lunedì 15 settembre 2014

IN NOME DI DIO, IL CLEMENTE, IL MISERICORDIOSO di Daniela Zini



IN NOME DI DIO,
IL CLEMENTE, 
IL MISERICORDIOSO

di
Daniela Zini


“Fratello, se tu differisci da me, tu mi arricchisci.”,
aveva scritto Antoine de Saint-Exupéry.
Se la saggezza e l’assennatezza, contenute in queste nove parole, fossero state osservate dagli uomini, la nostra Storia e il nostro Presente avrebbero avuto un altro assetto.
Ma non è così.
La differenza, anziché arricchire gli uomini, li ha divisi e li ha messi gli Uni contro gli Altri. Se si ripercorre la Storia fino a oggi, la constatazione più sorprendente che si impone è che la caratteristica principale, che marca i rapporti umani, è la violenza. In termini di intensità della violenza, di vastità dei danni umani e materiali, di distesa geografica dei conflitti e di varietà delle loro cause, il XX secolo detiene, senza dubbio alcuno, il primato.
In un solo giorno, il 22 agosto 1914, non meno di 27mila soldati francesi morirono, e per la sola giornata del primo luglio del 1916, 20mila soldati britannici caddero sul campo di battaglia in un’orgia di violenza, aggravata dal perfezionamento tecnico dell’equipaggiamento e dall’entrata, per la prima volta, nella Storia, degli aerei nei combattimenti.
La guerra 1939-1945 ha scatenato la violenza su scala mondiale. Causando più di 60 milioni di vittime, il secondo conflitto mondiale si è concluso con una forma di violenza inedita e terrificante: due bombe nucleari furono lanciate, il 6 agosto 1945, su Hiroshima e, il 9 agosto 1945, su Nagasaki, provocando, l’agonia e la morte di centinaia di migliaia di giapponesi in condizioni atroci.
Iniziato nella violenza, con il conflitto del 1914-1918, il XX secolo si è concluso nella violenza con le guerre impietose che hanno seguito la frantumazione dell’ex-Jugoslavia.
La reputazione violenta del XX secolo non si è smentita, in Africa, dove le guerre fratricide hanno conosciuto il loro apogeo con il genocidio in Rwanda, che ha fatto circa un milione di vittime, uccise, per la maggior parte, a colpi di macete, nella metà degli anni 1990.
Ma la violenza più impietosa, più costante e più cieca resta quella scatenata in nome di Dio.
La violenza religiosa è, senza dubbio, anteriore alle tre religioni monoteiste.
Il sacrificio umano era una forma brutale e orrenda della violenza religiosa, anche se il filosofo francese René Girard lo considera un progresso, attraverso il quale l’Umanità ha tentato di canalizzare questa violenza, trasformandola “da una violenza di tutti contro tutti in una violenza di tutti contro uno”, indicando, così, la via alla genesi delle condizioni necessarie alla vita sociale.
La violenza religiosa inflitta ai “nemici di Dio” prende, sovente, il carattere di una crudeltà straordinaria. L’inquisitore, il crociato e il jihadista islamico, che si autoproclamano servitori di Dio, si lanciano in una guerra totale contro coloro che considerano nemici della loro fede. Il senso della misura e il sentimento della pietà sono assenti dalla guerra religiosa. I suoi protagonisti divengono illuminati, la cui intensità di fede è proporzionale all’intensità di crudeltà, con la quale trattano i loro nemici. In altri termini, più l’inquisitore, il crociato o il jihadista islamico si mostrano impietosi con coloro che considerano eretici, nemici di Dio o infedeli, meglio, pensano di servire il loro Dio.


L’ossessione degli illuminati di Al-Qaida di versare, gratuitamente, il massimo sangue possibile – poco importa che questo sangue sia di un infedele straniero, di un poliziotto, di un soldato o di un semplice passante – è visibile negli stratagemmi, ai quali ricorrono, nelle guerre, in cui sono implicati, particolarmente, quelle dell’Iraq e della Siria. Uno di questi stratagemmi consiste nell’inviare un primo kamikaze a farsi esplodere tra la folla e un secondo kamikaze, nel momento in cui i soccorritori iniziano a evacuare i feriti del primo attentato. Un altro stratagemma non meno agghiacciante consiste nell’inviare un kamikaze a farsi esplodere durante un funerale, tra la folla, che accompagna il morto alla sua ultima dimora.
Questi atti di inumanità e di orrore compiuti da questi “servitori di Dio”, mi evocano un evento della storia tumultuosa della Russia dell’inizio del XX secolo, un evento che segnò talmente lo scrittore Albert Camus da indurlo a farne il tema centrale di una sua opera, Les Justes. 
Nel 1905, un giovane terrorista di nome Yanek Kaliayev, membro dell’Organizzazione di Combattimento del Partito Socialista Rivoluzionario, aveva rifiutato di lanciare una bomba contro il granduca Sergio, zio dello zar Nicola II, perché in compagnia di due bambini. Qualche giorno più tardi, Kaliayev aveva portato a termine, con successo, l’attentato contro il granduca, quando questi era solo.
Camus era, al tempo stesso, affascinato e orripilato dal gesto di  Kaliayev. Affascinato perché il giovane terrorista, che cercava di servire la causa rivoluzionaria, si preoccupava, egualmente, di fare il minore numero possibile di vittime. Ma anche orripilato, perché financo la morte di un solo essere umano, sacrificato per un ideale, gli era inaccettabile.
Per Albert Camus il terrorismo è indifendibile quali che siano i suoi fini propagandati.
La vita di un innocente ha più peso e più valore di un ideale che si rivela, il più sovente, un miraggio; tale è l’idea centrale intorno alla quale è costruita la pièce di Albert Camus, ispirata all’attentato perpetrato, nel 1905, contro lo zio dello zar.
Se Camus era orripilato dalla morte di un solo uomo ucciso per un fine politico ben preciso, quale sarebbe stata la sua reazione se avesse assistito ai massacri massivi di innocenti, perpetrati in nome di Dio da Al-Qaida?
Quale sarebbe stata la sua reazione nel vedere giovani nel fiore degli anni cingersi di esplosivi e tentare di introdursi in alberghi per massacrare pacifici turisti?
Meno di tre decenni prima dell’azione terrorista di Yanek Kaliayev, Fedor Michajlovic Dostoevskij, ne I Fratelli Karamazov, difendeva, con i denti e con le unghie, l’idea che “se Dio non esistesse, tutto sarebbe permesso”. Questa idea centrale del pensiero politico-religioso del grande scrittore russo non trova riscontro né nell’estremismo di Kaliyaev né in quello del terrorista di Al-Qaida.
Kaliayev, il rivoluzionario ateo, aveva rimandato il lancio della bomba, perché il granduca era accompagnato da due bambini.


Il terrorista di Al-Qaida, che non pronuncia una sola frase senza farla precedere dalla formula:
“In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.”,
ricorre agli stratagemmi più empi per massacrare il numero massimo possibile di innocenti. Il terrorista islamico, molto pio, potrebbe rimandare l’esplosione della autobomba, se non avesse abbastanza innocenti da ridurre a brandelli.
La differenza tra il terrorista ateo Yanek Kaliayev e il terrorista pio, Osama bin Laden, è che a una delle domande fondamentali che l’Umanità si è, sempre, posta:
“Vi è un limite da non superare?”,
il primo risponde “sì”, il secondo risponde “no”. 


Daniela Zini
Copyright © 15 settembre 2014 ADZ
Chi può dire se, quando le strade si incontreranno, questo Amore sarà nel tuo cuore?


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