Da ultimo, la sociologia scruta, attentamente,
i sondaggi elettorali.
Per il grande pubblico, i sondaggi si
sbagliano nelle loro previsioni, ma uno sguardo più attento rivela che, forse,
non è, proprio, così.
I sondaggi, anche se formulano previsioni
giuste, producono nella società, che li consuma, autorealizzazioni e
autonegazioni, che modificano il risultato finale delle elezioni.
I partiti politici si sono volti verso questi
strumenti, che, convenientemente, utilizzati possono far vincere o perdere le
elezioni.
Si tratta allora di chiederci:
“Noi
siamo altrettanto manipolabili?”
Esiste in sociologia una teoria chiamata
dell’autorealizzazione che afferma che se una previsione errata è resa pubblica
ed è considerata come vera dai membri di una società, questa profezia si
realizzi. A esempio, immaginiamo uno scenario economico, in cui tutto indichi
che la crescita si mantenga e, nel contempo, il ministro dell’economia lanci un
falso annuncio, che riveli che siano stati percepiti segnali di rallentamento
della crescita e di una probabile crisi.
Ciò è evidentemente falso, ma proviene da una
fonte socialmente attendibile.
Dall’annuncio pubblico del messaggio, è
possibile che, per precauzione, chi avrebbe voluto investire in un nuovo affare
non investa e chi avrebbe voluto fare un acquisto importante non lo faccia.
Quale conseguenza del rallentamento degli
investimenti e del consumo, sorge la crisi.
La profezia era falsa, ma si è
autorealizzata.
La politica non sfugge a questo fenomeno e
cerca anche di profittarne.
Nelle democrazie, dette occidentali, gli
elettori si dividono in due gruppi: quelli che hanno un voto deciso,
invariabile e non si astengono quasi mai, e quelli chiamati gli indecisi, che
votano in modo variabile. La struttura del sistema elettorale, coniugato a diverse circostanze politiche, fa in
modo che la maggioranza del gruppo sociale degli elettori decisi si divida tra
i due grandi partiti di centro-sinistra e di centro-destra, quelli che sono i
soli in grado di “prendere il potere”.
Ma la loro vittoria dipende da un altro
gruppo sociale: gli indecisi.
Conoscendo le teorie dell’autorealizzazione,
non è sorprendente constatare che la maggior parte degli studi sociologici abbia
rivelato che questo voto, indeciso fino all’ultimo minuto, vada, infine, al
partito che ha più possibilità di vincere. Quello che è – se non in caso di
disastri e di crisi – il partito al potere.
A patto che la vita dell’indeciso sia relativamente
tranquilla, il suo voto, se vota, andrà, quasi sempre, al governo.
È la ragione per cui è così difficile “far
sloggiare” un partito al potere, fuorché nei casi di scomparsa di detto
partito, di crisi economica o istituzionale, di guerra o di disastro naturale.
E, anche in questi casi, l’elettore indeciso preferisce l’astensione
all’opposizione.
Le previsioni si autorealizzano e la
presunzione di vittoria produce la vittoria.
Per questa ragione, ogni gruppo mediatico o
politico gonfia i sondaggi a suo favore.
O almeno ciò dovrebbe essere così.
Ma non è così semplice, perché esiste anche
un fenomeno chiamato: autonegazione.
Proclamare la propria vittoria è, dunque,
necessario, ma rischioso.
I due grandi partiti politici di qualsiasi
democrazia occidentale si battono per i voti centristi, ciò che è la forma
politicamente corretta per indicare gli indecisi. Nella loro ricerca del
centro, leggono i sondaggi, cercano forme per autorealizzare risultati
favorevoli e lanciano messaggi semplici, poco rischiosi per timore
dell’autonegazione.
A poco a poco, i sondaggi, le loro
autorealizzazioni e le loro autonegazioni occupano la biblioteca e prendono il
posto delle ideologie e dei progetti.
Io non sono una esperta in questioni
economiche e finanziarie e neppure una adepta del complotto permanente, cui i
cittadini sarebbero confrontati… per cui mi chiedo:
“E
se la crisi finanziaria non servisse che a smantellare gli ultimi servizi
pubblici e a addomesticare i salariati?”
È dall’inizio della crisi finanziaria che ho
il sospetto – alcuni lo giudicheranno, forse, naïf – che questa crisi
non abbia che due vere funzioni, due grandi obiettivi:
indurre i Paesi, che ne forniscano ancora, a
smantellare, definitivamente, gli ultimi servizi sociali, a venderli, che si tratti
di trasporti, di distribuzione di energia, di poste, di salute, di protezione
sociale, ecc. Una vendita che li renderebbe miracolosamente redditizi a spese
del “servizio” reso. La privatizzazione e la riduzione del deficit fanno parte delle condizioni – di fatto, esigite – per aiutare
Paesi o garantire i loro debiti. Nelle condizioni imposte, io non ho sentito
parlare – probabilmente non sono stata abbastanza attenta – di aumento di
esazioni per le imprese o le banche, imposto dalla Banca Centrale Europea, dal
Fondo Monetario Internazionale o dalla Riserva Federale Americana;
indurre i salariati ad accettare sempre più elasticità
e sempre più flessibilità, per riprendere quelle parole strane che caratterizzano,
in effetti, un nuovo diritto di licenziamento più “spiccio”. E sempre meno
protezione sociale e indennità di disoccupazione.
Poi, escluse alcune persone, banche e
istituzioni, che potrebbero bruciarsi giocando con il fuoco, tutto tornerebbe
normale… ma non per salariati e pensionati.
Agli economisti dire se io farnetico, a causa
dell’effervescenza della febbre, o pongo due buoni interrogativi?
Daniela
Zini
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© 13 maggio 2012 ADZ

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