sabato 8 marzo 2014

DONNA NON SI NASCE, SI DIVIENE di Daniela Zini


  



“Quella tra maschile o femminile”,



scrive Sigmund Freud,



“è la prima distinzione che viene fatta quando si incontra un essere umano.”



Come si diviene un uomo o una donna?

Chi decide della nostra identità sessuale: i nostri geni?

I nostri ormoni?

La nostra società?

La nostra famiglia?



“On ne naît pas femme, on le devient (1). ”,



proclamava Simone de Beauvoir, un aforisma che conteneva il suo corollario:



“On ne naît pas homme, on le devient.”



È indubbio che, dalla nascita, le ragazze e i ragazzi siano accolti in modo diverso e allevati secondo criteri culturali che sono divenuti stereotipi.

Se esiste una differenza cromosomica, XX per le donne, XY per gli uomini, produciamo tutti ormoni maschili e femminili. Siamo tutti esseri androgini nel senso etimologico del termine, vale a dire siamo tutti bisessuali.



“Che cosa ci rende donna? Un ormone, l’estrogeno. Che cosa ci rende uomo ? Il testosterone. Se è così, si può acquistare il proprio sesso in farmacia.”,



asserisce Kate Bornstein, il filosofo del transgenerismo, nata Albert, che dopo avere cambiato sesso, si era resa conto che il genere non è che una costruzione dello spirito e non dipende dalla biologia.



“Io accettavo il sistema binario dei due generi come tutti. È più tardi che ho compreso che il sesso e il genere erano due cose diverse, che il sentimento di identità sessuale è essenzialmente determinato dalla cultura.”



Ora, la nostra cultura ci ha modellati per soffocare la nostra androginia, per annichilire quello che vi è di simile tra uomini e donne e trattenere solo quello che ci separa come aveva dimostrato brillantemente Elisabeth Badinter in L’uno è l’altro.

Oggi, gli uomini non si interrogano più sulla loro identità profonda?

Salvo incidenti, ogni individuo obbedisce alle leggi della genetica e della fisiologia che creano, nella nostra specie, maschi e femmine. Ma lo sguardo dei nostri genitori, della intera società, ci plasma nella nostra intimità.

E se la differenza dei sessi struttura il pensiero umano, si possono cambiare i rapporti del maschile e del femminile?

Quando inizia una vita di donna?

Dalla nascita, quando il nostro sesso ci assegna immediatamente un posto, una traiettoria, un destino?

Nel lento e permanente confronto ai codici sessuali del nostro tessuto sociale?

Il giorno delle prime mestruazioni?

La notte delle nozze?

Quando si firma in basso all’atto del divorzio?
 



Conoscete Ali Salim?

O, forse, la Begum Nawazish Ali?

No?

Eppure, sono molto conosciuti da milioni di telespettatori, perché sono una sola persona.

Ali Salim è, forse, il travestito più controverso del mondo.

Ed è pakistano!

Quando parla, rompe tutti i tabù dell’islam.

Il Pakistan è conosciuto per essere una dittatura militare e un paese nel quale l’islam occupa un ruolo di primaria importanza sulla scena pubblica e nella sfera privata. Inutile dire che non si scherza con la morale: i due sessi non si confondono e il terzo genere non ha veramente droit de cité.

Dal 2005, tutti i sabati, Ali Salim, alias Begum Nawazish Ali, transessuale di trenta anni, anima, nei panni di una vedova quarantenne in sari, le unghie smaltate e gli occhi oltraggiosamente truccati, un talk-show dal tono decisamente osé, il Late Night Show with Begum Nawazish, sul canale privato Aaj TV. La maggior parte dei suoi invitati, del genere “molto rispettabile” e anche un pò collets-montés sembrano, talvolta, “disarcionati”, ma si piegano di buon grado alle sue interviste perché lo show è uno dei più popolari del paese.

Il modello politico del presentatore?

Benazir Bhutto, unica donna ad avere ricoperto, per ben due volte, la carica di primo ministro del paese, dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996. La transessualità del presentatore permette paradossalmente alla trasmissione di esistere, perché una vera donna non potrebbe affrontare liberamente i soggetti che Ali Salim si permette di trattare. Figlio di un colonnello, in uno dei paesi più religiosi al mondo, dove l’omosessualità è ancora ufficialmente punita con l’ergastolo, Ali Salim sostiene di non aver mai ricevuto alcuna minaccia. Resta da sapere se, con la sua presenza sui media, arriverà a fare accettare quella dei travestiti nel resto della società.

I travestiti, anche chiamati hijras (2) in Asia Minore, esistono in questa regione da secoli. Come tutti i transessuali che non si vedono riconoscere il loro sesso riassegnato, i transessuali pakistani incontrano problemi di integrazione sociale nella misura in cui le loro carte di identità non concordano con il loro sesso apparente. Nati in ambienti poveri, sono particolarmente soggetti alle vessazioni della polizia e obbligati a guadagnarsi da vivere mendicando e prostituendosi.

Il 24 dicembre scorso, l’avvocato Mohammad Aslam Khaki, che aveva presentato una petizione alla Corte Suprema per il riconoscimento dei diritti dei travestiti e dei transessuali, ha annunciato:



“Il giudice Iftikhar Muhammad Chaudhry, presidente della Corte Suprema del Pakistan, ha ordinato al governo pakistano di aggiungere un terzo genere sulle carte di identità nazionali.”



Il giudice ha anche ordinato al governo di mettere in atto una strategia atta a proteggere gli hijras dalle aggressioni della polizia e ad aiutarli a fare valere i propri diritti in materia di eredità.

Commentando la decisione, Almas Bobby, presidente di una associazione hijra, ha dichiarato alla agenzia Reuters:



“È un grande passo verso il rispetto della nostra identità nella società: lentamente, le persone riconoscono che anche noi siamo esseri umani.”



In India, in novembre, al termine di una lunga campagna, gli hijras (3) hanno ottenuto di potere essere registrati come “altri” – distinti dagli uomini e dalle donne – sulle liste elettorali e sulle carte di identità. In luglio, l’Alta Corte di Nuova Delhi aveva depenalizzato le relazioni sessuali tra omosessuali adulti consenzienti, dichiarando incostituzionale un divieto dell’omosessualità, risalente all’epoca coloniale. 

L’abito non fa il monaco, si dice…

L’Abate de Choisy, il Cavaliere d'Eon, Mademoiselle de Maupin, celebre cantante all’Opéra di Parigi, la Marchesa Mathilde de Morny rifiutavano il conformismo del loro genere e avevano l’abitudine di indossare gli abiti dell’altro sesso. Lungi dall’essere emarginati, conducevano sovente la loro vita alla luce del sole.

Vestito da donna, l’Abate François-Timoléon de Choisy, scrisse la sua Histoire de l'Eglise, in undici volumi; ma viveva la sua sessualità al maschile ed ebbe un figlio dalla sua domestica, vestita da conte.

Il Cavaliere d’Eon, al servizio di Luigi XIV in Inghilterra, viveva al maschile e al femminile. Alla sua morte, a Londra, le scommesse sul suo sesso raggiunsero una cifra record. Per quaranta anni, visse con un’identità maschile, poi, fino alla morte, fu la “Cavaliera” d’Eon, l’unica donna della storia di Francia ad avere portato la croce di San Luigi, la più alta decorazione militare dell’epoca.

Quanto a Mademoiselle de Maupin, si divertiva anche lei a recitare una doppia identità. La sua vita fu un romanzo, che ispirò Théophile Gautier.

E che dire delle donne soldato, queste amazzoni dei secoli passati?

Per dimostrare che il potere non ha niente a che vedere con il sesso biologico, la Zarina Elisabetta di Russia esigeva che, ogni martedì, la sua corte cambiasse genere in occasione del “ballo delle metamorfosi”.

Oggi i parametri del maschile e del femminile sono rimessi in questione e scopriamo che il sesso biologico non determina forzatamente il genere, che la nostra identità culturale è un ruolo appreso, il prodotto delle nostre circostanze.






Note :

(1) “On ne naît pas femme, on le devient.”

scriveva molto giustamente Simone de Beauvoir, o non lo si diviene mai più. Questa celebre frase, che riprendeva il precetto di Tertulliano, poi di Erasmo nel Rinascimento, è la prima del libro Le Deuxième Sexe, apparso nel 1949, che fu, secondo la giornalista Natacha Polony:

“Il primo ad avere considerato realmente questa parte totalmente inesplorata che era il continente femminile.”

(2) Hijra, in urdu, ermafrodita.

(3) Non esiste un censimento affidabile sul numero degli hijras o aravanis in India, ma si stima che siano circa un milione.




  Daniela Zini

Copyright © 24 marzo 2010 ADZ

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