mercoledì 10 dicembre 2014

LA SINDROME DI LAZZARO di Daniela Zini



LA SINDROME DI LAZZARO
 Michelangelo Merisi da Caravaggio [1571-1610] - Resurrezione di Lazzaro [1609]
Museo Regionale di Messina
La Resurrezione di Lazzaro è un’opera molto controversa di Caravaggio, che fa parte del suo ultimo periodo, solo un anno prima della sua morte. Il dipinto realizzato da Caravaggio dopo la sua fuga da Malta, su commissione del facoltoso mercante genovese Giovanni Battista de’ Lazzari, nel 1608,  e collocato nella cappella di famiglia, nel 1609, fu pagato ben 1000 scudi, una somma considerevole per l’epoca. In primo piano vediamo raffigurata tutta la scena: il momento in cui Lazzaro, morto, viene trasportato al cimitero. Il fondo è scuro, si notano solo alcuni accenni di elementi architettonici, a voler rappresentare l’interno di una chiesa. Sul terreno vi sono ossa sparse. Ecco il miracolo, l’indice di Cristo che va a indicare Lazzaro. Il suo corpo nella penombra, è ancora gonfio e rigido; ma, già, un barlume di vita lo pervade. La mano si spalanca, le braccia si allargano a voler imitare la croce. Lo stupore del miracolo avvenuto è concentrato tutto nel volto della figura centrale, il quale, rivolto verso il Cristo, ha la fronte aggrottata e la bocca semiaperta. Come era usuale in Caravaggio, anche qui, abbiamo un suo autoritratto, rappresentato dall’uomo con le mani giunte dietro Gesù. 

a Lazzaro
“Ti voglio rivelare come, dal nulla, è nato questo errore.
Tu sai che il nulla non esiste e nulla è eterno su questa terra. Ogni città, ogni casa in polvere si perde, nei millenni. Tutto finisce. Ogni contratto ha un termine preciso. Ma il verme, rinchiuso nel suo bozzolo di seta, quando esce, rinasce in colorata farfalla, che felice si espande nella verità del sole. La morte è solo un sonno, e dentro il sonno, il sogno di una morte dipinta: chi nasce, vivo resta, anche se dorme una notte o un millennio. Il corpo che non serve si tramuta in farfalla. Nel fare ciò in me e in te, figliolo, il vuoto di conoscenza s’è annullato. Noi due sappiamo, siamo eterni, ma gli altri non lo sanno. Tu vuoi che tutti sappiano annullare il vuoto di conoscenza. Vuoi che la morte non esista perché sai che non è nel Creato.”

Epopea di Gilgamesh

È diffusa l’esperienza della stanchezza della vita, dall’uomo dell’Era Glaciale fino all’uomo dell’Era Digitale, immerso nella dialettica delle illusioni e delle delusioni.
E credo che nessuno sia estraneo a questo senso di stanchezza, quanto meno episodicamente.
Non vi è nessuno che, almeno una volta, al termine di una giornata particolarmente faticosa non si sia posto il problema della propria esistenza, del significato del suo operare, senza avvertire il sospetto che tutto ciò potrebbe essere inutile.
Purtroppo, oggi, questa stanchezza esistenziale ha cessato di essere episodica per assumere spazio rilevante e impressionante spessore nell’orizzonte della società: adulti stanchi di lottare e di lavorare per sé  e per gli Altri, senza certezze di fondo; giovani, sfiduciati della vita prima ancora di affrontarla o dopo deludenti esperienze, ricorrono al pragmatico immediato.
Ma alla vita è necessario rispondere con la vita, ineluttabilmente.
Buon Natale, caro Lazzaro!
D
 

 Quand Tu sauras trover un sourire
Daniela Zini

Quand Tu sauras trouver un sourire
Dans la goutte subtile, qui suinte
Des pierres poreuses, dans la brume,
Dans le soleil, en l’oiseau, et dans la brise;

Quand rien à Tes yeux ne restera inerte,
Informe, ni incolore, ni lointain,
Que Tu pénétreras la vie, et l’arcane
Du silence, de l’ombre et de la mort;

Quand Tu étendras Ton regard aux diverses
Routes du Cosmos, et que Ton propre effort
Sera pareil à un puissant microscope,
Qui découvre d’invisibles univers;

Alors dans les flammes du bûcher
D’un Amour infini et surhumain,
Comme la Savante Hypathie, Tu diras frère
A l’arbre, au nuage, et au fauve.

Tu sentiras parmi l’immense foule
D’êtres et de choses Ton être même;
Tu seras toute crainte dans l’abîme,
Avec la cime Tu seras tout orgueil.

Ton Amour secouera la poussière infecte
Qui macule la blancheur du lis,
Tu béniras les rivages de sable,
Et adoreras le vol de l’insecte;

Tu baiseras la pointe de l’épine,
Et le soyeux vêtement des dahlias…
Et charitable, Tu ôteras Tes sandales,
Pour ne point blesser les pierres du chemin.


“1 Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3 Le sorelle mandarono dunque a dirgli: “Signore, ecco, il tuo amico è malato.”
4 All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato.” 5 Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. 6 Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi, disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” 8 I discepoli gli dissero: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” 9 Gesù rispose: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce.” 11 Così parlò e poi soggiunse loro: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo.” 12 Gli dissero allora i discepoli: “Signore, se s’è addormentato, guarirà». 13 Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto 15 e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!” 16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”
17 Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia 19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. 20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà.” 23 Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà.” 24 Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno.” 25 Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?” 27 Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo.”
28 Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti chiama.” 29 Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là.” 32 Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” 33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: 34 ”Dove l’avete posto?” Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!” 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!” 37 Ma alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?”
38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. 39 Disse Gesù: “Togliete la pietra!” Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni.” 40 Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato.” 43 E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare.”
45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46 Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. 47 Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. 48 Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione.” 49 Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla 50 e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera.” 51 Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52 e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. 53 Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.”
Vangelo secondo Giovanni, 11,1-53


“I virtuosi camminano, i sapienti corrono. Solo gli innamorati volano.”,
è un detto medievale, che padre Davide Montagna (1937-2000), religioso dell’Ordine dei Servi di Maria del santuario di Monte Berico, citò nell’ultimo incontro a Milano, presentando le sue Carte Cordiali.
Si può discutere se siano più i virtuosi o i sapienti a correre sulla via della perfezione, della donazione, dell’impegno; ma è fuori di dubbio che la vera molla che spinge a compiere in pienezza un’opera sia l’Amore.
Nel passo di Giovanni, è detto:
“Vedi come lo amava!” 
Gesù ama Lazzaro.
Gesù non può accettare la morte di Lazzaro.
Una definizione oggettiva non rende ragione del nostro modo di vivere l’Amore e dei nostri bisogni intimi che sono sottesi a questo sentimento.
Io, nondimeno, vorrei citare quella di San Tommaso, il massimo pensatore e teologo della Chiesa di Occidente:
“Amore è passione di unirsi all’oggetto amato.”
Passione di unirsi!
È, esattamente, la spiegazione per comprendere il fil rouge del Vangelo: la Incarnazione, la Passione, la Morte.

di
Daniela Zini



L
a sindrome di Lazzaro o sindrome del sopravvissuto designa l’insieme dei comportamenti delle persone che hanno subito una esperienza traumatica, a esempio catastrofi naturali, incidenti, prese di ostaggi.
Tutte queste persone sono persuase che avrebbero dovuto morire.
I loro stessi affetti più cari si attendevano di doverli perdere e si erano, anche, rassegnati a tale idea.
Le relazioni tra i sopravvissuti e il loro ambiente si trovano, profondamente, turbate da uno squilibrio psicologico reciproco.
La sindrome di Lazzaro è un problema di “resurrezione”, è un ritorno difficile nel mondo dei vivi, dopo esserne usciti.
Questo mondo ha continuato a evolvere senza di loro.
La remissione necessita, dunque, di un riadattamento per ritrovare il proprio posto nel mondo dei vivi.
Alcuni sopravvissuti hanno difficoltà a gestire questo cambiamento, vissuto come molto angosciante, e possono avvertire una perdita di identità, una difficoltà a collocarsi nei rapporti con gli Altri e con se stessi e ciò sarà responsabile di un disturbo psicologico.
Chi era Lazzaro?
Lazzaro è un personaggio biblico.
È morto e sepolto, da diversi giorni, quando Gesù si presenta davanti alla sua tomba e lo chiama.
Accade il miracolo e Lazzaro esce dalla pietra sepolcrale. 
È in vita, ma in silenzio, incapace di raccontare ciò che ha vissuto, lui che torna dai morti. 
La sua vita avrebbe potuto riprendere là dove Lazzaro l’aveva lasciata, ma il suo status di resuscitato glielo impedisce.
Il suo ambiente lo rispetta, ma non lo comprende più.
Viene a turbare senza volerlo l’ordine costituito e le Autorità giungono fino a considerare di metterlo a morte.
È di nuovo condannato e non deve la sua salvezza che all’esilio.
È, così, che segue Gesù e diviene suo discepolo.
Come Lazzaro, la persona, che è sopravvissuta a un evento traumatico e che si è vista morire, si ritrova in un mondo che gli sembra diverso da quello nel quale viveva prima, un mondo più ostile, più pericoloso.
Il sopravvissuto si ritrova solo con i suoi interrogativi:
“Perché io?
È veramente un caso, non l’ho cercato?
Dovevo pagare per qualcosa?”
Altri interrogativi altrettanto dolorosi per coloro che sono sopravvissuti ad Altri, che, invece, sono morti:
“Perché non io?
In cosa io sono migliore di quelli che vi hanno perso la vita?
Come mostrarmi degno di questa chance?”
Essere ancora in vita dopo un trauma può innescare una certezza di essere incompresi, perfino una vergogna, che spiega in parte come i sopravvissuti alla Shoah abbiano impiegato anni prima di testimoniare.
Quando si ha avuto, al tempo stesso, una tale malchance di essere confrontati a eventi indicibili e una tale chance di ritornarne, come sentirsi come gli Altri?
In realtà, non è il mondo che è cambiato; è lo stesso sopravvissuto, che percepisce il suo ambiente con un altro sguardo.
Si sente incompreso dagli ambienti familiare, sociale e professionale.
Il sopravvissuto è pressoché sorpreso di essere ancora in vita e la sua mente resta fissata sull’“incidente”.
Sa che deve riapprendere a vivere, ma che è “in sospeso” e che la morte, un giorno, verrà.
Accade che si chiuda in se stesso, perché non può esprimere l’indicibile, o meglio, diviene esigente con il suo ambiente, che finisce per rimproverargli di essere “inacidito” e di non voler fare tutto per riprendere la sua esistenza là dove la aveva lasciata.
Da questo sfasamento tra lui e gli Altri nasce, sovente, un senso di esclusione, che può trasformarsi in senso di colpevolezza.
Da qui, può accadere il peggio e, anziché, riprendersi, progressivamente, dal trauma subito, il sopravvissuto può perdere tutto, il proprio partner, la propria famiglia, i propri amici, il proprio lavoro.
Solo il senso di appartenenza a un gruppo possono favorire la ricostruzione psichica della persona sopravvissuta.
Sentirsi parte mette in moto riconoscimenti, affetti, affidamenti reciproci, a partire dai quali si pensa che “INSIEME SI PUO’” e nasce un “NOI”. 


Daniela Zini
Copyright © 10 dicembre 2014 ADZ









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