UOMINI
DI STORIA
STORIA
DI UOMINI
110 anni fa
sulla Pennsylvania
Avenue
il Sognatore
GERONIMO
[Gila, 16 giugno 1829 – Fort Sill, 17 feffraio
1909]
“Non avrei mai dovuto arrendermi: avrei dovuto
combattere
fino a quando non fossi rimasto l'ultimo uomo vivo.”
di
Daniela Zini
Era un uomo sereno e tranquillo, quando un reparto di
cavalleria messicana gli massacrò madre, moglie e cinque figli. Da
quell’istante, il giovane guerriero indiano visse, unicamente, per vendicare,
nel sangue, la orrenda strage, perpetrata contro i suoi. Per dieci anni,
combatté, con astuzia e ferocia, i “visi pallidi”, meritandosi l’appellativo di
Tigre del Deserto.
Tutti coloro che furono testimoni e
vittime delle scorrerie del feroce capo dei Chiricahua sono, ormai, morti da
decenni, come da molto tempo è, completamente, scomparso il pericolo indiano;
tuttavia si direbbe che i pionieridi Willcox e Hillsboro, e i soldati di Fort
Bowie o di Fort Stanton, abbiano trasmesso ai discendenti una sorta di terrore
ancestrale, che nelle leggende e nella storia finisce per confondere Geronimo e
il diavolo, e farne tutt’uno.
Del resto, le stesse superstizioni
sote intorno al pellerossa ribelle hanno valide giustificazioni. Si calcola che
furono uccisi di sua mano oltre duecento “visi pallidi”, ai quali vanno
aggiunte le innumerevoli vittime della sua banda; e che furono distrutte e date
alle fiamme circa ottanta fattorie. Per ben trentasei anni il capo indiano –
braccato da un intero reggimento speciale dell’esercito americano, dagli
sceriffi e dai volontari di due Stati, nonché dalle milizie messicane – riuscì
a sfuggire alla caccia più implacabile, a tal punto che nessuno conosceva il
suo aspetto e il suo vero nome. In quei trentasei anni di incubo Geronimo fu
veramente, per un milione di americani e di messicani, uno spirito malefico,
feroce e inafferrabile: el Diablo.
Si può dire che la stoia di Geronimo
– el Diablo o anche la Tigre del Deserto, come lo chiamavano – inizi nel 1849.
La più forte e numerosa tribù del
Popolo indiano degli Apache, i Chiricahua, sta festeggiando, nella suggestiva
vallata del Rio Verde, il lauto bottino della prima caccia in Arizona. Per i
pellirosse questi sono gli anni più tristi. Sebbene sia, ancora, in vigore
l’Indian Removal Bill del presidente Andrew Jackson – che dovrebbe proibire la
rimozione forzosa degli indiani dalle loro terre, autorizzando soltanto la
negoziazione di scambi di terre – Choctaw, Chickasaw e Chippewa sono stati
costretti ad abbandonare i loro territori di caccia con la forza, o meglio con
il se,mplice espediente di rendere le loro terre inabitabili per loro,
ricorrendo senza scrupoli a ogni sorta di violenze e di sopraffazioni. Fox e
Creek sono stati raggirati e indotti a vendere per cifre ridicole i loro
immensi regni e, infine, costretti a lasciare anche gli squallidi angoli di
prateria, in cui si erano rifugiati. Quelli che hanno tentato di ribellarsi
all’invasione, come i Seminole, sono stati, letteralmente, schiacciati.
Anche le sei tribù che compongono la
federazione degli Apache – Chiricaua, San Carlos, Mescaleros, Jicarilla, Lipan
e Kiowa – hanno preferito emigrare anziché rischiare di essere distrutti dalle
“canne tonanti”: quelle infernali armi dei “visi pallidi”, che, anche quando
non sono puntate contro i pellirosse, sono per loro altrettanto micidiali, in
quanto li pivano della loro unica risorsa: i bisonti, che i cacciatori bianchi
vanno sterminando. Guidate da Cochise – il saggio e valoroso capo dei
Chiricahua, la cui autorità è riconosciuta anche da tutte le altre tribù – gli
Apache sono partiti in quindicimila dall’Oklahoma, la loro patria di origine.
Ne sono giunti in Arizona, dopo una lenta ed estenuante migrazione verso Ovest
durata tre anni, poco più di quattromila: gli altri sono stati uccisi lungo la
strada dalla fame, dal vaiolo e dalle imboscate degli Arapaho, dei Comanche e
dei Navaho, le cui terre gli Apache hanno dovuto attraversare con le armi in
pugno.
segue...


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