LE MULTINAZIONALI
o
UN MONDO
MADE IN USA
Gli incredibili
meccanismi delle società industriali e finanziarie che stanno sottraendo
autonomia economica e libertà politica a tutto l’Occidente.
Un esempio per
tutti: la crisi del petrolio.
Dopo la Guerra del
Kippur si impose, drammaticamente, la necessità di attingere a nuove fonti
energetiche e si pensò all’atomo: ma chiunque avesse voluto realizzare un
reattore nucleare doveva dipendere, necessariamente, dalla tecnologia
statunitense.
Parimenti per
la cibernetica, l’informatica e alcuni fondamentali monopoli minerari.
Questi MOLOCH
senza patria hanno, oramai, fagocitato tutto, banane e alberghi, rame e pasta
alimentare, armi e aerei con l’indipendenza dei Paesi più deboli.
Si sente, costantemente, parlare di multinazionali e
aggiungere al termine l’attributo “americane” suonerebbe pleonastico.
È sufficiente sfogliare le pagine che, ogni anno, la rivista
americana Fortune dedica alla
classifica delle più importanti società del mondo per accorgersi che le prime della
lista sono tutte multinazionali e per il 90% hanno sede negli Stati Uniti.
I Paesi sottosviluppati, le prime vittime di queste società
gigantesche, hanno proposto di chiamarle transnazionali o sovrannazionali, ma
questa querelle de mots non fa molta
differenza: rimangono, qualsiasi nome abbiano, il simbolo del capitalismo che,
negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, si è
organizzato, a partire dagli Stati Uniti, per razionalizzare su scala
planetaria lo sfruttamento delle risorse.
Ne sono per ora, e, forse, per poco, relativamente indenni i
Paesi socialisti.
Con il New Deal di Franklin
Delano Roosevelt, gli Stati Uniti
escono dalla depressione del 1929, ma l’economia è, ancora, nelle mani delle
grandi famiglie: i vari Ford, Rockefeller, Pierpont Morgan.
La concorrenza sui mercati esteri è durissima: interi imperi
coloniali francesi, olandesi, portoghesi e, soprattutto, inglesi sono riserve
di caccia privilegiate, dove gli americani non possono impiantarsi.
A loro, per ora, spetta solo il Sudamerica.
L’Africa e l’Asia sono sotto il dominio europeo e l’Europa ne
trae materie prime a bassissimo costo e vi rivende i prodotti delle proprie
industrie manifatturiere ad alto costo.
La moneta di scambio è la sterlina.
Dal 1935, le cose iniziano a cambiare: i regimi fascisti e
nazisti e, in particolare, la persecuzione contro gli ebrei provocano la famosa
emigrazione di cervelli verso gli Stati Uniti. Con l’avvento di Adolf Hitler, Albert
Einstein, per citare solo lui, si rifugia in America e ottiene la cattedra di
fisica dell’Università di Princeton.
Sono gli esuli come Einstein che forniranno il software, l’elemento umano della ricerca
americana, arricchendone la potenza tecnologica, hardware.
La guerra stessa, che dissangua i più potenti Paesi europei,
favorisce gli Stati Uniti che, dal 1942, compiono in pace sul proprio
territorio uno sforzo industriale senza precedenti per la produzione bellica.
I risultati si vedono dopo appena tre anni: la prima bomba
atomica è americana.
Dovrebbe essere un ammonimento, e per alcuni scienziati lo è:
Nagasaki e Hiroshima sono testimoni di un potere immenso e distruttore.
Mentre le potenze europee coloniali dilapidano il poco che la
guerra mondiale non ha devastato in imprese disperate per impedire la
liberazione dei propri territori d’oltremare, l’industria americana continua a
prosperare. Perfino gli “aiuti” per la ricostruzione dell’Europa profittano all’industria
privata statunitense.
E da chi acquistare altrimenti?
L’unica moneta rimasta salda, il dollaro, governa tutti i
rapporti di scambio.
Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno il monopolio assoluto delle multinazionali: nonostante fossero sfavorite in partenza, alcune società europee sono riuscite a imporsi in numerosi Paesi – per fare alcuni esempi: Fiat, I.C.I. Philips, Nestlè –, spesso, accettando di specializzarsi in un settore ancora vergine, senza mai uscire dai margini dettati dalle concorrenti statunitensi oppure accettando una fetta di mercato e di territorio di sfruttamento, come è avvenuto per la Royal Dutch Shell e la British Petroleum nel caso delle Sette Sorelle petrolifere.
Ma le eccezioni sono troppo poche e, soprattutto, non riguardano nessuno dei rami in cui l’industria americana è in situazione di totale monopolio.
Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno il monopolio assoluto delle multinazionali: nonostante fossero sfavorite in partenza, alcune società europee sono riuscite a imporsi in numerosi Paesi – per fare alcuni esempi: Fiat, I.C.I. Philips, Nestlè –, spesso, accettando di specializzarsi in un settore ancora vergine, senza mai uscire dai margini dettati dalle concorrenti statunitensi oppure accettando una fetta di mercato e di territorio di sfruttamento, come è avvenuto per la Royal Dutch Shell e la British Petroleum nel caso delle Sette Sorelle petrolifere.
Ma le eccezioni sono troppo poche e, soprattutto, non riguardano nessuno dei rami in cui l’industria americana è in situazione di totale monopolio.
seguirà, a breve, l’articolo completo...


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