Il tema e il soggetto è il concetto di
corruzione all’opera. Vale a dire, come il concetto influenza le azioni, il
pensiero, la condotta, il linguaggio – nei processi penali, nei testi legali,
nelle norme amministrative, negli slogan e nelle campagne politiche, nelle
confessioni, nelle prediche, sui giornali e nei diari.
Il significato centrale di tangente è
allettare con una retribuzione indebita un funzionario perché svolga una
mansione pubblica che dovrebbe essere gratuita. Se gli elementi vengono presi
in modo sufficientemente astratto, il concetto resta notevolmente costante. Gli
elementi concreti costitutivi – che cosa significa “allettamento”, che cos’è
una “retribuzione indebita”, cosa significa “funzione pubblica”, quali sono le
mansioni che “devono essere esercitate gratuitamente” – cambiano da cultura a
cultura. Il concetto di corruzione si restringe o si allarga a seconda delle
convenzioni, delle leggi, degli usi. Pur essendo relativo, non è mai del tutto
assente. L’idea ricorre nella Gerusalemme
del dopo esilio, nella tarda Repubblica romana, nella Ravenna imperiale,
nello Yorkshire del VII secolo, nella Parigi del XIII, nella Londra del XVII, nella Calcutta del
XVIII, nella Washington del XIX e nella Tokio del XX. Non è necessario forzare
il concetto per vederlo ricorrere in culture tanto diverse l’una dall’altra.
Essendo un concetto legale, sono le leggi a
determinare ciò che è corruzione in una particolare società. La definizione
legale non si dimostra, tuttavia, di alcuna utilità che non sia superficiale.
La legge è l’editto promulgato da un princeps,
lo statuto scritto sui libri o, invece, ciò che viene realmente fatto
rispettare?
Se ci si attiene alla norma proclamata, si
rischia di scegliere un criterio di misura che, spesso si dimostra non reale.
Alla risposta che è legge quella che viene
applicata, segue la domanda: quanti processi ci vogliono perché una legge sia
fatta rispettare?
Basta il processo o è necessaria anche una
condanna?
Basta una dichiarazione di colpevolezza o
deve esserci una grave punizione?
La legge è applicata anche se a essere puniti
sono soltanto i piccoli trasgressori e non i grandi?
Quello dell’applicazione reale non è un
criterio semplice e chiaro.
Esplorare i diversi significati delle leggi
sulla corruzione conduce a percepire la tensione tra queste e la morale di una
comunità. In modo caratteristico, i principi morali nella pratica sono meno
esigenti – mentre espressi pubblicamente sono più esigenti – dell’applicazione
delle leggi. Spesso in una società la corruzione ha quattro diverse
definizioni: quella dei moralisti più avanzati; quella della legge scritta;
quella dell’applicazione della legge; quella della pratica comune. Dicendo che
è stato commesso un atto di corruzione, si dovrebbe sapere quale criterio si
sta usando. Il materiale concreto utilizzato in questo elaborato – processi,
confessioni, lettere, poesie – offre il grande vantaggio di vedere ciò che la
corruzione significa nei diversi contesti; di poter concludere con una certa sicurezza
quali siano i criteri in gioco e che significato abbia la corruzione per un
particolare giudice, poeta, politico o giornalista in una particolare società.
Questo elaborato, tuttavia, non è una storia
della corruzione, vale a dire una storia di tutti gli atti di corruzione o di
tutte le corruzioni famose. Un’impresa enciclopedica del genere sarebbe
altrettanto irrealizzabile nella pratica di una storia di una storia di tutti
gli omicidi famosi. Quella che interessa è l’idea e non i casi, anche se famosi,
del delitto. Se si è ricorso a dei processi è solo per la documentazione che
essi offrono del significato e dell’applicazione del concetto.
Un autore, che non ha a disposizione le
prove, non può emettere alcun verdetto certo di colpevolezza o di innocenza.
Non è questo lo scopo dell’elaborato. Tuttavia, la nostra costituzione o
formazione è tale che ci è difficile resistere alla domanda:
“È colpevole?”.
Ogni volta che ho preso in considerazione un
processo o un’accusa, non ho evitato di dare il mio parere sulla colpevolezza
dell’accusato. Nuove prove o nuove analisi potrebbero contraddire le mie
conclusioni. Ciò non comprometterebbe il valore dei casi in quanto
illustrazioni del concetto in azione.
Quella cui, invece, ho resistito è una
tentazione quasi altrettanto irresistibile, quella di quantificare.
L’argomentazione morale moderna, per non menzionare la sociologia e la
criminologia, si basa molto sui numeri citabili. Parlando di corruzione, vale a
dire di una transazione economica, i numeri dovrebbero esservi. I turisti e i
giornalisti non si fanno molto scrupolo a dichiarare che una società è
“corrotta” o “molto corrotta”. Gli storici e i politologi non sono stati da
meno. Si dovrebbe pensare che i giudizi certi siano basati su cifre.
Una quantificazione non è inconcepibile. Non
è, tuttavia, mai stata tentata sistematicamente. Non esistono serie di cifre
per cui si può concludere che l’Impero romano, a esempio, fosse più o meno
corrotto dell’Impero cinese o degli Stati Uniti. In mancanza di dati è sbagliato,
ritengo, creare una certezza illusoria usando dei termini di paragone.
Il giudizio sulla corruzione di una società
non ha bisogno di fondarsi su basi statistiche. Ma sono numerosi i fattori che
concorrono a rendere difficile un giudizio non quantificato.
In primo luogo, l’atto è sia criminale che
consensuale; la vittima, quando vi è, non è a conoscenza che vi è stato un
accordo che l’ha danneggiata; di conseguenza un gran numero di atti di
corruzione non vengono scoperti.
Secondo, le accuse di corruzione hanno spesso
una motivazione politica o vengono mosse per soddisfare certi bisogni sociali o
psicologici; non è l’accusa a provare che vi è stata realmente corruzione.
Terzo, l’entità dell’attenzione legale
dedicata alla corruzione è fuorviante. Una società, tollerante o addirittura
cieca nei confronti di molte reciprocità, può dare l’impressione di essere
integra. Un’altra società, invece, può definire, legiferare e perseguire la
corruzione in modo tale da dare l’impressione di essere totalmente corrotta. È
un errore corrente quello di usare il numero delle leggi o delle condanne, come
indice della corruzione.
Quarto, alcuni critici hanno una forte
inclinazione a esagerare la corruzione del loro tempo, altri, invece, a
denigrare il passato o i membri di altre etnie, religioni o classi. Tali
critiche verranno., quindi, usate per dimostrare che la corruzione è peggiore
oggi che un tempo o, viceversa, che è peggiore presso certi gruppi piuttosto
che altri. Le denunce emotive finiscono così per assumere il ruolo di prove.
Quinto, vi è l’errore per cui un uomo
corrotto lo deve essere completamente – la convinzione, vale a dire, che i vizi
siano collegati tra loro e che se un uomo non è corrotto sotto ogni aspetto,
non può avere a che fare con bustarelle o tangenti. Un giudizio morale del
genere è smentito da quegli ottimi padri di famiglia o illustri geni che
accettano o pagano tangenti. Francio Bacon, Samuel Pepys, Warren Hastings, non
sono solo considerati uomini rispettabili, ma degli eroi – rispettivamente i
fondatori, secondo i loro estimatori, della scienza inglese, della marina
inglese e dell’India inglese. Bacon era corrotto secondo i criteri con cui
veniva applicata la legge; Pepys lo era secondo i propri criteri personali;
Hastings secondo quelli delle leggi future. I loro apologeti hanno sempre
esitato a chiamare le loro azioni con il loro nome. Nei confronti di coloro che
sborsavano il prezzo della corruzione il giudizio è sempre stato ancora più
comprensivo, in quanto veniva sotto sotto supposto che fossero vittime di
estorsioni.
Nel caso, poi, di persone fondamentalmente
giuste, il giudizio è stato del tutto sospeso.
Chi pensa a Thomas Becket o a John Quincy
Adams come corruttori?
L’errore dell’idea di un uomo perfettamente
corrotto impedisce di scorgere la corruzione in transazioni che, valutate
almeno con uno dei metri del tempo, erano corrotte anche se eseguite da uomini di
altrimenti eminenti virtù.
Infine, è molto difficile, per chi si accosta
da viaggiatore o studioso, accettare i criteri propri di una società. Le
tangenti sono una specie di reciprocità. La vita umana è piena di reciprocità.
Nelle diverse culture anche le reciprocità che sono considerate corruzione sono
diverse per intenzione, forma e contesto. È la considerazione culturale dei
vari elementi costitutivi a decidere ciò che è corruzione. L’osservatore
esterno a una cultura o quello interno cinico e rigorista è portato a vedere le
differenze convenzionali come arbitrarie e a ridurre le reciprocità di un certo
tipo alla corruzione – a considerare, in altri termini, ogni dono a un
funzionario una tangente. Così facendo, si impongono criteri esterni e si
arriva a dei giudizi che non avrebbero senso se fossero utilizzate le norme
proprie di quella cultura.
Tutti questi motivi di errore indicano che
bisogna essere cauti nel generalizzare sull’incidenza della corruzione in una
determinata società.
Ho spiegato qual è il tema e quali le fonti.
È necessario che dica perché la corruzione è
interessante?
Daniela Zini
Copyright © 2014 ADZ
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