LA SINDROME DI LAZZARO
Michelangelo Merisi da Caravaggio
[1571-1610] - Resurrezione di Lazzaro [1609]
Museo Regionale di Messina
La Resurrezione
di Lazzaro è un’opera molto controversa di Caravaggio, che fa parte
del suo ultimo periodo, solo un anno prima della sua morte. Il dipinto
realizzato da Caravaggio dopo la sua fuga da Malta, su commissione del facoltoso
mercante genovese Giovanni Battista de’ Lazzari, nel 1608, e collocato nella cappella di famiglia, nel
1609, fu pagato ben 1000 scudi, una somma considerevole per l’epoca. In primo
piano vediamo raffigurata tutta la scena: il momento in cui Lazzaro, morto,
viene trasportato al cimitero. Il fondo è scuro, si notano solo alcuni accenni
di elementi architettonici, a voler rappresentare l’interno di una chiesa. Sul
terreno vi sono ossa sparse. Ecco il miracolo, l’indice di Cristo che va a
indicare Lazzaro. Il suo corpo nella penombra, è ancora gonfio e rigido; ma,
già, un barlume di vita lo pervade. La mano si spalanca, le braccia si
allargano a voler imitare la croce. Lo stupore del miracolo avvenuto è
concentrato tutto nel volto della figura centrale, il quale, rivolto verso il
Cristo, ha la fronte aggrottata e la bocca semiaperta. Come era usuale in Caravaggio, anche qui,
abbiamo un suo autoritratto, rappresentato dall’uomo con le mani giunte dietro Gesù.
a Lazzaro
“Ti
voglio rivelare come, dal nulla, è nato questo errore.
Tu
sai che il nulla non esiste e nulla è eterno su questa terra. Ogni città, ogni
casa in polvere si perde, nei millenni. Tutto finisce. Ogni contratto ha un
termine preciso. Ma il verme, rinchiuso nel suo bozzolo di seta, quando esce,
rinasce in colorata farfalla, che felice si espande nella verità del sole. La
morte è solo un sonno, e dentro il sonno, il sogno di una morte dipinta: chi
nasce, vivo resta, anche se dorme una notte o un millennio. Il corpo che non
serve si tramuta in farfalla. Nel fare ciò in me e in te, figliolo, il vuoto di
conoscenza s’è annullato. Noi due sappiamo, siamo eterni, ma gli altri non lo
sanno. Tu vuoi che tutti sappiano annullare il vuoto di conoscenza. Vuoi che la
morte non esista perché sai che non è nel
Creato.”
Epopea di Gilgamesh
È diffusa l’esperienza della
stanchezza della vita, dall’uomo dell’Era Glaciale fino all’uomo dell’Era
Digitale, immerso nella dialettica delle illusioni e delle delusioni.
E credo che nessuno sia estraneo a
questo senso di stanchezza, quanto meno episodicamente.
Non vi è nessuno che, almeno una
volta, al termine di una giornata particolarmente faticosa non si sia posto il
problema della propria esistenza, del significato del suo operare, senza
avvertire il sospetto che tutto ciò potrebbe essere inutile.
Purtroppo, oggi, questa stanchezza
esistenziale ha cessato di essere episodica per assumere spazio rilevante e
impressionante spessore nell’orizzonte della società: adulti stanchi di lottare
e di lavorare per sé e per gli Altri,
senza certezze di fondo; giovani, sfiduciati della vita prima ancora di
affrontarla o dopo deludenti esperienze, ricorrono al pragmatico immediato.
Ma alla vita è necessario rispondere
con la vita, ineluttabilmente.
Buon Natale, caro Lazzaro!
D
Quand Tu sauras trover un sourire
Daniela Zini
Quand Tu sauras trouver un sourire
Dans la goutte subtile, qui suinte
Des pierres poreuses, dans la brume,
Dans le soleil, en l’oiseau, et dans la brise;
Quand rien à Tes yeux ne restera inerte,
Informe, ni incolore, ni lointain,
Que Tu pénétreras la vie, et l’arcane
Du silence, de l’ombre et de la mort;
Quand Tu étendras Ton regard aux diverses
Routes du Cosmos, et que Ton propre effort
Sera pareil à un puissant microscope,
Qui découvre d’invisibles univers;
Alors dans les flammes du bûcher
D’un Amour infini et surhumain,
Comme la Savante Hypathie, Tu diras
frère
A l’arbre, au nuage, et au fauve.
Tu sentiras parmi l’immense foule
D’êtres et de choses Ton être même;
Tu seras toute crainte dans l’abîme,
Avec la cime Tu seras tout orgueil.
Ton Amour secouera la poussière infecte
Qui macule la blancheur du lis,
Tu béniras les rivages de sable,
Et adoreras le vol de l’insecte;
Tu baiseras la pointe de l’épine,
Et le soyeux vêtement des dahlias…
Et charitable, Tu ôteras Tes sandales,
Pour ne point blesser les pierres du chemin.
“1 Era allora malato un
certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella
che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi
con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3 Le sorelle
mandarono dunque a dirgli: “Signore, ecco, il tuo amico è malato.”
4 All’udire questo, Gesù
disse: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per
essa il Figlio di Dio venga glorificato.” 5 Gesù voleva molto bene a Marta, a sua
sorella e a Lazzaro. 6 Quand’ebbe
dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si
trovava. 7 Poi,
disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” 8 I discepoli gli
dissero: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”
9 Gesù
rispose: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno,
non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se invece uno
cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce.” 11 Così parlò e poi
soggiunse loro: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a
svegliarlo.” 12 Gli
dissero allora i discepoli: “Signore, se s’è addormentato, guarirà». 13 Gesù parlava
della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno.
14 Allora
Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto 15 e io sono contento per voi di non
essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!” 16 Allora Tommaso,
chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”
17 Venne dunque Gesù e trovò
Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Betània distava
da Gerusalemme meno di due miglia 19 e
molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello.
20 Marta
dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava
seduta in casa. 21 Marta
disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so
che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà.” 23 Gesù le disse: “Tuo
fratello risusciterà.” 24 Gli
rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno.” 25 Gesù le disse: “Io
sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e
crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?” 27 Gli rispose: “Sì,
o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel
mondo.”
28 Dopo queste parole se ne
andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti
chiama.” 29 Quella,
udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Gesù non era entrato nel villaggio,
ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i Giudei
che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e
uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là.” 32 Maria, dunque,
quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore,
se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” 33 Gesù allora
quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si
commosse profondamente, si turbò e disse: 34 ”Dove l’avete posto?” Gli dissero: “Signore,
vieni a vedere!” 35 Gesù
scoppiò in pianto. 36 Dissero
allora i Giudei: “Vedi come lo amava!” 37 Ma
alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva
anche far sì che questi non morisse?”
38 Intanto Gesù, ancora
profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era
posta una pietra. 39 Disse
Gesù: “Togliete la pietra!” Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore,
già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni.” 40 Le disse Gesù: “Non
ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” 41 Tolsero dunque la
pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai
ascoltato. 42 Io
sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta
attorno, perché credano che tu mi hai mandato.” 43 E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro,
vieni fuori!” 44 Il
morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un
sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare.”
45 Molti dei Giudei che
erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero
in lui. 46 Ma
alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. 47 Allora i sommi
sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo
compie molti segni. 48 Se
lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e
distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione.” 49 Ma uno di loro,
di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non
capite nulla 50 e
non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non
perisca la nazione intera.” 51 Questo
però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù
doveva morire per la nazione 52 e
non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che
erano dispersi. 53 Da
quel giorno dunque decisero di ucciderlo.”
Vangelo
secondo Giovanni, 11,1-53
“I
virtuosi camminano, i sapienti corrono. Solo gli innamorati volano.”,
è un detto medievale, che padre Davide
Montagna (1937-2000), religioso dell’Ordine dei Servi di Maria del santuario di
Monte Berico, citò nell’ultimo incontro a Milano, presentando le sue Carte Cordiali.
Si può discutere se siano più i virtuosi o
i sapienti a correre sulla via della perfezione, della donazione, dell’impegno;
ma è fuori di dubbio che la vera molla che spinge a compiere in pienezza un’opera
sia l’Amore.
Nel passo di Giovanni, è detto:
“Vedi come
lo amava!”
Gesù ama Lazzaro.
Gesù non può accettare la morte di Lazzaro.
Una definizione oggettiva non rende ragione
del nostro modo di vivere l’Amore e dei nostri bisogni intimi che sono sottesi
a questo sentimento.
Io, nondimeno, vorrei citare quella di San
Tommaso, il massimo pensatore e teologo della Chiesa di Occidente:
“Amore
è passione di unirsi all’oggetto amato.”
Passione di unirsi!
È, esattamente, la spiegazione per comprendere
il fil rouge del Vangelo: la Incarnazione,
la Passione, la Morte.
di
Daniela Zini
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L
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a
sindrome di Lazzaro o sindrome del sopravvissuto designa l’insieme dei
comportamenti delle persone che hanno subito una esperienza traumatica, a
esempio catastrofi naturali, incidenti, prese di ostaggi.
Tutte
queste persone sono persuase che avrebbero dovuto morire.
I loro
stessi affetti più cari si attendevano di doverli
perdere e si erano, anche, rassegnati a tale idea.
Le relazioni tra i sopravvissuti e il loro ambiente
si trovano, profondamente, turbate da uno squilibrio psicologico reciproco.
La sindrome di Lazzaro è un problema di “resurrezione”,
è un ritorno difficile nel mondo dei vivi, dopo esserne usciti.
Questo mondo ha continuato a evolvere senza di loro.
La remissione necessita, dunque, di un riadattamento
per ritrovare il proprio posto nel mondo dei vivi.
Alcuni sopravvissuti hanno difficoltà a gestire
questo cambiamento, vissuto come molto angosciante, e possono avvertire una
perdita di identità, una difficoltà a collocarsi nei rapporti con gli Altri e
con se stessi e ciò sarà responsabile di un disturbo psicologico.
Chi
era Lazzaro?
Lazzaro
è un personaggio biblico.
È morto
e sepolto, da diversi giorni, quando Gesù si presenta davanti alla sua tomba e
lo chiama.
Accade
il miracolo e Lazzaro esce dalla pietra sepolcrale.
È in vita, ma in silenzio, incapace di raccontare
ciò che ha vissuto, lui che torna dai morti.
La sua vita avrebbe potuto riprendere là dove
Lazzaro l’aveva lasciata, ma il suo status
di resuscitato glielo impedisce.
Il suo ambiente lo rispetta, ma non lo comprende
più.
Viene a turbare senza volerlo l’ordine costituito e
le Autorità giungono fino a considerare di metterlo a morte.
È di nuovo condannato e non deve la sua salvezza
che all’esilio.
È, così, che segue Gesù e diviene suo discepolo.
Come Lazzaro, la persona, che è sopravvissuta a un
evento traumatico e che si è vista morire, si ritrova in un mondo che gli
sembra diverso da quello nel quale viveva prima, un mondo più ostile, più
pericoloso.
Il sopravvissuto si ritrova solo con i suoi
interrogativi:
“Perché io?
È veramente un caso, non l’ho cercato?
Dovevo pagare per qualcosa?”
Altri interrogativi altrettanto dolorosi per coloro
che sono sopravvissuti ad Altri, che, invece, sono morti:
“Perché non io?
In cosa io sono migliore di quelli che vi hanno perso
la vita?
Come mostrarmi degno di questa chance?”
Essere ancora in vita dopo un trauma può innescare
una certezza di essere incompresi, perfino una vergogna, che spiega in parte
come i sopravvissuti alla Shoah abbiano impiegato anni prima di
testimoniare.
Quando
si ha avuto, al tempo stesso, una tale malchance
di essere confrontati a eventi indicibili e una tale chance di ritornarne, come sentirsi come gli Altri?
In realtà, non è il mondo che è cambiato; è lo
stesso sopravvissuto, che percepisce il suo ambiente con un altro sguardo.
Si sente incompreso dagli ambienti familiare,
sociale e professionale.
Il sopravvissuto è pressoché sorpreso di essere
ancora in vita e la sua mente resta fissata sull’“incidente”.
Sa che deve riapprendere a vivere, ma che è “in
sospeso” e che la morte, un giorno, verrà.
Accade che si chiuda in se stesso, perché non può
esprimere l’indicibile, o meglio, diviene esigente con il suo ambiente, che
finisce per rimproverargli di essere “inacidito” e di non voler fare tutto per
riprendere la sua esistenza là dove la aveva lasciata.
Da questo sfasamento tra lui e gli Altri nasce,
sovente, un senso di esclusione, che può trasformarsi in senso di colpevolezza.
Da qui, può accadere il peggio e, anziché, riprendersi,
progressivamente, dal trauma subito, il sopravvissuto può perdere tutto, il
proprio partner, la propria famiglia,
i propri amici, il proprio lavoro.
Solo il senso di appartenenza a un gruppo possono
favorire la ricostruzione psichica della persona sopravvissuta.
Sentirsi parte mette in moto riconoscimenti, affetti,
affidamenti reciproci, a partire dai quali si pensa che “INSIEME SI PUO’” e
nasce un “NOI”.
Daniela Zini
Copyright © 10 dicembre 2014 ADZ


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