IN NOME DI DIO,
IL CLEMENTE,
IL MISERICORDIOSO
IL MISERICORDIOSO
di
Daniela Zini
“Fratello,
se tu differisci da me, tu mi arricchisci.”,
aveva
scritto Antoine de Saint-Exupéry.
Se la saggezza
e l’assennatezza, contenute in queste nove parole, fossero state osservate dagli
uomini, la nostra Storia e il nostro Presente avrebbero avuto un altro assetto.
Ma non
è così.
La
differenza, anziché arricchire gli uomini, li ha divisi e li ha messi gli Uni
contro gli Altri. Se si ripercorre la Storia fino a oggi, la constatazione
più sorprendente che si impone è che la caratteristica principale, che marca i
rapporti umani, è la violenza. In termini di intensità della violenza, di
vastità dei danni umani e materiali, di distesa geografica dei conflitti e
di varietà delle loro cause, il XX secolo detiene, senza dubbio alcuno, il
primato.
In un
solo giorno, il 22 agosto 1914, non meno di 27mila soldati francesi morirono, e
per la sola giornata del primo luglio del 1916, 20mila soldati britannici caddero
sul campo di battaglia in un’orgia di violenza, aggravata dal perfezionamento
tecnico dell’equipaggiamento e dall’entrata, per la prima volta, nella Storia,
degli aerei nei combattimenti.
La
guerra 1939-1945 ha
scatenato la violenza su scala mondiale. Causando più di 60 milioni di vittime,
il secondo conflitto mondiale si è concluso con una forma di violenza inedita e
terrificante: due bombe nucleari furono lanciate, il 6 agosto 1945, su
Hiroshima e, il 9 agosto 1945, su Nagasaki, provocando, l’agonia e la morte di
centinaia di migliaia di giapponesi in condizioni atroci.
Iniziato
nella violenza, con il conflitto del 1914-1918, il XX secolo si è concluso nella
violenza con le guerre impietose che hanno seguito la frantumazione dell’ex-Jugoslavia.
La
reputazione violenta del XX secolo non si è smentita, in Africa, dove le guerre
fratricide hanno conosciuto il loro apogeo con il genocidio in Rwanda, che ha
fatto circa un milione di vittime, uccise, per la maggior parte, a colpi di
macete, nella metà degli anni 1990.
Ma la
violenza più impietosa, più costante e più cieca resta quella scatenata in nome
di Dio.
La
violenza religiosa è, senza dubbio, anteriore alle tre religioni monoteiste.
Il
sacrificio umano era una forma brutale e orrenda della violenza religiosa,
anche se il filosofo francese René Girard lo considera un progresso,
attraverso il quale l’Umanità ha tentato di canalizzare questa violenza,
trasformandola “da una violenza di tutti contro tutti in una violenza di tutti contro
uno”, indicando, così, la via alla genesi delle condizioni necessarie
alla vita sociale.
La violenza
religiosa inflitta ai “nemici di Dio” prende, sovente, il carattere di una
crudeltà straordinaria. L’inquisitore, il crociato e il jihadista islamico, che
si autoproclamano servitori di Dio, si lanciano in una guerra totale contro
coloro che considerano nemici della loro fede. Il senso della misura e il sentimento
della pietà sono assenti dalla guerra religiosa. I suoi protagonisti divengono
illuminati, la cui intensità di fede è proporzionale all’intensità di crudeltà,
con la quale trattano i loro nemici. In altri termini, più l’inquisitore, il
crociato o il jihadista islamico si mostrano impietosi con coloro che
considerano eretici, nemici di Dio o infedeli, meglio, pensano di servire il loro
Dio.
L’ossessione
degli illuminati di Al-Qaida di versare, gratuitamente, il massimo sangue
possibile – poco importa che questo sangue sia di un infedele straniero, di un poliziotto,
di un soldato o di un semplice passante – è visibile negli stratagemmi,
ai quali ricorrono, nelle guerre, in cui sono implicati, particolarmente, quelle
dell’Iraq e della Siria. Uno di questi stratagemmi consiste nell’inviare un
primo kamikaze a farsi esplodere tra la folla e un secondo kamikaze, nel
momento in cui i soccorritori iniziano a evacuare i feriti del primo attentato.
Un altro stratagemma non meno agghiacciante consiste nell’inviare un kamikaze a
farsi esplodere durante un funerale, tra la folla, che accompagna il morto alla
sua ultima dimora.
Questi
atti di inumanità e di orrore compiuti da questi “servitori di Dio”, mi evocano
un evento della storia tumultuosa della Russia dell’inizio del XX secolo, un evento
che segnò talmente lo scrittore Albert Camus da indurlo a farne il tema
centrale di una sua opera, Les Justes.
Nel
1905, un giovane terrorista di nome Yanek Kaliayev, membro dell’Organizzazione
di Combattimento del Partito Socialista Rivoluzionario, aveva rifiutato di
lanciare una bomba contro il granduca Sergio, zio dello zar Nicola II, perché
in compagnia di due bambini. Qualche giorno più tardi, Kaliayev aveva portato a
termine, con successo, l’attentato contro il granduca, quando questi era solo.
Camus
era, al tempo stesso, affascinato e orripilato dal gesto di Kaliayev. Affascinato perché il giovane
terrorista, che cercava di servire la causa rivoluzionaria, si preoccupava,
egualmente, di fare il minore numero possibile di vittime. Ma anche orripilato,
perché financo la morte di un solo essere umano, sacrificato per un ideale, gli
era inaccettabile.
Per Albert
Camus il terrorismo è indifendibile quali che siano i suoi fini propagandati.
La vita
di un innocente ha più peso e più valore di un ideale che si rivela, il più
sovente, un miraggio; tale è l’idea centrale intorno alla quale è costruita la pièce di Albert Camus, ispirata
all’attentato perpetrato, nel 1905, contro lo zio dello zar.
Se
Camus era orripilato dalla morte di un solo uomo ucciso per un fine politico
ben preciso, quale sarebbe stata la sua reazione se avesse assistito ai
massacri massivi di innocenti, perpetrati in nome di Dio da Al-Qaida?
Quale
sarebbe stata la sua reazione nel vedere giovani nel fiore degli anni cingersi di
esplosivi e tentare di introdursi in alberghi per massacrare pacifici turisti?
Meno di
tre decenni prima dell’azione terrorista di Yanek Kaliayev, Fedor Michajlovic
Dostoevskij, ne I Fratelli Karamazov,
difendeva, con i denti e con le unghie, l’idea che “se Dio non esistesse, tutto sarebbe permesso”. Questa idea
centrale del pensiero politico-religioso del grande scrittore russo non trova
riscontro né nell’estremismo di Kaliyaev né in quello del terrorista di
Al-Qaida.
Kaliayev,
il rivoluzionario ateo, aveva rimandato il lancio della bomba, perché il
granduca era accompagnato da due bambini.
Il
terrorista di Al-Qaida, che non pronuncia una sola frase senza farla precedere
dalla formula:
“In
nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.”,
ricorre
agli stratagemmi più empi per massacrare il numero massimo possibile di innocenti. Il
terrorista islamico, molto pio, potrebbe rimandare l’esplosione della autobomba,
se non avesse abbastanza innocenti da ridurre a brandelli.
La
differenza tra il terrorista ateo Yanek Kaliayev e il terrorista pio, Osama bin
Laden, è che a una delle domande fondamentali che l’Umanità si è, sempre, posta:
“Vi è
un limite da non superare?”,
il primo
risponde “sì”, il secondo risponde “no”.
Daniela Zini
Copyright © 15 settembre 2014 ADZ
Chi può dire se, quando le strade si incontreranno, questo
Amore sarà nel tuo cuore?



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