UNA LETTERA A P DA D
Ricordo
la tua camera immersa in una luce soffusa che rischiara il tuo viso.
Io
sono là, seduta sul bordo del letto e ti guardo, cercando nei tuoi occhi un
segno.
Ma
il tuo sguardo si perde nel vuoto.
Io
vi annego senza comprendere cosa esprima.
“Tu mi riconosci ancora?
Forse, vuoi dirmi qualcosa?
Hai paura?”
La
tua mano destra si muove a tentoni, cerca la mia, la serra forte.
Tu
sei ancora là, ma, già, lontano da te.
Sul
comodino, una fotografia ritrae te bambino con la Nonna.
Sorridente,
fiducioso, felice.
Le
lacrime mi salgono agli occhi, ancora…
Tu
non eri così…
Dopo…
Io
accarezzo quella mano che porta le stigmate di cinquanta anni passati su questa
Terra.
Guardo
il tuo viso scavato dalla sofferenza.
Passo
la mia mano tra i tuoi capelli per ravviare qualche ciocca ribelle, come una
Madre con il proprio Figlio.
Ma
non è mio Figlio in quel letto, non è mio Figlio che non può più né muoversi né
parlare.
È
mio Padre.
Mio
Padre che mi ama ed è fiero di me.
Io
avrei voluto dirti, sinceramente:
“Vai,
vai a riposarti.”
Ma
il mio cuore gridava:
“No!
Resta qui.
Ho tanto bisogno di te.”
Io
sono egoista e possessiva, Papà.
Volevo
tenerti accanto a me, per sempre.
“Non te ne andare, per favore.”
Ma
tu eri, già, andato via.
Ancora
prima del dolore, dell’incoscienza, avevi chiuso gli occhi, ti eri addormentato
arrendevolmente.
“Vai, mio dolce Papà!
Io so che poco contano lo Spazio
o il Tempo…
Tu resterai, sempre, qui, dentro
di me.
Io ti amo.”
Milioni di anni…
Milioni
di anni di assenza…
Milioni
di anni di assenza e di silenzio…
Tu
te ne sei andato.
E
con te, anche una parte di me.
Giorni,
settimane, mesi, anni si sono susseguiti…
Io
negavo la realtà.
Impossibile
per me accettare.
All’inizio,
io avevo pensato che sarei stata forte, che la malattia mi avesse preparata a
quella scadenza ineluttabile.
All’inizio,
io avevo continuato la mia strada, come prima.
Poi,
a poco a poco, il dolore è riaffiorato...
Si
è insediato…
A
poco a poco… mano a mano che realizzavo che non potevo chiamarti, che mi
mancava il tuo abbraccio protettivo, che la mia fiducia vacillava.
Che
la mia Vita aveva perso il suo significato senza di te.
È
insidioso, vizioso il dolore.
Sa
farsi dimenticare.
Sa
farsi piccolo, discreto, come un cecchino in agguato, pronto a ricomparire al
sentore di una emozione, una melodia, un odore, un momento di fragilità.
La
mancanza scava, allora, un abisso profondo, una piaga viva che brucia.
Io
mi sono sentita, a lungo, persa.
Dal
sonoro schiaffo avevo realizzato che le persone che amavo, quelle che avevano
fatto di me quella che ero, mio Padre, i miei Nonni, la mia sicurezza, la mia
forza, il mio sostegno, ma anche il mio motore, non mi sarebbero state accanto per
sempre, in quanto mortali.
Che
anche io ero mortale…
Poi,
dopo avere a lungo vagato, mi sono ritrovata, mi sono sollevata.
E
ho, di nuovo, appreso a respirare.
Ho
ripreso a sorridere, a camminare senza vacillare, ad avanzare.
Ad
accettare quell’immenso dolore, quella ferita sopita.
Ho
compreso che non tutto muore, perché tutti quei valori che tu mi hai trasmesso e
che io conservo, Verità, Giustizia, Onore, Coraggio, Onestà, Lealtà, Abnegazione,
sono ben vivi in me.
Tu
sei quella Luce minuscola che io riesco a vedere in lontananza e che mi guida.
Tu sei
l’Amore.
E
io ti amo, Papà.
D

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