mercoledì 22 marzo 2017

TOGHE ROSSO SANGUE SABATO 8 E DOMENICA 9 APRILE 2017 TEATRO SALA VIGNOLI VIA BARTOLOMEO D'ALVIANO, 1 ROMA



 


In un sapido volumetto scritto, nel 1861, da un deputato del primo parlamento italiano, quando l’unità nazionale aveva pochi mesi e la capitale era, ancora, a Torino, vi sono pagine significative sui rapporti tra la camorra napoletana e alcuni deputati:
“Essi son passati quasi tutti per gli affari a Napoli. Non fecero che impinguare i loro, non obliando punto se stessi, considerando la cosa pubblica come affare di famiglia.”
Non era un problema soltanto napoletano.
L’Italia era Stato unitario da soli cinque anni, quando uno di coloro che avevano contribuito a crearla, Massimo D’Azeglio, poco prima di morire, scriveva alla moglie, nel 1866:
“Se tu sapessi che congiura di imbroglioni e di intriganti si distende sull’Italia, ne tremeresti anche tu.”
 Ripercorrere la Storia di un Paese alla luce dell’incidenza che vi hanno avuto il rapporto tra politica, affarismo e criminalità comporta un rischio: quello di offrire un alibi alla tesi cinica secondo cui – essendo impossibile una attività di pubblica amministrazione immune da contaminazioni affaristiche a vantaggio di interessi privati – una società che voglia essere efficiente nel produrre per tutti una migliore qualità di vita dovrebbe apprendere a convivere con fenomeni quali corruzione e concussione.
È una tesi grossolana e sbagliata, in cui vi è innegabilmente una dose – ma solo una piccola dose – di Verità.
Così come nessuno può, ragionevolmente, illudersi sulla possibilità di costruire una società umana perfetta, dalla quale siano banditi omicidio, patrocinio, aggressività, altrettanto illusorio sarebbe credere nella praticabilità di un impegno politico diretto a eliminare dalla cosa pubblica ogni margine di abuso privato.  
“Ci sono Paesi di alta e lunga tradizione democratica”
ha scritto, nel 1991, Stefano Rodotà,
“che da sempre convivono con una non indifferente corruzione politica e amministrativa, che conoscono i legami tra politici e gruppi di pressione, e tuttavia non hanno visto crescere la qualità della corruzione fino a divenire uno dei segni distintivi del sistema politico.”
In quei Paesi, le classi dirigenti “sanno di dover mantenere una sia pur minima legittimazione di fronte all’opinione pubblica, così che, magari per puro istinto di conservazione, reagiscono espellendo dal loro seno almeno i responsabili dei comportamenti più scandalosi, anche quando ricoprono altissime cariche politiche”.
Diversamente, in Italia, “il nostro ceto di governo ha via via sviluppato una attitudine esattamente opposta. Ha badato alla propria coesione interna più che alla sua rispettabilità pubblica. Ha così fatto quadrato attorno ai propri ladri, malversatori, tangentari, procacciatori, finanziatori”.
In momenti di incertezza, quando la fede nella Giustizia vacilla, sotto i colpi devastanti di certi accadimenti sociali, che mettono a dura prova anche quei valori che, tuttavia, restano valori assoluti, è all’impegno di Italiani, quali i realizzatori della pièce teatrale Toghe Rosso Sangue nonché al direttore artistico della Sala Vignoli, il mio caro Amico Eugenio Dura – i quali, con assoluta convinzione, cercano di inculcare nell’animo e nella coscienza di ognuno di noi quelle indiscutibili certezze connesse alla utilità sociale della legge e da cui discende la fede nella Giustizia – che va tutta la mia gratitudine.

Semplicemente GRAZIE!

Daniela Zini





1 commento:

  1. Fiumi di inchiostro sono stati consumati per descrivere gli itrighi, gli infami commerci e le orribili cruente gesta della mafia armata che, come tutti sappiamo, ha avuto, fino dalle origini, come teatro, lo scenario della terra di Sicila. Di questa terra, dalla quale sono partiti, alla conquista del Nuovo Mondo o di altri promettenti siti, quelli che, poi, sono divenuti "i grandi padrini". Sulla mafia dei cosiddetti "COLLETTI BIANCHI", invece, poco o quasi nulla si era scritto. Forse, perché questo tipo di mafia, tanto ambigua, subdola, strisciante, neppure tanto latente, anche se non meno pericolosa dell'altra, poteva, spesso, essere individuata in certi nostri comportamenti e in certa nostra mentalità. Mi riferisco a quella tipica distorta mentalità non adusa a misurare certi inquietanti, chiacchierati comportamenti con il grande metro del codice penale, solo perché spesso roiesce a eluderlo. Questa tipica mentalità nasce da una specie di virus di cui noi ITALIANI, siamo tutti "PORTATORI SANI". Sono, poi, le circostanze della vita o le condizioni che si vengono, eventualmente, a creare che danno la necessaria virulenza a questo germe, perché, appunto, possa divenire mentalità: MENTALITA' MAFIOSA. Un "cronista" esaurisce, di solito, il suo racconto al tramonto e sa che, l'indomani, la vicenda potrebbe essere diversa. Raramente qualcuno tiene un diario, perché è difficile pensare, a meno di una certa presunzione, che, in futuro, il piccolo artigianato possa interessare. I fogli sparsi finiscono nel cestino. Bisogna armarsi di pazienza e dare la caccia ai ricordi. Può divenire un esercizio interessante, perché riaffiorano eventi che smbravano sepolti per sempre. Sono entrata nell'"AFFAIRE" - diremo così - quando il peggio era passato e non ho esperienze dirette delle grandi STRAGI. Ho assistito a scorci di Vita che ai protagonisti sembrava normale anche quando non lo era e che ha, quasi sempre, avuto la meglio su momenti di tensione, pericoli e drammi. Ho visto piccoli e grandi tradimenti e ho trovato in giro molta AMICIZIA. Con queste esperienze dirette non potevo non tentare di realizzare un affresco né tragico né eroico... Ed è nato, così, il progetto di ACRONIA. La distanza temporale e, forse, il distacco, con cui ci si difende dal sentimentalismo e dall'affollarsi delle emozioni, non permettono una rappresentazione rigida o troppo severa. Resta un po' di ironia, rivolta agli Altri e a se stessi. E' questo, tuttavia, l'atteggiamento adatto per descrivere un'epoca così complessa? Non lo so. Sta di fatto che un dettaglio grottesco di un personaggio disprezzabile riaffiora più facilmente. Un'epoca stonata come quella in cui ho vissuto non si lascia imbrigliare da una eccessiva serietà, anche se seria, sicuramente, lo è stata. Daniela

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