“Per me libertà e giustizia sociale, che poi
sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può
essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera
giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la
realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi
della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. Se il prezzo fosse la
libertà, io questa riforma la respingerei, perché la libertà è un bene troppo
prezioso. Ce la dà madre natura la libertà: l'uomo dev'essere libero di
esprimere i suoi pensieri, i suoi sentimenti, e quindi la libertà deve essere
unita alla giustizia sociale. Ecco come io sono socialista.[...] Ma la libertà
senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare
veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un
lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli?
Questo non è un uomo libero. [...]”
Sandro Pertini, Intervista, CESP - Centro
Espositivo Sandro Pertini.
La fase che il Paese sta attraversando è caratterizzata
dall’ulteriore approfondimento della crisi sistemica del modello di capitalismo
fordista e del modello tradizionale di welfare state. A esso si sta
sostituendo, con la globalizzazione, un vero e proprio capitalismo usuraio, che
vive sullo sfruttamento di beni immateriali e che ha creato l’eccesso di
derivati, da cui è sorta l’enorme bolla speculativa scoppiata negli USA, dal
2008, e che ha dato origine alla crisi attuale. Un capitalismo, che non si basa,
più principalmente, sulla realizzazione di beni durevoli o di consumo di qualità,
alla portata di tutti, ma sulla produzione di beni di scarso valore aggiunto e
di basso costo per masse impoverite oppure, principalmente, sullo sfruttamento
dei profitti derivati dalla globalizzazione dell’economia e dalla vendita di
derivati, il cui giro di affari è stimato otto o dieci volte il PIL mondiale.
Una vera invasione di carta straccia!
La globalizzazione, da cui l’Italia non può certo
uscire, ha, poi, rivelato al mondo intero un modello di sfruttamento ambientale
scriteriato, che sta distruggendo un patrimonio inestimabile di bellezze
naturali e paesaggistiche. Non credo sia giusto superare il modello capitalista
neoliberista, riformandolo dall’interno con qualche correttivo, che sarebbe,
alla fine, soltanto un paravento per lasciare inalterata la sindrome genetica
del sistema, che si riassume nella sostanziale mancanza di libertà, democrazia
eguaglianza e sostenibilità ambientale di cui soffre non solo l’Italia, ma il
mondo intero.
L'Italia è inserita nell’economia globale, ormai,
come Paese incapace di far fruttare il valore aggiunto del Made in Italy, la
nostra creatività, l’enorme patrimonio paesaggistico, enogastronomico e
artistico, che ne fa un Paese unico al mondo.
Da circa settanta anni le élites tecnocratiche,
legate alla finanza e al complesso militare industriale, attraverso alleanze
bipartisan con la classe politica di destra, di centro e di sinistra, legate da
sodalizi segreti presso circoli esclusivi, stanno cercando di riconquistare il
potere assoluto sui popoli, utilizzando come mezzo la democrazia rappresentativa
ed estromettendo le masse dalle decisioni più importanti, relative alle
strategie economiche e politiche da attuare per dominare il mondo, se
necessario cooptando le élites dei Paesi
emergenti.
Sul piano generale la costruzione di SuperStati è
perfettamente funzionale al modello capitalistico emergente, in cui è
fondamentale l'accentramento del potere in pochissime mani, su modello
presidenzialista, costruendo organismi non eletti, ma nominati, e relegando i
parlamenti al ruolo di notai di decisioni stabilite dalle lobbies dominanti e dalle tecnocrazie in sedi come la BCE.
Nella crisi italiana questi due fattori, il declino
delle classi dirigenti e quello della democrazia rappresentativa vanno di pari
passo.
Il famigerato piano di rinascita nazionale di Licio
Gelli sembra, ormai, il programma dei governi di destra o di larghe intese. In un
punto del Programma si affermava di voler arrivare a due partiti, l’uno
progressista e l’altro conservatore, entrambi eterodiretti per fare gli
interessi di queste élites.
Ci siamo arrivati e, forse, siamo anche oltre le
intenzioni di Gelli!
In un Paese dove si elimina, per decreto, lo studio
della storia dell’arte, impoverendo, ulteriormente, la scuola si offre una
formazione professionale assolutamente insufficiente ai giovani, si precarizza
il lavoro e si crea l’università d’élite,
le masse vanno cloroformizzate, anche usando a sproposito la cara memoria dei
partigiani. Mentre si discute sul sesso degli angeli, dai salotti buoni della
sinistra non una parola esce a favore di chi crea ricchezza, che si tratti di
operai o di tecnici come di piccoli imprenditori o di lavoratori indipendenti, rovinati
dalle banche o a stipendio dimezzato. Queste categorie, alle quali si
aggiungono milioni di poveri disoccupati e di anziani incapienti, il cui
reddito non garantisce neppure la riproduzione dell’essere umano sono esclusi
dalla programmazione di governo e dall’attuale legislazione, che prevede per
loro bonus di poche centinaia di euro,
l’anno, e nega ai disoccupati di lungo periodo o occupati in piccole aziende qualsiasi
mezzo di sussistenza. Da questo punto di vista la crisi ha solo accelerato un’assenza
di politiche sociali che durava da venti anni, che era legata all’ideologia
neoliberista in versione berlusconiana. Un’ideologia, i cui effetti sul piano
delle politiche sociali del lavoro e della solidarietà sono vivi e operano oggi
a destra come a sinistra. La crisi sistemica va di pari passo con quella morale
e spirituale, investe tutto il corpo sociale anche se vi sono consistenti
settori che cercano un’alternativa possibile. Di
fronte a un pensiero unico, potenzialmente totalitario, che si serve dei media,
a lui quasi totalmente asserviti, e di fronte a un cambiamento radicale degli
scenari sociali l’alternativa potrebbe essere uno scivolamento verso forme di
potere autoritario oppure la ricostruzione dal basso e probabilmente fuori da
qualsiasi quadro istituzionale, un’alternativa possibile cosi come stanno
cercando di fare i popoli in America Latina o nel corso delle primavere arabe,
gettando via i vecchi sclerotici partiti dell’estrema sinistra ormai residuali
o passati al nemico, utilizzando forme di democrazia partecipativa come è il
caso del Movimento 5 Stelle o della nuova sinistra di Tsipras. Personalmente
trovo entrambe le forze ancora deboli, la prima sul piano del programma
politico a causa del nazionalismo che impregna il movimento di massa in Italia,
mentre il secondo rappresenta una risposta ancora inserita nel sistema. Queste forze assieme ai movimenti di massa
nei quali sono inserite sono l’unica via di scampo per la vita della nostra
democrazia. Se prendiamo come punti di riferimento i partiti e gli uomini, le
donne, che hanno rappresentato la politica, l’amministrazione e ogni forma di
potere fatta eccezione per la magistratura, rappresentano pienamente non più
del 30% degli italiani, in altri termini, il blocco sociale che, in qualche
modo, ancora si nutre della politica o che ancora si fida di questi cosiddetti “rappresentanti
del popolo”. Si può ben dire che se non si affermano nuove forme di reale
rappresentanza delle esigenze delle masse, dei ceti medi, la democrazia
italiana è morta, come ha riferito recentemente anche Noam Chomsky: è solo l’ombra
di quello che era fino al decesso della tanto vituperata Prima Repubblica, in
cui, però, le decisioni non venivano mai prese senza l’assenso di chi bene o
male rappresentava i ceti popolari, che, ora, non vengono neppure consultati.
Intorno al 1960, il tentativo da parte della DC di far approvare una legge
elettorale, con premio di maggioranza, scatenò moti di ribellione popolare, a
capo dei quali vi era il PCI e la CGIL, tanto che, in Parlamento, Randolfo
Pacciardi si prese un colpo, che lo mandò in ospedale, mentre maggioranza e
opposizione si sfidavano con insulti schiaffi e quant’altro. Pietro Ingrao fu
malmenato dalla celere che non lo riconobbe e lo picchiò insieme agli operai e
agli impiegati scesi in piazza Montecitorio a manifestare contro la legge
truffa. La legge fu, poi, approvata, ma durò poco e presto tornò il “mattarellum”
con la proporzionale pura che rispecchiava il numero dei voti presi.
A quel tempo, nonostante gli scontri in piazza, però,
comunisti, socialisti e democristiani erano uniti dalla fedeltà alla
Costituzione e dai valori comuni, che, oggi, non vedo né a destra né a sinistra.
Vi furono, sempre, tentativi di svilire la Costituzione reale e di applicare
norme che, in qualche modo, ne oscurassero i valori più “rivoluzionari”
rispetto al vecchio Stato liberale, in particolare l’uguaglianza, le pari
dignità tra uomo e donna e la dignità del lavoro, valori, che, oggi, sono
continuamente negati da una politica neoliberista, che santifica il profitto privato, fino a
negare all’impresa ogni valore sociale. Chi, però, si limitasse a criticare semplicemente
la deriva neoliberista, proponendo una alternativa nel sistema commetterebbe un
errore fatale. Qui o si costruisce un altro sistema economico sociale e
politico o si muore strangolati dalla finanza.
Le masse popolari devono ritornare al centro dell’azione
politica, devono ritornare soggetto attivo di trasformazione del mondo,
altrimenti le élites tecnocratiche di
destra e di sinistra avranno il dominio del mondo ricostruendo l'Ancien Régime, in cui una minoranza
decide tutto e una maggioranza può solo scegliere da quale parte dell'élite farsi governare. Il punto zero di popolarità,
che ha assunto il Parlamento in questo periodo, è l’autoesclusione del 50%
degli aventi diritto dal voto alle politiche e un campanello di allarme
importante. Siamo, di fatto, già in mano a una élite autonominata che sforma decreti come il fornaio sforna
rosette, che è superprotetta dalla tecnocrazia del FMI, della Banca Centrale
Europea, che appartiene a note società segrete, che ordina al Parlamento di far
passare i decreti legge per forza, altrimenti vi è la tagliola, che estromette
dalla contrattazione sindacale chi non gli piace, che scarcera gli amici e gli
amici degli amici senza toccare due leggi assurde come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi,
che ha legalizzato il gioco d’azzardo e vuole legalizzare la prostituzione.
Si apre una nuova fase post-ideologica per la stragrande
maggioranza dei cittadini, in cui vi è la possibilità di riacquistare la propria
sovranità, ristabilendo la Costituzione del 1946, costruendo, però, nuovi
soggetti politici, che non possono più essere i vecchi partiti, ormai,
centrifugati nel pensiero unico e succubi del Nuovo Ordine Mondiale. Compresa
la vecchia estrema sinistra, che ha fatto una fine miserevole non riuscendo a
cambiare nulla, mentre i cittadini si sono mossi con mezzi da loro costruiti e
organismi creati dal basso come il popolo viola, gli indignados o lo stesso
Movimento 5 stelle. Il sucesso di quest’ultimo è direttamente proporzionale al
cinismo delle élites politiche di
fronte alla sofferenza sociale, agli occhi di una bambina che piange perché i
suoi genitori non possono riscaldare la casa o di una ragazza che deve
abbandonare l’Università perché suo padre e sua madre sono stati messi in cassa
integrazione.
Vi sono stati dei periodi storici, come gli anni
Cinquanta, in cui, in Italia, la povertà era endemica, ma esisteva la speranza!
Gli operai con la quinta elementare facevano
prendere la qualifica professionale ai propri ragazzi e alle proprie ragazze, i
giovani venivano subito assunti, anche se con bassi salari e le donne avevano
quattro o cinque figli per famiglia. Si facevano enormi sacrifici, si lavorava
in casa come sarta in nero, cucendo vestiti per 2mila o 3mila lire dell’epoca,
che consentivano di fare la spesa per tre giorni.
Oggi, invece, abbiamo la possibilità di prendere un
volo low cost per andare in
Inghilterra con la paga di due giorni di lavoro, ma non abbiamo garanzie per il
domani: abbiamo il superfluo senza il necessario e, soprattutto, non abbiamo la
pace!
I nostri cuori sono agitati da una crisi morale
senza fine, dalla povertà che vediamo appena usciamo di casa e la povertà
genera insicurezza, paura, chiusura. Qualcosa che alimenta la destra, la
ricerca del capo carismatico dell'uomo d’ordine, cui delegare le scelte.
Speriamo che non arrivi mai e che ogni cittadino
sappia riprendersi, con mezzi nuovi, la propria sovranità, la propria libertà,
la propria capacita di amare il prossimo almeno quanto ama se stesso.
Uscire dalla deriva autoritaria si può e si deve,
altrimenti la democrazia scivolerà verso un tipo di governo semi-dittatoriale
come, già, oggi, accade in Russia e in altri Paesi emergenti.
Amina Donatella Salina


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