/1305270/]
La politica del nuovo Governo ha dato poche risposte
chiare e risolutive. La povertà crescente, la disoccupazione, la
corruzione, l’ingiustizia sociale, il clientelismo, la corruzione non sono
state affrontate dal Governo, ma solamente nascoste tramite un efficace make-up
televisivo. Fatti di cui i Media
italiani non parlano, forse, per non turbare l’idilliaca rappresentazione
dell’Eldorado albanese.
[2] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 5-6.
[3] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 20-21.
[4] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pag. 21.
[5] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 305-306.
[6] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 38-39.
[7] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 21-22.
[8] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pag. 96.
[9] Sali Berisha aveva voluto con sé anche
l’opposizione del centro-sinistra, come segno di grande tolleranza politica, ma
una piccola vendetta personale non se l’era risparmiata: non aveva invitato a
fare parte della delegazione albanese il leader
dei socialisti, Edi Rama, limitandosi al suo vice, Pandeli Majko.
[10] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pag. 68.
[11] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 92-93.
[12] Agli inizi degli anni 1980, la comunità albanese insediata negli Stati
Uniti – all’epoca di 200/300mila persone – non racchiude che piccole bande poco
organizzate, dedite a furti, racket, hold-up, spaccio in strada. Alcuni
giovani albanesi, più ambiziosi, si mettono a frequentare Little ltaly e finiscono per essere reclutati dai “soldati” delle
famiglie Gambino, Lucchese e Genovese come “fattorini” o killers. Segno di fiducia inaudito, Zef J. Mustafa,
originario dell’Albania Meridionale, diviene, perfino, nella sua giovinezza
l’autista di Frank “Frankie Loc” Lo Cascio.
[13] Durante la dittatura comunista, che è durata per
circa cinquanta anni, la vendetta era stata dominata ed era quasi scomparsa. Ma
solo in apparenza, perché era, sempre, là, annidata nell’ombra, mentre su scala
nazionale un’altra vendetta sistematica, quella di un regime verso i suoi
avversari reali o immaginari, diveniva la norma.
[14] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pag. 286.
[15] Con l’apertura dei dossiers del regime comunista, vengono portati alla luce e
pubblicati i documenti che dimostrano i rapporti ventennali tra la Camorra
napoletana e il SIGURIMI.
[16] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 330-331.
[17] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pag. 353-354.
[18] Gianni
Palagonia, L’Aquila e la Piovra, pagg. 160-161.
[19] L’Operazione Cerbero del 9 febbraio 2010 [http://www.ntacalabria.it/cosenza/operazione-cerbero-14-arresti-per-sfruttamento-della-prostituzione.html]
mostra l’esistenza di un accordo con la ‘Ndrangheta che, in cambio di droghe e
di armi, lascia ai gruppi albanesi il controllo e lo sfruttamento della
prostituzione di giovani donne dei Paesi dell’Est.








