“Tout crépuscule est double, aurore et soir. Cette formidable chrysalide que l’on appelle l’univers trésaille éternellement de sentir à la fois agoniser la chenille et s’éveiller le papillon.” Victor Hugo
“Io non ho in mio potere che ventisei soldatini di piombo, le ventisei lettere dell’alfabeto: io decreterò la mobilitazione, io leverò un esercito, io lotterò contro la morte.”
Nikos Kazantzakis
Entrando nella sede delle Nazioni Unite a New York si legge:
Bani adam a’za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.
Chu ‘ozvi be dard avard ruzgar,
Degar ‘ozvha ra namanad qarar.
To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.
I figli dell’Uomo sono parti di un unico corpo,
Originate dalla stessa essenza.
Se il destino arreca dolore a una sola,
Anche le altre ne risentono.
Tu, che del dolore altrui non ti curi,
Tu non sei degno di essere chiamato Uomo.
Abu ‘Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh Sa’di, Golestan
traduzione dal persiano di Daniela Zini
Dormire, dormire e sognare…
Sognare di una vita senza sofferenza e senza paura.
Sognare di Esseri capaci di amare oltre il limite, oltre la realtà, oltre ogni cosa, oltre la vita.
Fino dall’Antichità le donne scrittori hanno sognato una nuova era di pace mondiale.
Non ha alcun senso dire che le guerre sono una conseguenza del capitalismo o della malvagia natura degli uomini o dei sentimenti nazionalistici.
Certo, il produttore di armi e altri gruppi capitalistici possono avere interesse che scoppi una guerra, ma questo non significa che la loro volontà sia una determinante sufficiente a farla scoppiare. All’interno di ciascuno Stato i produttori di grano hanno interesse alla carestia, i costruttori di case hanno interesse che divampino incendi che distruggano città, ma non per questo si verifica la carestia o le nostre città sono distrutte dagli incendi. In ogni Stato l’ordinamento giuridico prevede argini che frenino e contengano le forze distruttrici pericolose per la vita collettiva. Le forze distruttrici prevalgono in campo internazionale solo perché mancano analoghi argini giuridici.
È probabile che, in certe occasioni, i gruppi capitalistici che ottengono l’appoggio dei governi per conseguire l’esclusività di alcuni mercati, l’appalto di lavori pubblici, l’emissione di prestiti e altri privilegi nei Paesi politicamente tanto deboli da subire l’influenza di potenze straniere, possano, senza volere la guerra, spingere a essa, facendo nascere attriti e alimentando pericolosi contrasti tra Stati. Ma anche questo avviene solo perché manca un ordine giuridico internazionale.
Se tutti gli uomini fossero animati nei loro reciproci rapporti da sentimenti di fraternità evangelica non vi sarebbe bisogno di alcuna forma di coazione legale.
L’ordinamento giuridico è, dunque, una necessità, tanto nei rapporti tra singoli individui, quanto nei rapporti tra singoli Stati.
D’altra parte i sentimenti nazionalistici anti-sociali non possono considerarsi caratteristiche psichiche innate. Sono frutto della politica: come la politica può ingenerarli, così può soffocarli.
Le lingue, le etnie, le religioni, i costumi diversi non impediscono una pacifica convivenza.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale vi fu un serio tentativo di assicurare la pace nel mondo con una nuova organizzazione internazionale.
Quel tentativo fece completo fallimento.
Perché?
Perché – dicono alcuni – gli Stati Uniti non vollero entrare nella Società delle Nazioni: mancando gli Stati Uniti, la Società delle Nazioni non aveva il prestigio e la forza sufficienti per mantenere l’ordine internazionale.
In verità, la partecipazione degli Stati Uniti non avrebbe potuto migliorare di molto la Società delle Nazioni. Gli Stati Uniti, conservando, come gli altri membri la loro assoluta sovranità, avrebbero cercato di adoperare anch’essi l’istituzione ginevrina per il raggiungimento dei loro obiettivi di politica nazionale.
Quando il Giappone invase la Manciuria, la Francia e l’Inghilterra impedirono che la questione fosse portata davanti all’assemblea della Società delle Nazioni, nonostante risultasse a tutti evidente l’aggressione, perché non volevano mettere in pericolo i loro possedimenti in Oriente. Quando si profilò la minaccia di un’aggressione dell’Abissinia da parte dell’Italia, il governo di Laval profittò della buona occasione per negoziare degli accordi a vantaggio della Francia, promettendo di non consentire altro che mere sanzioni collettive puramente simboliche, da cui lo Stato aggressore non avrebbe avuto alcun danno.
Se fossero stati presenti i rappresentanti americani nel consiglio della Società delle Nazioni avrebbero fatto, al pari dei loro colleghi inglesi e francesi, eloquenti discorsi sulla sicurezza indivisibile ma, in pratica, quando si fosse trattato di prendere delle decisioni, avrebbero guardato solo ai particolari interessi degli Stati Uniti, appoggiando – a seconda della convenienza – l’uno o l’altro dei diversi blocchi in contrasto, senza tenere conto alcuno del diritto e degli impegni presi con la firma del “covenant”.
Vi è, poi, chi ritiene che il fallimento della Società delle Nazioni si debba imputare a un difetto secondario, non essenziale, della sua struttura: non disponeva di una forza propria per esercitare la polizia internazionale. L’espressione “polizia internazionale”, quando viene adoperata in questo senso, è assai equivoca e porta facilmente fuori strada. le operazioni militari, anche se si fossero volute attuare, risultando tanto più costose e avendo tanta minore probabilità di successo quanto più potente era lo Stato che aveva violato la legge, molto facilmente sarebbero servite solo per imporre il rispetto dell’ordine giuridico alle piccole potenze, giammai a quelle maggiori – così il mantenimento dell’ordine internazionale sarebbe stato solo l’ipocrita veste per mascherare l’egemonia degli Stati più forti.
Pretendere di costituire una forza armata a disposizione di una Società delle Nazioni di cui facevano parte Stati sovrani, avrebbe, d’altra parte, significato mettere il carro davanti ai buoi, poiché le forze armate sono il mezzo per l’affermazione concreta della sovranità, nessuno Stato avrebbe voluto concorrere alla creazione di un esercito internazionale, atto a imporgli una volontà estranea alla propria.
E seppure, per assurdo, fosse stata superata questa difficoltà, come si sarebbe potuto praticamente organizzare un tale esercito?
La nomina del comandante in capo, l’obbedienza dei soldati nel caso in cui avessero dovuto applicare misure coattive contro i connazionali, la preparazione dei piani di guerra, sono tutte cose inconcepibili se non esiste un vero governo unitario incaricato della difesa, se i soldati non hanno una cittadinanza superstatale che si traduca in un senso di fedeltà a un tale governo e, infine, se non fosse stata eliminata ogni possibilità di guerra tra gli Stati associati.
Nella nostra infelice epoca, ogni istante che viviamo, è segnato da orribili exploits di guerra e il denaro, del quale avremmo tanto bisogno per debellare Fame e Malattia, dispensato in fumo dagli Stati, sotto la copertura di progetti, presunti scientifici, che malcelano lo scopo di accrescere la loro potenza militare e il loro potere di distruzione futura.
Noi non siamo capaci di controllare né la natura né noi stessi.
Quante guerre risultano dall'incomprensione dell'Altro?
Tutte!
La Seconda Guerra Mondiale ne è un triste esempio.
Un esempio inaudito di intolleranza e di incomprensione che ha portato all'esclusione di tutto un popolo.
La stupidità dell'uomo risiede nel compiacersi a restare ignorante e come dice Albert Einstein:
“Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana; ma per quel che riguarda l'universo, io non ne ho acquisito ancora la certezza assoluta.”
Roma, 20 gennaio 2014
Daniela Zini
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GENOCIDIO IV. IL GENOCIDIO ARMENO 1. La Strage degli Armeni: Giorni di Sangue sul Mussa Dagh di Daniela Zini
GENOCIDIO
Ὅταν βλέπω σε, προσκυνῶ, καί τούς λόγους,
τῆς παρθένου τόν οἶκον ἀστρῶον βλέπων
εἰς οὐρανόν γαρ ἐστί σου τά πράγματα,
Ὑπατία σεμνή, τῶν λόγων εὐμορφία,
ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως.
Παλλαδάς [319 ή το 360 – δεκαετία 390 ή 430]
“Que le XXIème ne soit plus, comme ce siècle qui s’achève, le temps des Etats criminels!”
Yves Ternon[1]
IV. IL GENOCIDIO ARMENO
1. La Strage degli Armeni: Giorni di Sangue sul Mussa Dagh
“La mia coscienza non mi permette di rimanere insensibile di fronte alla negazione della Grande Catastrofe subita dagli armeni dell’Impero ottomano. Rifiuto questa ingiustizia e da parte mia condivido i sentimenti e il dolore dei miei fratelli e sorelle armeni. A loro chiedo scusa.”
Nel dicembre del 2008, un gruppo di intellettuali turchi lanciava una petizione on-line per chiedere il riconoscimento ufficiale del Genocidio degli armeni all’inizio del secolo scorso in Turchia.
http://www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&link=160701
Rievochiamo una delle pagine più tragiche e meno conosciute della Storia del nostro secolo: la repressione delle minoranze etniche armene da parte dei turchi. La lotta, che registrò crudelissimi episodi, ebbe il suo terrificante culmine nel 1915, quando il resto del mondo era occupato a seguire i drammatici eventi della prima guerra mondiale. Tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915, il Comitato Centrale del partito Unione e Progresso, guidato da due medici - i dottori Nazim e Shakir - pianificò la totale soppressione degli armeni come popolo. Venne, così, creata la famigerata Organizzazione Speciale, una struttura paramilitare dipendente dal ministero della guerra, ufficialmente incaricata di operazioni spionistiche oltre confine, ma segretamente incaricata di sterminare gli armeni.
Il 10 ottobre scorso, dopo quasi un secolo di gelo, Turchia e Armenia hanno firmato, a Zurigo, uno storico accordo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. L’accordo dispone che venga riaperta la frontiera turco-armena, che vengano ristabilite relazioni diplomatiche tra i due Stati e che la questione del Genocidio armeno venga affidata a una commissione di storici per la sua indagine oggettiva.
In questo 95° anniversario del Genocidio armeno, non basta stigmatizzare la Turchia che persiste nella negazione del Genocidio armeno. Si devono anche comprendere le ragioni pervicaci di questa negazione e le complicità occidentali che l’hanno tenuta in vita fino a oggi. La tesi ufficiale turca respinge l’idea di Genocidio e avanza quella di una repressione effettuata in un contesto di guerra generale. Invoca un progetto di reimpiantazione degli armeni ottomani dell’est e non di deportazione, dopo che quegli stessi armeni, alleati dell’atavico nemico russo, avevano ucciso più di un milione di musulmani e 100.000 ebrei, per la maggior parte civili. E, tuttavia, massacri di armeni si erano già verificati, nel 1895-1896, sotto il regno del “sultano rosso”, Abdul Hamid II. Le testimonianze e le fonti diplomatiche che attestano la realtà del Genocidio sono respinte dal governo turco e gli archivi dell’epoca sono per il momento accessibili solo ai ricercatori non sospettati di derogare alla propaganda turca. Il riferimento alle uccisioni di ebrei da parte degli armeni – quando gli ebrei sono, a quell’epoca, appena qualche migliaio nella regione e le uccisioni non sono attestate da nessuna fonte – mira a mobilitare l’opinione pubblica ebrea al fianco della Turchia.
Nessuno nega che la storia ottomana sia stata percorsa da tensioni interetniche, talvolta forti, né che le potenze occidentali abbiano avuto l’abitudine di utilizzare le minoranze le une contro le altre per fiaccare il potere centrale o che gli armeni non abbiano nutrito velleità indipendentiste e abbiano vagheggiato la salvezza da parte dei russi. Ma, ci si può domandare se queste motivazioni giustifichino un Genocidio. Parimenti, si ha ancora tendenza a temporeggiare per chiarire se le deportazioni a ovest come a est degli armeni e il loro massacro siano o no un Genocidio.
E questo rappresenta già una negazione.
Sollevare una tale questione circa la sorte degli ebrei durante la seconda guerra mondiale sarebbe immediatamente e legittimamente percepito come negazionismo. Trattandosi degli armeni, non si pone il problema.
Perché?
Nel 1944, un avvocato ebreo di origine polacca, Raphael Lemkin, conia il neologismo di Genocidio, per definire i crimini perpetrati in Europa. La sua conoscenza dei massacri armeni del 1915, che cita a esempio, lo porta a definire il Genocidio come “ogni piano metodicamente coordinato per distruggere la vita e la cultura di un popolo e minacciare la sua unità biologica e spirituale”. Il termine – ufficialmente adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di Genocidio, approvata con risoluzione n. 260 A [III] del 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore il 12 gennaio 1951 – si adatta bene sia al massacro degli armeni sia al massacro degli ebrei e degli zingari. Ma la sua portata universale infastidisce quanti affermano l’assoluta unicità del Genocidio ebraico.
Esperti del Genocidio ebraico, quali Yehuda Bauer, riconoscono, tuttavia, in una dichiarazione del 24 aprile 1998, il carattere genocida del massacro armeno. Questo non toglie nulla alla specificità del Genocidio degli ebrei, ogni Genocidio è perpetrato secondo modalità particolari, legate all’ambiente e alla cultura del luogo e del momento. Al contrario, ricontestualizza il Genocidio degli ebrei nella storia del XX secolo e rammenta che, in materia, nessuna cultura, europea e non europea, cristiana o musulmana, si distingue per la sua volontà di annientamento di un popolo, di una razza, di un gruppo etnico. In mancanza di servire da lezione, questa messa in prospettiva ci ricorda almeno di cosa sia capace l’uomo, ci invita a darci i mezzi per premunirci contro la ripetizione dell’orrore attraverso la sensibilizzazione alla sofferenza dell’Altro e fa appello alla nostra responsabilità. Ne va del nostro onore di uomini non lasciar dissolvere in una scandalosa negazione un Genocidio che ha amputato un popolo delle sue forze vive, più di un milione di esseri di carne e di sangue.
Inizia nella notte del 24 aprile 1915: gendarmi turchi bussano alle porte di duecentoventicinque notabili armeni di Costantinopoli. Sono scienziati, scrittori, giornalisti, poeti, mercanti. È una visita attesa: l’odio razziale striscia da tempo in ogni angolo del paese. La campagna che lo gonfia è bene orchestrata. Si stringono antichi nodi, che, lo vedremo, sono stati intrecciati dal vecchio sovrano Abdul Hamid II [1842-1918]. L’inquietudine tormenta la minoranza armena che è cristiana. Il pugno forte dei giovani turchi, il cui aggancio progressista con l’Europa si ispira all’esasperato nazionalismo tedesco, ha bisogno di oro. Le ricchezze nascoste dai mercanti sono là. Non resta che coglierle.
L’occasione offre il pretesto per tagliare corto con rancori che covano da tempo. Il programma trova uno slogan: la risposta di Enver Pasha [1881-1922], ministro turco della guerra, a Mehmet Talat Bey [1874-1921], ministro dell’interno:
“Non dobbiamo preoccuparci di ciò che ci verrà chiesto tra tre o quattro anni. Se agiamo con raziocinio e decisione, tra tre o quattro anni non esisterà un problema armeno. Non vi saranno più armeni.”
Il massacro inizia in una tiepida notte di primavera: i notabili vengono lapidati, assassinati, decapitati, perfino squartati. Ora la strada del Genocidio è aperta. Un Genocidio programmato a freddo, che anticipa gli orrori dei lager hitleriani.
Gli armeni sono una minoranza etnica nel grande Impero ottomano. Sono concentrati nella culla della loro civiltà, l’Armenia, appunto, ma anche seminati nelle città turche, a Smirne, a Costantinopoli. Dietro la guerra santa dei musulmani non vi sono solo bramosie di ricchezze, stizze politiche, dissapori etnici. Adesso sappiamo che il kaiser aveva astutamente preparato un piano: esasperare il sentimento religioso di 300 milioni di musulmani per sollevarli contro l’Inghilterra, la Francia e la Russia. Il piano fallisce perché gli arabi e gli altri popoli asiatici non si accordano con il califfo turco. La collera si abbatte solo sugli armeni: a rileggere i documenti di quegli anni vi è da rabbrividire.
“Ogni musulmano”,
incita il sultano Mehmet Reshad V [fratello di Abdul Hamid]
“deve prestare solenne giuramento per impegnarsi a uccidere almeno tre o quattro cristiani della provincia. Chi obbedirà a questa legge divina sarà esentato dal giudizio finale e avrà meritato la vita eterna.”
In Europa infuria la guerra che inchioda gli eserciti nelle trincee. Il mondo spia angosciato quei fronti, non ha tempo di scorrere i rari dispacci diplomatici che filtrano da Costantinopoli. Solo verso l’estate le prime voci trapelano. A New York il giornale armeno Gotcnagh, a Baku il quotidiano Arev, il Balkanian Mamoul di Rostow o l’Horizon di Tiflis, prospettano in termini drammatici la persecuzione. Sono cronache che hanno sapore ottocentesco:
“Viaggiatori arrivati dalla Bulgaria assicurano che una sanguinosa oppressione è in corso in Turchia nei confronti della minoranza armena…”
Ma sono allarmi isolati. L’America pensa a Parigi minacciata dai tedeschi, la Russia ai suoi eserciti che avanzano con troppa calma.
Un avvenimento commuove l’opinione pubblica: poche righe strette in una colonna del periodico londinese il lingua armena Ararat riportano [novembre 1915] un comunicato della marina militare francese. L’impresa ha la data del 22 settembre.
“Perseguitati dai turchi, cinquemila armeni, tra cui tremila donne, vecchi e bambini, si erano rifugiati sul finire di luglio nel massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia, dove erano riusciti, fino ai primi di settembre, a tenere testa agli aggressori. Da allora, approvvigionamenti e munizioni iniziarono a venire meno ed erano sul punto di soccombere, quando riuscirono a segnalare a un incrociatore francese la loro grave situazione. Gli incrociatori della squadra francese che facevano il blocco delle coste della Siria, recarono subito soccorso e poterono assicurare lo sgombero di quel che restava dei cinquemila armeni. Vennero, poi, trasportati a Porto Said dove ricevettero le migliori accoglienze e furono installati in un accampamento provvisorio. Sappiamo che si tratta degli abitanti di sette villaggi della costa mediterranea di Alessandretta. La montagna che servì loro da trincea è, appunto, il Mussa Dagh, vale a dire la Montagna di Mosè.”
“È il solo avvenimento lieto nella tragedia nazionale degli armeni.”,
scrive lo storico inglese Arnold Toynbee in un sensazionale Libro Blu [Blue Book, 1915] che prepara per il governo britannico e con il quale riesce, finalmente, a far convergere gli sguardi del mondo sul massacro. Ed è un’avventura che ispira lo scrittore austriaco, ma nato a Praga, Franz Werfel [1890-1945]. Il suo romanzo, I quaranta giorni del Mussa Dagh [Die vierzig Tage des Musa Dagh, 1933], coglie un successo straordinario nell’Europa che avverte le angosce della strage ebraica. Il racconto è abbozzato, nel 1929, a Damasco: sono i ragazzi armeni sfruttati nelle fabbriche, per pochi soldi, a commuovere Werfel.
Nel 1933, l’opera è pronta. Già l’autore ne ha proposto dei brani in conferenze. A Lipsia, nel 1932, sceglie un capitolo particolarmente significativo: legge in pubblico il colloquio tra un sacerdote tedesco ed Enver Pasha. Il pastore chiede la fine della persecuzione. Gli risponde il ministro turco:
“La Germania ha pochi nemici interni, ma posto il caso che in altra circostanza ne avesse, supponiamo franco-alsaziani o ebrei, non approverebbe allora qualsiasi mezzo per liberarsi del nemico interno quando si è già assediati da nemici esterni?
Giudicherebbe crudeli le persecuzioni o l’isolamento delle popolazioni ostili in territori deserti oppure ben guardati?”
Risponde il prete:
“Se il governo del mio popolo procedesse contro i suoi conterranei di altra razza o di altra opinione, in modo ingiusto e illegale, io mi staccherei all’istante dalla Germania e andrei in America.”
E qui Werfel traccia profeticamente il suo destino.
A sua volta chiuso dai nazisti in un lager perché di origine ebrea e contrario pubblicamente al regime, Werfel riesce a fuggire con un gruppo di reclusi. La Svizzera, la Francia e, poi, l’America, quell’America che un altro esule, il famoso regista armeno Elia Kazan, invoca in un diario-romanzo. Questa volta la tragedia della povertà dei profughi, il duro lavoro dei bambini è visto da un protagonista.
“Racconto con i calli sulle mani”,
spiega Kazan, prospettando il sogno dell’irraggiungibile libertà che spera di godere oltreoceano.
Ma la questione armena nell’Impero ottomano nasce nell’aprile del 1915 o esiste una lunga incubazione che ne spieghi gli orrori?
È una vecchia storia.
Bisogna risalire agli anni di Abdul Hamid II [1842-1918]. La madre, Valide Sultan Tirimüjgün [1819–1852], originariamente chiamata Virjin, è una armena. Il padre, Abdul Mejid, rappresenta nello scacchiere politico del Mediterraneo la grande potenza ottomana, ma anche un esempio sconsolante di arretratezza. Trascorre gran parte del tempo nell’harem: tra i suoi divertimenti preferiti si ricorda quello di spaventare le cortigiane facendole inseguire da una turba di topi affamati. Abdul Hamid è più furbo, più sospettoso, più insinuante del genitore. Il suo fascino conquista i diplomatici, lo stesso kaiser ne è contaminato. La sua astuzia gioca i più colti rappresentanti dell’Europa. Schiacciato dalla presenza russa che, sotto il pretesto di difendere le comunità cristiane, vuole annettersi la Bulgaria e la Macedonia, il sultano fa trapelare a Inghilterra e Francia il pericolo delle ingombranti pretese zariste nel Mediterraneo. Suggerisce la santa battaglia. E l’idea piace alle ambizioni colonialistiche europee. A Londra, nel 1878, è in voga una canzoncina:
“I russi non avranno Costantinopoli.”
Intanto, Abdul Hamid è stanco della finzione democratica. Appena terminata la guerra contro la Russia, mentre l’Europa è distratta dalla crisi politica che il conflitto ha creato, resuscita l’assolutismo ottomano.
“Ho commesso un grave errore.”,
annuncia nello sciogliere un parlamento fantoccio.
“D’ora in avanti seguirò le orme di mio nonno, il sultano Mahmud, il quale seppe capire che soltanto con la forza si può muovere il popolo.”
La forza e le spie. Ne girano più di ventimila in tutto l’Impero. Abdul Hamid non si fida di nessuno e legge personalmente i loro rapporti che, spesso, sono malignità o vengono ispirati da vendette personali. Si seppellisce sotto una montagna di carta. Non vuole discutere neppure con i ministri. E prende decisioni che sbalordiscono per assurdità e crudeltà. In questo clima di terrore e di incertezza si inquadrano le prime persecuzioni armene. Poggiando il suo potere sulla collaborazione del più arretrato clero musulmano, fa della religione uno strumento del dispotismo.
La convivenza tra armeni e turchi non è mai stata quieta. Considerati minoranza e come tali schiacciati da discriminazioni non sempre sottili, gli armeni si sono difesi arroccandosi nelle loro tradizioni, chiudendosi in caste. Nel 1860, gli armeni delle montagne di Zeitum, che avevano conservato una certa indipendenza, si erano sollevati: occorsero dieci anni di repressioni per metterli tranquilli. E per calmarli il governo di Costantinopoli si era sprecato in promesse. Ma erano rimaste parole che nessuno manteneva. Ed ecco che, tra il 1887 e il 1890, si fondano comitati rivoluzionari modellati sui comitati nichilisti russi. Anche i nomi riecheggiano quei nuclei lontani di rivolta: Hneak [La campana, che è anche il nome della rivista di Herzen, Kolokol, organo di opposizione all’autoritarismo zarista] e Dasnacuthiwn [La federazione].
Anche in questo caso il furbo sultano gioca di astuzia.
È inutile inviare truppe in quelle impervie terre di frontiera, sfrutta, invece, la rivalità tradizionale che separa gli armeni dai curdi.
I curdi sono di razza ariana, ma non seguono gli armeni nei commerci. Vivono di brigantaggio, sono nomadi e predoni e quel che più rende felice Habdul Hamid, musulmani.
Ritorna, in altri termini, il leit motiv dell’intolleranza religiosa.
Ai curdi vengono inviate armi in abbondanza e si fa sapere che le loro bande sono considerate truppe ufficiali nella spedizione punitiva contro la minoranza armena.
Siamo nel 1891.
Mandare i curdi a caccia di armeni significa scatenare una guerra di religione e di razza.
E, così, avviene.
Per tre anni maturano i rancori, poi, nel 1894, alle uccisioni isolate segue un eccidio in massa che sbigottisce il mondo. I curdi rinchiudono 2.000 armeni nella cattedrale cristiana di Urfa [l’antica Emessa] e li bruciano vivi. Un brivido di commozione attraversa l’Europa, ma niente di più.
Perché non arrivano proteste, non si minaccia Abdul Hamid di rappresaglie se con la sua autorità non mette fine all’oppressione?
Perché il kaiser si proclama in ogni occasione incantato dalla soave personalità del sovrano turco?
Con un tale amico alle spalle il re musulmano dorme tranquillo.
Ed ecco che la disperazione stimola l’intelligenza armena: la protesta non deve essere soltanto clamorosa, ma deve mettere in pericolo gli interessi dei grandi esportatori di Londra e di Parigi, dei finanzieri di New York e di Berlino.
L’idea è questa: impadronirsi della Banca Ottomana, la cui sede si trova nel cuore di Costantinopoli e di là farsi sentire, far capire quel che succede, minacciare la distruzione di grandi ricchezze.
Gli armeni fanno centro.
Ovunque si protesta per il colpo di mano dei terroristi, ma anche per la ragione che hanno spinto un manipolo di disperati a una azione che avrà per conseguenza inevitabile la loro morte. Gli ambasciatori delle potenze cristiane fanno la fila davanti allo studio del sultano: si accumulano note di biasimo, raccomandazioni, suppliche di clemenza.
Francia, Inghilterra e Russia chiedono un’inchiesta per l’ultimo eccidio [avvenuto a Sassum] e mandano loro funzionari a svolgere indagini.
Abdul Hamid finge indignazione, promette la punizione dei colpevoli, ma, segretamente, con nuovi ordini, esaspera la guerra religiosa. Ordina il massacro degli armeni che abitano nella capitale, a Smirne, in Anatolia. L’ordine è segreto, ma l’esecuzione ha carattere ufficiale ed è condotta con perfetta efficienza. La caccia all’armeno viene guidata, casa per casa, nelle strade, nelle campagne, da ufficiali della polizia e dell’esercito, seguiti da una coda di volontari, i quali, spesso, indossano la divisa di soldati o di gendarmi. L’eccidio va avanti per quattro giorni, poi, di colpo, cessa: 7.000 armeni sono scomparsi nella capitale, da ogni parte del paese giungono notizie raccapriccianti.
Il numero complessivo degli armeni massacrati tra il 1891 e il 1900 non è certo, ma, facendo una media dei vari calcoli, si può fissare sulle 300.000 persone.
Tenendo conto che non esistevano camere a gas, si può dire che l’organizzazione del crimine funzionò a dovere, con una efficienza che solo gli uomini di Adolf Hitler riuscirono a superare.
Ci si è chiesti cosa possa aver spinto Abdul Hamid a ordinare il Genocidio. Il fanatismo religioso e, soprattutto, la folle paura di venire assassinato. Glielo facevano credere i rappresentanti più conservatori del clero musulmano attraverso una camarilla di palazzo, che rendeva inaccessibile il sovrano a chiunque.
Una turba di strani personaggi circondava giorno e notte Abdul Hamid: stregoni, fachiri, eunuchi, piccoli intriganti che facevano capo al segretario del sultano, un uomo privo di scrupoli: Hasan Izzet Pasha [1871-1931]. Questi conosceva le debolezze del padrone. Quando Abdul Hamid chiedeva un parere. Izzet sapeva che avrebbe, poi, agito, testardamente, in modo contrario al suo suggerimento. Il gioco diveniva facile: rovescia le carte e, così, il sultano finisce con l’essere un fantoccio in mano al segretario.
Ormai il trono vacilla. Si spengono i clamori del massacro armeno, ed ecco si rivoltano i cristiani di Creta, che la Grecia appoggia militarmente. È l’ultima vittoria di Abdul Hamid: i suoi soldati, al comando di ufficiali tedeschi, schiacciano la ribellione.
Nell’esercito, intanto, prende vita un’organizzazione rivoluzionaria segreta. Si chiama Vatan [Patria] e rappresenta l’ala estrema della setta dei Giovani Turchi, il movimento ideologico che discende spiritualmente dai Giovani Ottomani, vale a dire da quei progressisti che avevano dato filo da torcere trenta anni prima al sovrano. Ma la nuova corrente è più radicale, più ostile alla influenza europea e, allo stesso tempo, istericamente protesa all’imitazione di tutto ciò che l’Europa offre. Vogliono una Turrchia moderna, ma non fagocitata dalle grandi potenze occidentali. Un nazionalismo ieratico muove questi entusiasmi, un nazionalismo che supera, perfino, quello ossessivo del sovrano. In armonia con la sua sostanza massonica, il comitato del Giovani Turchi accoglie sostenitori di ogni etnia e di ogni religione: anche greci, ebrei e armeni. Professa la dottrina dell’ottomanesimo, vale a dire la fedeltà all’ideale di un Impero plurinazionale, nel quale ogni gruppo etnico gode degli stessi diritti civili e politici.
Cosa possono pensare gli armeni di un simile programma?
Che i tempi nuovi, le idee di una generazione più evoluta, cancellino, finalmente, le faide medioevali. Così i comitati rivoluzionari armeni escono dall’ombra per sostenere la nuova causa. Causa che ha capi ben più affascinanti dello scialbo sovrano. A esempio, Mustafa Kemal [1881-1938], gelido ufficiale di cavalleria, bello ed elegante: passa alla storia con il nome di Ataturk.
Nel 1908, la rivoluzione. Parte da truppe distaccate sulla frontiera greco-turca e guidate da Enver Bey [1881-1922]; infiamma Monastir, conquista l’intero terzo corpo d’armata. Gli uomini della setta Vatan hanno lavorato bene: Mustafa Kemal può esserne fiero. Il 23 luglio il Comitato di Unione e Progresso manda un ultimatum al sultano: lo firmano anche esponenti armeni. Abdul Hamid finge di stare al gioco e piega il capo. Accetta la rivoluzione e si adegua. I giovani turchi non assumono direttamente il governo. Scremano la corte del sovrano dalla canaglia che la soffoca e la sostituiscono con uomini politici che escono dalle loro fila. Riducono le spese eccessive che Abdul Hamid fa pesare sulla bilancia dello Stato. Gli lasciano l’harem, ma chiudono il suo teatro privato. Riducono il numero dei suoi aiutanti da campo da duecentonovanta a trenta e stringono a settantacinque i trecento componenti dell’orchestra privata del sultano. Licenziano le spie, frantumano assurdi privilegi.
È l’inizio della democrazia.
Il 17 aprile 1908, riapre il parlamento: Abdul Hamid siede al suo posto, un segretario legge un discorso che suscita speranze liberali e condanna le “sconsiderate lotte interne tra cittadini di diversa religione”. Ma il sovrano non ha perso i fili della vecchia organizzazione: le spie licenziate tessono la rivolta che scoppia nella primavera. Sacerdoti, soldati, sottufficiali tentano di annientare il regime dei giovani turchi. Bande di fanatici guidati da studenti di teologia musulmana marciano sulla capitale. Per sette giorni Costantinopoli è nel caos. Poi, gli ufficiali riprendono in mano la situazione e per il sultano è la sconfitta. Mustafa Kemal dichiara decaduto il vecchio sovrano e insedia al suo posto il fratello, una figura scialba e timorosa: Maometto V.
Abdul Hamid si è rifugiato a Yldiz. Il rappresentante dei Giovani Turchi si trova di fronte a un vecchio in lacrime, impaurito, con la barba lunga e un cappotto da soldato sulle spalle. Sviene dalla gioia quando gli assicurano che avrà salva la vita. Può andare in esilio: lo Stato pagherà il suo mantenimento e quello del suo seguito che i cronisti del tempo considerano umiliante: tre mogli, quattro concubine, quattro eunuchi e quattordici persone di servizio.
Ora, dunque, gli armeni possono respirare: cittadini come gli altri, tranquilli come mai erano stati. Ma l’illusione dura poco, anche se, formalmente, il nuovo governo alimenta simili speranze. Gli armeni si vedono subito imporre l’obbligo del servizio militare: sotto il vecchio, esoso sovrano potevano riscattare l’impegno pagando una forte tassa. Poi, ebrei e armeni sono allontanati da quei pubblici incarichi che avevano assunto nei primi giorni della rivoluzione, nell’esercito gli ufficiali armeni restano a casa, mentre i soldati non ricevono fucili ma soltanto arnesi da lavoro con i quali sgobbare nelle inquiete terre di confine. Riprendono i sospetti di chi comanda.
Corrono anni in cui gli imperi si disgregano: in Europa, Vienna agonizza, nel Medio Oriente, l’etichetta dell’Impero ottomano sbiadisce di fronte ai nuovi fermenti. I paesi arabi tendono a sbriciolarsi seguendo la mappa delle tribù, l’Albania, mezzo cristiana, aspira all’indipendenza e a Costantinopoli arrivano notizie da ogni angolo del grande dominio. Di nuovo si tenta di accusare della disgregazione gli armeni. I quali armeni, a dire il vero, avendo capito di essere ormai fuori gioco, soffiano nel fuoco di questa dissoluzione con ingenue trame indipendentiste, che hanno il loro momento più squillante nel passaggio delle linee [nei primi mesi della grande guerra] degli armeni dei villaggi di Van, Bitlis e Mush: raccolto l’invito che veniva dalle autorità russe del Caucaso, folti gruppi di uomini e ragazzi si presentano agli ufficiali dello zar.
L’esodo è notevole, tanto che si possono formare tre battaglioni di fanteria, che, al comando dei generali Andranik e Ishkan, combattono contro i turchi durante tutta la campagna. Al latente e inguaribile sentimento di diffida si aggiunge questo episodio che ravviva le persecuzioni. L’ordine di Costantinopoli è preciso: Genocidio. Si rispetta una macabra messinscena. Si parla di deportazione in zone desertiche dove gli “elementi infidi non siano più in grado di nuocere”. Ma le istruzioni sono rigide. Di suo pugno Mehmet Talat Bey [1874-1921] firma il documento che autorizza le deportazioni.
“Quale destinazione dobbiamo mettere?”,
si informa un segretario.
“La destinazione non esiste. Metti: nulla.”
Il “nulla” significa il massacro delle carovane armene nelle valli dell’interno.
Ancora i curdi all’opera. Verso i curdi marciano le file di proscritti cristiani. Con un editto li hanno raccolti nei vari villaggi un ufficiale e pochi soldati. Notabili, contadini, artigiani devono lasciare ogni cosa per avviarsi verso il nuovo destino. Si parla di campi di concentramento nelle zone desertiche, in regioni lontane cui bisogna arrivare a piedi, senza cibo, senza acqua, camminando senza sosta. I vecchi e i più deboli restano lungo la strada; gli altri sono massacrati nel punto che gli ufficiali hanno freddamente stabilito. Le donne giovani vengono risparmiate e rinchiuse in un villaggio che diventa una specie di harem per i soldati della regione. Quando si ammalano, quando protestano vengono liquidate.
L’aneddotica del massacro offre pagine di una crudeltà allucinante. L’unico episodio felice, come annota Toynbee, è, forse, quello del Mussa Dagh. A Trebisonda, a Brussa, in Cesarea, i vescovi armeni sono assassinati; a Diarbekir il vescovo è arso vivo; il vescovo di Aleppo è sgozzato in prigione. Proprio ad Aleppo, nella prefettura, un diplomatico inglese raccoglie un proclama del ministro Mehmet Talat Bey. Porta la data del 15 settembre 1915. È un richiamo a quei funzionari che si sono lasciati commuovere e hanno opposto una agnostica indifferenza all’ordine del Genocidio.
Il manifesto di Aleppo finisce a Londra e i giornali lo pubblicano. Dice:
“Teniamo a ricordare che già in precedenza è stato comunicato che il governo ha deciso di sterminare totalmente gli armeni residenti in Turchia. Chi si opporrà a questo ordine non potrà più fare parte dell’amministrazione. Non bisogna avere riguardo per le donne e per i bambini; per quanto tragici siano i mezzi con i quali si deve mettere fine alla loro vita, bisogna ricordare che tutto questo è fatto per il bene della nazione e del popolo turco.”
Giacomo Gorini, console generale italiano a Trebisonda, nel 1915, al suo ritorno in Italia, fornisce ai superiori questa descrizione.
“Di 14 mila armeni, tra gregoriani, cattolici e protestanti che abitavano a Trebisonda e che mai provocarono disordini, né dettero luogo a provvedimenti collettivi di polizia, quando partii ne restavano appena cento. Dal 24 giugno fino al 23 luglio, giorno della mia partenza, non ho quasi mai dormito, non sono più riuscito a mangiare, ero in preda ai nervi e alla nausea, tanto era lo strazio di dovere assistere a una esecuzione di massa di creature inermi. Il passaggio degli armeni prigionieri sotto le finestre del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che io o altri potessimo fare nulla essendo la città in stato di assedio, guardata da 15 mila soldati e dalle bande di volontari curdi e degli addetti del Comitato Unione e Progresso, mi ha sconvolto. Poi, le grida, gli spari, gli scempi…”
E il console russo di Khoi, incaricato, dopo il passaggio dei turchi e dei curdi, di seppellire gli armeni, scrive:
“Non dimenticherò mai questi orrori. Sono dieci notti che mi sveglio in preda a incubi angosciosi. Dalle fosse espressamente scavate ho fatto estrarre 850 cadaveri decapitati. I pozzi della città sono pieni di sangue. I carnefici avevano attaccato le vittime a corde e le facevano scendere nei pozzi fino a che il corpo fosse immerso e lasciando solo la testa all’aria aperta. Poi, con un colpo di spada, decapitavano il poveretto. Il corpo era lasciato cadavere nell’acqua, la testa, infilata in un palo, veniva esposta nella piazza della città o portata in trionfo sulle punte delle baionette. Ma, quando avevano fretta inchiodavano gli armeni a un muro e li massacravano a colpi di sciabola…”
Prima della grande guerra gli armeni dell’Impero ottomano erano 1 milione e 800 mila. Se ne contavano poco meno di un terzo, nel 1918, allorché le grandi potenze presero atto ufficialmente del massacro e ne chiesero conto ai turchi. Si dà per certo che 600 mila persone siano state trucidate e altre 600 mila siano fuggite altrove. I superstiti conobbero orrori e paure terribili. Lo sgretolarsi dell’Impero li trovò sparsi lungo le coste del Mediterraneo, nelle nazioni nate dal disfacimento del vecchio regno di Abdul Hamid. Come scrive uno di loro, Elia Kazan, “erano fantasmi che non riuscivano più a credere alla speranza”.
Il governo tedesco, alleato della Turchia, censurò le informazioni sul Genocidio. La Germania manteneva, in Turchia, durante il conflitto, una missione militare molto importante, fino a 12.000 uomini. E, dopo la guerra, in Germania si rifugiarono i responsabili del Genocidio, compreso Mehmet Talat Bey. Quest’ultimo fu assassinato a Berlino, il 16 marzo 1921, da un giovane armeno.
Il Trattato di Sèvres, firmato, il 10 agosto 1920, tra gli alleati e l’Impero ottomano prevedeva la messa in giudizio dei responsabili del Genocidio. Ma il sussulto nazionalista di Mustafa Kemal sovvertì queste buone risoluzioni e portò a una amnistia generale, il 31 marzo 1923.
Mayrig
[https://www.youtube.com/watch?v=xHiHz7Y2KGs]
[https://www.youtube.com/watch?v=4Jza3-N-94U, https://www.youtube.com/watch?v=xuuQl019Mzk]
I nazisti trassero insegnamento dal primo Genocidio della storia e da questa occasione perduta di giudicare i responsabili.
“Chi ricorda più lo sterminio degli armeni?”,
avrebbe lanciato Adolf Hitler, nel 1939, alla vigilia del massacro dei disabili del suo paese [lo sterminio degli ebrei sarebbe avvenuto due anni più tardi].
Soltanto negli anni 1980 l’opinione pubblica occidentale ha ritrovato il ricordo di questo Genocidio.
Nel 1991, il cineasta francese di origine armena, Henry Verneuil, ha rievocato in un film sconvolgente, Mayrig [Madre], la storia della propria famiglia che ha vissuto nella carne questo dramma, un film mai proiettato nelle sale cinematografiche italiane.
Daniela Zini
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[1] Una delle caratteristiche più rilevanti concernenti il Genocidio è rappresentata dal fatto che questo crimine è possibile solo se perpetrato da parte di uno Stato, il Genocidio è, esclusivamente, un crimine di Stato che, in quanto sovrano, si erige a fonte del diritto. L’analisi di Yves Ternon evidenzia la stretta connessione tra azioni che portano al Genocidio e natura dello Stato:
“Se le circostanze sembrano richiederlo, [lo Stato] si pone al disopra della morale e al di fuori della coscienza per disporre della vita degli indesiderabili. Se dispone un Genocidio, guida il gioco, fissa le regole e controlla lo svolgimento dell’omicidio. Un cordone ombelicale collega pratica genocidiaria e potere di Stato.”
Infatti, lo Stato possiede, anche, i mezzi tecnici per attuare una tale pratica, possiede un apparato burocratico, il monopolio dei mezzi militari e ideologici, che permettono di pianificare e premeditare il Genocidio.
Oltre al ruolo fondamentale ricoperto dallo Stato, si possono individuare altre caratteristiche peculiari del Genocidio, la programmazione e la premeditazione dell’azione. Uno Stato, infatti, non può agire di impulso, improvvisando; essendo il detentore della legalità e avendo il monopolio della violenza, può pianificare con efficacia questo tipo di azione.
