“Io non ho in mio potere che ventisei soldatini di piombo, le ventisei lettere dell’alfabeto: io decreterò la mobilitazione, io leverò un esercito, io lotterò contro la morte.”

Nikos Kazantzakis

Entrando nella sede delle Nazioni Unite a New York si legge:


Bani adam a’za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.

Chu ‘ozvi be dard avard ruzgar,
Degar ‘ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

I figli dell’Uomo sono parti di un unico corpo,
Originate dalla stessa essenza.

Se il destino arreca dolore a una sola,
Anche le altre ne risentono.

Tu, che del dolore altrui non ti curi,
Tu non sei degno di essere chiamato Uomo.

Abu ‘Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh Sa’di, Golestan

traduzione dal persiano di Daniela Zini

Dormire, dormire e sognare…

Sognare di una vita senza sofferenza e senza paura.

Sognare di Esseri capaci di amare oltre il limite, oltre la realtà, oltre ogni cosa, oltre la vita.

Fino dall’Antichità le donne scrittori hanno sognato una nuova era di pace mondiale.

Non ha alcun senso dire che le guerre sono una conseguenza del capitalismo o della malvagia natura degli uomini o dei sentimenti nazionalistici.

Certo, il produttore di armi e altri gruppi capitalistici possono avere interesse che scoppi una guerra, ma questo non significa che la loro volontà sia una determinante sufficiente a farla scoppiare. All’interno di ciascuno Stato i produttori di grano hanno interesse alla carestia, i costruttori di case hanno interesse che divampino incendi che distruggano città, ma non per questo si verifica la carestia o le nostre città sono distrutte dagli incendi. In ogni Stato l’ordinamento giuridico prevede argini che frenino e contengano le forze distruttrici pericolose per la vita collettiva. Le forze distruttrici prevalgono in campo internazionale solo perché mancano analoghi argini giuridici.

È probabile che, in certe occasioni, i gruppi capitalistici che ottengono l’appoggio dei governi per conseguire l’esclusività di alcuni mercati, l’appalto di lavori pubblici, l’emissione di prestiti e altri privilegi nei Paesi politicamente tanto deboli da subire l’influenza di potenze straniere, possano, senza volere la guerra, spingere a essa, facendo nascere attriti e alimentando pericolosi contrasti tra Stati. Ma anche questo avviene solo perché manca un ordine giuridico internazionale.

Se tutti gli uomini fossero animati nei loro reciproci rapporti da sentimenti di fraternità evangelica non vi sarebbe bisogno di alcuna forma di coazione legale.

L’ordinamento giuridico è, dunque, una necessità, tanto nei rapporti tra singoli individui, quanto nei rapporti tra singoli Stati.

D’altra parte i sentimenti nazionalistici anti-sociali non possono considerarsi caratteristiche psichiche innate. Sono frutto della politica: come la politica può ingenerarli, così può soffocarli.

Le lingue, le etnie, le religioni, i costumi diversi non impediscono una pacifica convivenza.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale vi fu un serio tentativo di assicurare la pace nel mondo con una nuova organizzazione internazionale.

Quel tentativo fece completo fallimento.

Perché?

Perché – dicono alcuni – gli Stati Uniti non vollero entrare nella Società delle Nazioni: mancando gli Stati Uniti, la Società delle Nazioni non aveva il prestigio e la forza sufficienti per mantenere l’ordine internazionale.

In verità, la partecipazione degli Stati Uniti non avrebbe potuto migliorare di molto la Società delle Nazioni. Gli Stati Uniti, conservando, come gli altri membri la loro assoluta sovranità, avrebbero cercato di adoperare anch’essi l’istituzione ginevrina per il raggiungimento dei loro obiettivi di politica nazionale.

Quando il Giappone invase la Manciuria, la Francia e l’Inghilterra impedirono che la questione fosse portata davanti all’assemblea della Società delle Nazioni, nonostante risultasse a tutti evidente l’aggressione, perché non volevano mettere in pericolo i loro possedimenti in Oriente. Quando si profilò la minaccia di un’aggressione dell’Abissinia da parte dell’Italia, il governo di Laval profittò della buona occasione per negoziare degli accordi a vantaggio della Francia, promettendo di non consentire altro che mere sanzioni collettive puramente simboliche, da cui lo Stato aggressore non avrebbe avuto alcun danno.

Se fossero stati presenti i rappresentanti americani nel consiglio della Società delle Nazioni avrebbero fatto, al pari dei loro colleghi inglesi e francesi, eloquenti discorsi sulla sicurezza indivisibile ma, in pratica, quando si fosse trattato di prendere delle decisioni, avrebbero guardato solo ai particolari interessi degli Stati Uniti, appoggiando – a seconda della convenienza – l’uno o l’altro dei diversi blocchi in contrasto, senza tenere conto alcuno del diritto e degli impegni presi con la firma del “covenant”.

Vi è, poi, chi ritiene che il fallimento della Società delle Nazioni si debba imputare a un difetto secondario, non essenziale, della sua struttura: non disponeva di una forza propria per esercitare la polizia internazionale. L’espressione “polizia internazionale”, quando viene adoperata in questo senso, è assai equivoca e porta facilmente fuori strada. le operazioni militari, anche se si fossero volute attuare, risultando tanto più costose e avendo tanta minore probabilità di successo quanto più potente era lo Stato che aveva violato la legge, molto facilmente sarebbero servite solo per imporre il rispetto dell’ordine giuridico alle piccole potenze, giammai a quelle maggiori – così il mantenimento dell’ordine internazionale sarebbe stato solo l’ipocrita veste per mascherare l’egemonia degli Stati più forti.

Pretendere di costituire una forza armata a disposizione di una Società delle Nazioni di cui facevano parte Stati sovrani, avrebbe, d’altra parte, significato mettere il carro davanti ai buoi, poiché le forze armate sono il mezzo per l’affermazione concreta della sovranità, nessuno Stato avrebbe voluto concorrere alla creazione di un esercito internazionale, atto a imporgli una volontà estranea alla propria.

E seppure, per assurdo, fosse stata superata questa difficoltà, come si sarebbe potuto praticamente organizzare un tale esercito?

La nomina del comandante in capo, l’obbedienza dei soldati nel caso in cui avessero dovuto applicare misure coattive contro i connazionali, la preparazione dei piani di guerra, sono tutte cose inconcepibili se non esiste un vero governo unitario incaricato della difesa, se i soldati non hanno una cittadinanza superstatale che si traduca in un senso di fedeltà a un tale governo e, infine, se non fosse stata eliminata ogni possibilità di guerra tra gli Stati associati.

Nella nostra infelice epoca, ogni istante che viviamo, è segnato da orribili exploits di guerra e il denaro, del quale avremmo tanto bisogno per debellare Fame e Malattia, dispensato in fumo dagli Stati, sotto la copertura di progetti, presunti scientifici, che malcelano lo scopo di accrescere la loro potenza militare e il loro potere di distruzione futura.

Noi non siamo capaci di controllare né la natura né noi stessi.

Quante guerre risultano dall'incomprensione dell'Altro?

Tutte!
La Seconda Guerra Mondiale ne è un triste esempio.

Un esempio inaudito di intolleranza e di incomprensione che ha portato all'esclusione di tutto un popolo.

La stupidità dell'uomo risiede nel compiacersi a restare ignorante e come dice Albert Einstein:

“Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana; ma per quel che riguarda l'universo, io non ne ho acquisito ancora la certezza assoluta.”

Roma, 20 gennaio 2014

Daniela Zini

sabato 14 ottobre 2017

NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN! di Daniela Zini



L’Umanità sta laboriosamente cercando la sua strada attraverso un agitato periodo di transizione. Le istituzioni politiche e sociali devono, ancora una volta, essere trasformate: un Nuovo Mondo sta per nascere.
Il Vecchio Mondo, da qualsiasi lato si guardi, appare nel suo letto di morte.
Non vediamo intorno a noi che diffidenza, incertezza e fanatismo.
Viviamo sotto il regime della grande paura.
Per decine di milioni di esseri umani la fame e la disperazione sono più che una paura, sono realtà della vita giornaliera.
Per cecità da una parte, per impotenza dall’altra, le soluzioni della disperazione sembrano essere le sole adottabili e realiste.
Che cosa dobbiamo pensare di tutto ciò?
Il problema dell’ordine internazionale è il problema più urgente, quello che deve avere una precedenza assoluta nella nostra considerazione, in quanto solo una sua razionale soluzione può dare un senso a tutte le soluzioni proposte per i particolari problemi politici, economici, spirituali che, oggi, si presentano nell’ambito dei singoli Stati. Se non arriveremo a un assetto internazionale che metta fine alle guerre a ripetizione, coinvolgenti tutti i Paesi del Mondo, non potremo salvare la nostra civiltà: entreremo in un nuovo medioevo.
La guerra non è più un urto tra eserciti.
È una conflagrazione tra popoli che nella lotta impegnano tutti i loro beni, tutte le loro vite.
È la guerra totale, in cui ciascuna delle parti cerca, con i più efficienti strumenti forniti dalla scienza moderna, di distruggere il potenziale bellico e di abbattere il morale del nemico, come mezzo indiretto per annientarne l’esercito.
È la negazione di ogni sentimento umano, il definitivo ripudio del diritto come regola di vita. È un turbine che sradica intere popolazioni dalle terre sulle quali risiedevano da secoli, per gettarle senza più case, senza mezzi per vivere, a migliaia di chilometri di distanza; che non rispetta né ospedali, né luoghi di culto, né asili d’infanzia; che riduce in macerie fumanti biblioteche, musei, opere d’arte, i più preziosi patrimoni ereditati da innumerevoli generazioni passate.
La cosiddetta intellighenzia risulta composta di propagandisti e di esperti, perché non si apprezzano più le opere di significato universale, né le ricerche disinteressate, ma solo le opere che esaltano i sentimenti nazionalisti e i ritrovati tecnici che possono tradursi in armi efficienti. Discorsi, giornali, televisione, fanno appello alle forze irrazionali dell’animo umano, per creare uno stato di follia collettiva che unifichi tutto il popolo in una sola volontà diretta a un unico fine: la vittoria, a qualunque costo, sopportando qualsiasi sacrificio.
Non ci si deve neppure più domandare cosa la vittoria possa significare.
Si vuole la vittoria per la vittoria, si vuole la distruzione del nemico, si vuole sopravvivere, anche se quello che di noi sopravvivrà non meriterebbe in alcun modo essere difeso.
Le falsificazioni, le menzogne sono sistematicamente adoperate come strumenti di guerra al pari delle bombe e dei missili.
Chi ragiona, chi dubita, è un nemico della patria.
Tutti i valori morali sono sovvertiti: la violenza, il misconoscimento di ogni regola di vita civile, l’odio che non ammette alcuna attenuante a favore dell’avversario, il conformismo e l’obbedienza cieca agli ordini che vengono dall’alto, sono lodati, premiati, divengono abiti spirituali, in luogo del rispetto della vita umana, dell’ossequio alle leggi, della tolleranza, dello spirito critico e del senso di responsabilità individuale.
È per questo che la distinzione tra reazionari e progressisti, oggi, non corre più lungo la linea che separa coloro che  vogliono consolidare o modificare, in qualsiasi modo, lo stato di cose esistente entro i confini dei singoli Stati nazionali, ma si pone tra coloro che ostacolano e coloro che favoriscono l’avvento di un nuovo ordine internazionale, capace di ridurre i contrasti tra Stati. 
Bisogna abbandonare gli odi inveterati e permanenti verso alcuni popoli e gli appassionati attaccamenti per altri.
Coloro che vogliono la pace non si preparino più oltre alla guerra.
Non è vero che le due guerre mondiali furono determinate da cause economiche. Nessuno che sappia compiere un ragionamento economico corretto può credere mai che un popolo, anche vincitore, possa trarre dalla guerra un qualsiasi risultato, se non di impoverimento, di miseria e di abiezione.
Vero è, invece, che le due grandi guerre furono guerre civili, anzi guerre di religione e, così, sarà la terza, se, per nostra sventura, opereremo in modo da provocarne l’opera finale di distruzione.
Se nell’Europa conquistata dai tedeschi si ripeté l’esperienza che Tacito aveva scolpito con le parole solenni:

“Senatus, equites, populusque romanus ruere in servitium.”

ciò fu perché negli uomini lo spirito non sempre è pronto a vincere la materia.
Non ha senso alcuno dire che le guerre sono una conseguenza del capitalismo, della malvagia natura degli uomini o dei sentimenti nazionalisti.
Certo, il produttore di armi  e di altri gruppi capitalisti può avere interesse che scoppi la guerra. Ma questo non significa che la loro volontà sia una determinante sufficiente per farla scoppiare. All’interno di ciascuno Stato i produttori di grano hanno interesse alla carestia, i costruttori di case hanno interesse che divampino incendi che distruggano città, ma non per questo si verifica la carestia o le nostre città sono distrutte dagli incendi. È probabile che, in certe occasioni, i gruppi capitalisti, che ottengono l’appoggio dei governi per conseguire l’esclusività di alcuni mercati, l’appalto di lavori pubblici, l’emissione di prestiti e altri privilegi nei paesi politicamente tanto deboli da subire l’influenza di potenze straniere, possano, senza volere la guerra, spingere a essa, facendo nascere attriti e alimentando pericolosi contrasti tra gli Stati.
Né il socialismo, per se stesso, sarebbe un rimedio adeguato alle guerre. Uno Stato socialista potrebbe tendere – come gli Stati capitalisti – a sfruttare uno Stato più debole. Tra società socialiste, come tra società capitaliste, potrebbero svilupparsi contrasti di etnie, contrasti ideologici sul diverso modo di intendere e praticare il socialismo, e contrasti economici, derivanti dalla differenza di ricchezza, dal possesso di passaggi obbligati delle correnti commerciali o dalla esclusiva disponibilità di certe materie prime.
È anche certo che i sentimenti nazionalisti anti-sociali non possono considerarsi caratteristiche psichiche innate. Sono frutto della politica. La lingua, l’etnia, la religione, i costumi diversi, non impediscono la pacifica convivenza.
Nella nuova era atomica, guerra vuol dire distruzione, forse, non della razza umana, ma certamente di quell’umanesimo per cui soltanto agli uomini è consentito di essere al Mondo.
Un Mondo auspicabile, per la cui attuazione si deve lottare, non è un Mondo chiuso contro nessuno, è un Mondo aperto a tutti, un Mondo in cui gli uomini possono liberamente far valere i loro contrastanti ideali e le maggioranze rispettano le minoranze e ne promuovono le finalità.
Un Mondo in cui ogni Stato è pronto a sacrificare una parte della propria sovranità.
Oggi, ogni Stato afferma, nel modo più intransigente, la propria assoluta sovranità; non ammette alcun limite al proprio volere; pretende essere, in ogni caso, il solo giudice del proprio diritto. E per difendere il proprio diritto cerca di raggiungere una forza maggiore degli eventuali nemici, armandosi e alleandosi con altri Stati. La sicurezza conseguita da uno Stato corrisponde all’insicurezza, all’accettazione di una condizione di inferiorità, da parte di altri.
Il cosiddetto diritto internazionale, in realtà non è un diritto, perché afferma norme che le parti osservano finché desiderano rispettarle. In tutti gli accordi internazionali è, infatti, sottintesa la clausola rebus sic stantibus, per la quale i governi, in pratica, si ritengono vincolati solo nei limiti in cui l’adempimento degli obblighi, che dagli accordi discendono, non sia, a loro insindacabile giudizio, in contrasto con l’interesse del proprio paese.  
La più grandiosa e grottesca manifestazione della completa vacuità del diritto internazionale è stata, il Patto Briand-Kellog (27 agosto 1928), che poneva la guerra “fuori legge”. Quasi tutti i governi del Mondo – compresi quelli della Germania, dell’Italia e del Giappone – si affrettarono a dare pubblica prova delle loro pacifiche intenzioni, firmando la morte legale della guerra. Stupendi discorsi, scambio di telegrammi tra capi degli Stati, brindisi, felicitazioni, articoli ditirambici su grandi giornali.
Ma di buone intenzioni è lastricato l’inferno.
Il Patto Kellog-Briand, non prevedendo nessuna efficace sanzione, lasciò le cose come stavano.
La guerra, tutta occupata a massacrare e a distruggere, neppure si accorse di essere stata messa “fuori legge” da tante brave persone.
In un’Italia in cui si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalisti, in cui, improvvisamente, si scoprono passionali correnti patriottiche in chi fino a ieri professava idee internazionaliste, in questa Italia nella quale si vedono con raccapriccio riformarsi tendenze belliciste, urge compiere un’opera di unificazione.
Opera, dico, e non predicazione.
Gli ultimi anni del XIX secolo furono illuminati da una proposta meravigliosa che fu, poi, lasciata cadere completamente in oblio.
Nell’agosto del 1898, lo zar Nicola II invitò gli Stati Uniti a incontrarsi per una conferenza destinata a garantire la pace tra le nazioni e a mettere fine all’incessante aumento degli armamenti che impoverivano l’Europa.
Il messaggio del sovrano iniziava così:

“Il mantenimento della pace generale e un’eventuale riduzione degli armamenti eccessivi, il cui peso grava tutto sui popoli, sono evidentemente, nelle attuali condizioni del Mondo intero, l’ideale verso il quale tutti i governi dovrebbero tendere i loro sforzi.”

Le spese militari sono alternative alle spese sociali. Quanto più aumentano le une, tanto più devono necessariamente diminuire le altre. 

NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN!

Daniela Zini

giovedì 12 ottobre 2017

PERCHE' LO FACCIO? di Daniela Zini




https://www.change.org/p/sergio-mattarella-capo-dello-stato-italiano-non-archiviate-il-caso-alpi-hrovatin-non-archiviate-il-caso-alpi-hrovatin/u/21657967?recruiter=53288577&utm_source=share_update&utm_medium=facebook&utm_campaign=facebook_link

12 ott 2017 — “Le parole possono salvare delle Vite.”
diceva Anna POLITKOVSKAJA, ma le parole sono, anche, armi e possono uccidere o meglio condannare a morte.
Qualche settimana fa, una Amica, una delle mie più care Amiche, nel rinnovarmi la sua solidarietà e la sua condivisione con le posizioni espresse nei miei articoli, seppure con tono sconsolato o peggio arreso, mi chiedeva:
“Purtroppo non serve a niente, ma perché lo fai?”
È la domanda che mi sono sentita fare più volte e non nascondo che, talvolta, me la sono posta anche io.
Perché scrivere, denunciare le criticità di alcune situazioni, perché “perdere” del tempo, che potrei dedicare ad altro, anche di più vantaggioso o di più appagante?
Perché espormi, inimicarmi persone, realtà politiche, gruppi di potere o delle istituzioni nel denunciare che, forse, esercitando quel potere, il loro dovere non l’hanno assolto con quella onestà, con quella correttezza e con quella trasparenza che tutti avremmo voluto?
Perché lo faccio, in una società dove nessuno fa niente per niente e io mi trovo, spesso, a passare la notte a finire di scrivere quel pezzo che voglio sia corretto, giusto, efficace e documentato il più possibile, forse, anche utile a chi lo legge?
E la risposta che mi do è, sempre, la stessa: per sentirmi bene con me stessa, per sentirmi a posto con la mia coscienza.
Perché credo nella Democrazia partecipativa, quella persa proprio disinteressandosi di ogni cosa.
Perché quando vedo ciò che altri fanno, con maggior impegno del mio, con più rischi, con più dedizione, allora mi dico che questo è il minimo che io possa fare.
Non possiamo più aspettare che le decisioni siano prese dall’alto, da chi non è più in grado di prenderle, da chi ha fornito prova non solo di inettitudine, ma, spesso, di connivenza con chi continua a trarre profitto dal disastro, in cui versa il Paese, e dobbiamo noi iniziare a cambiare.
Noi, dal basso.
Per questo lo faccio!
Non sono, mai, stata una che voleva tutto e subito e neppure la soluzione più facile.
Ho, sempre, preferito optare per la strada in salita, anziché prendere quella in pianura.
Ho attinto molto da quanti mi hanno camminato accanto e vorrei lasciare a quanti camminano con me, ora, e cammineranno un giorno, senza di me, qualcosa che io sarei felice di trasmettere.
La crisi si combatte con la superba qualità e la arrogante consapevolezza di fare qualcosa di buono e di utile per gli Altri.
Ma la Rete, il WEB, non sostituirà, MAI, la Piazza, l’AGORA’.
Abbiamo sostituito le lettere con i posts sulla bacheca e i messaggi nella chat privata.
Abbiamo sostituito lo stupendo incrociarsi di sguardi che ci faceva battere forte il cuore, con una gara ai likes per farci notare.
E tutto questo è, infinitamente, triste.
In un Mondo dove le emozioni, le cose che, davvero, contano, sono sempre più lontane.
Io sono sempre più lontana!
E questo è tutto, ma ve lo dovevo per quella onestà intellettuale che mi ha accompagnata nel corso della mia Vita.

NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN!

Daniela Zini

martedì 10 ottobre 2017

MEDITERRANEO MARE TRAFFICATO DI TRAFFICANTI di Daniela Zini




https://www.change.org/p/sergio-mattarella-capo-dello-stato-italiano-non-archiviate-il-caso-alpi-hrovatin-non-archiviate-il-caso-alpi-hrovatin/u/21640540

Dove finiscono le armi quando finiscono le guerre?
Tutto ha origine quando l’Unione Sovietica inizia a dismettere gli arsenali e la preoccupazione di un Terza Guerra Mondiale viene meno.
I Balcani costituiscono, da sempre, un’area molto appetibile per i mercanti di armi: guerre continue, sia pure di portata regionale, a causa della forte compresenza di diverse etnie e religioni.
Scrive Ilaria Alpi su un taccuino, alla vigilia della sua partenza per la Somalia, nel marzo del 1994:
“Bosaso, Mugne, Shifco, 1 400 miliardi di lire… dove è finita questa impressionante mole di denaro…”,
Non si può parlare del caso Alpi-Hrovatin senza parlare di navi, di 7 navi per l’esattezza, tutte costruite nel cantiere di Viareggio nel decennio ‘80-‘90 e donate, sotto il Governo Craxi, dal Dipartimento della Cooperazione del Ministero degli Affari Esteri al Governo della Somalia, per incentivarne l’attività peschiera.
Il 13 marzo 1994, sette giorni prima dell’agguato, in cui perderanno la vita, a Mogadiscio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il cargo Jadran Express, partito dall’Ucraina e diretto a Rijeka, in Croazia, battente bandiera maltese, viene bloccato da una corvetta della NATO, nel Canale di Otranto, e il suo carico di armi, destinato alla Croazia, sequestrato perché viola la Risoluzione 713 [http://www.un.org/fr/documents/view_doc.asp?symbol=S/RES/713[1991], adottata, il 25 settembre 1991, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che decreta l’embargo generale sulle armi e sull’equipaggiamento militare contro l’intera Federazione Jugoslava.
Le armi sequestrate sono stipate nei bunkers di Guardia del Moro, nell’Isola di Santo Stefano dell’Arcipelago della Maddalena.
La Jadran Express non ha fatto solo questo viaggio.
Lo riferisce il pentito della ‘Ndrangheta Francesco Fonti, entrato da picciotto e uscito da santista dalla famiglia Romeo di San Luca:
“[…]
I pescherecci in questione erano il Mohamud Harbi e l’Oman Raghe, entrambi di proprietà della Shifco, che a sua volta faceva capo alla Al-Mahdi Group Company.
Le armi erano 75 casse di kalashnikov, 25 casse di munizioni e 30 di mitragliette Uzi, che furono caricate in Ucraina [a Odessa, all’inizio del 1993 n.d.r.] dalla fabbrica Ukrespets Export in Ucraina, a bordo della nave Jadran Express con bandiera maltese, affittata per mio conto dall’avvocato Pasquale Ciola di Ostuni e dal suo amico Pasquale Locatelli, i quali avevano società a Gibilterra, Cipro e in Croazia, che si chiamavano Rio Plata Limited e Business Investiment Company. La Jadran Express fece scalo a Trieste, dove le armi furono caricate su due camion e trasferite nel porto di La Spezia, luogo in cui furono trasbordate dentro un capannone portuale, in attesa di essere reimbarcate sulla nave Mohamud Harbi. Nel frattempo, Martini versava alla Ukrespets Export 375 milioni di lire, facendo una transazione tramite la Kreditna Banka di Trieste. Io invece mi sono in parallelo preoccupato di organizzare il traffico dei rifiuti tossici e radioattivi.
[…]”
Sui traffici di armi e mercenari tra Italia, Austria, Somalia, Croazia e Bosnia indagavano, durante la guerra nell’ex-Jugoslavia, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Xavier Gautier e Jonathan Moyle, tutti e quattro morti in circostanze mai chiarite, proprio come i marescialli Vincenzo Li Causi e Marco Mandolini, che di questi traffici dovevano essere, probabilmente, informati. Traffici riconducibili al siriano Monzer Al-Kassar, noto per la sua partecipazione nello scandalo Iran-Contras, durante la Guerra Iran-Iraq, e nel sequestro della Achille Lauro.

giovedì 5 ottobre 2017

5 ott 2017 — CHI HA UCCISO LI CAUSI, ALPI, HROVATIN, MANDOLINI E …? IL DIAVOLO ROSSO [1] OVVERO L’INGERENZA UMANITARIA! di Daniela Zini

5 ott 2017 — CHI HA UCCISO LI CAUSI, ALPI, HROVATIN, MANDOLINI E …?
IL DIAVOLO ROSSO [1]
OVVERO
L’INGERENZA UMANITARIA!

 
Vincenzo Li Causi, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Marco Mandolini, tutti e quattro uccisi in circostanze MAI chiarite, erano depositari di segreti inconfessabili sul traffico di armi e non solo tra Italia, ex-Jugolavia e Somalia?
Come dice, giustamente, la Signora Luciana Alpi, Mamma di Ilaria, che si batte per la VERITA’, da ventitré anni, a noi non interessano gli esecutori materiali, ma i mandanti.
E i mandanti vanno ricercati tra le inchieste che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano portando avanti.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avevano scoperto una realtà scomoda, che andava ben oltre il “semplice” traffico di armi, che, ormai, diamo, perfino, per scontato nelle guerre e nelle crisi internazionali.
Proviamo, dunque, a fissare alcuni punti:

1. Nella interrogazione parlamentare, rivolta, in data 9 ottobre 2002, all’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi dal capogruppo di Rifondazione Comunista al Senato Luigi Malabarba [http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=14&id=00031115∂=doc_dc-allegatob_ab-sezionetit_iars&parse=no&stampa=si&toc=no], si legge:
MALABARBA. - Al Presidente del Consiglio dei ministri. -
Premesso:
che sul periodico “Famiglia Cristiana” n. 36 del 2002, nello scritto: “Il caso Alpi - E ora i mandanti”, si legge che venne inviato un messaggio “il 9 novembre 1989 dal SIOS [Servizio Informazione] Carabinieri Alto Tirreno, La Spezia, al Centro Scorpione di Trapani, la sede siciliana di Gladio comandata dal maresciallo Vincenzo Li Causi, anche lui morto in Somalia in circostanze mai del tutto chiarite, pochi mesi prima di Ilaria Alpi, il 12 novembre 1993”. Si legge ancora nello scritto che “secondo il diario del maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi i due si conoscevano, si scambiavano informazioni ed erano preoccupati per la loro vita. Il documento è classificato come “riservato”: “Nostro operatore Ercole, vi si legge, est accreditato presso ufficio sped. Oto Melara La Spezia. Est confermato invio materiale vostro Centro come da numero 101/0. Confermata data spedizione. Disporsi adeguate ed efficienti misure copertura visiva in area per detto periodo. Per particolare riservatezza operazione richiedesi presenza capo centro Vicari. Eventuali difficoltà mi siano immediatamente esposte avvalendosi mezzi più solleciti. Ulteriori comunicazioni in cifra. Trasferimento da farsi con mezzi di superficie MM [Marina Militare] per vostro deposito Favignana. Vostro specifico materiale est trasferito adiacenze ospedaliere Lenzi-Napola. Est necessario attivazione temporanea campo Milo. Immediata risposta in cifra”;
che gli autori dello scritto precisano: “Tradotto in italiano non militare, il dispaccio afferma che “Ercole” sta per effettuare il trasporto del materiale proveniente dall’Oto Melara, una industria bellica spezzina destinato al Centro Scorpione. Data la delicatezza dell’operazione, viene richiesta la presenza del capo Centro, Vicari, che da fonti ufficiali risulta essere il nome di copertura di Vincenzo Li Causi. Il campo Milo, invece, dovrebbe essere il vecchio aeroporto militare di Trapani, ormai in disuso, ma riattivabile all’occorrenza in poche ore”. “L’operatore Ercole, secondo quanto riferito a Famiglia Cristiana da una fonte riservata, sarebbe il maresciallo Marco Mandolini. Mandolini era un paracadutista incursore della Folgore addestratore dei corpi speciali alla base Nato di Weingarten, in Germania, e nel 92 capo scorta del generale Bruno Loi in Somalia. Mandolini è stato ucciso il 13 giugno 95 su una scogliera di Livorno con 40 coltellate e la testa fracassata da una pietra di 25 chili”,
si chiede di conoscere, in relazione a quanto sopra:
- quale materiale sia stato inviato dall’Oto Melara al Centro Scorpione della Gladio siciliana;
- chi stabilisse i rapporti tra la Gladio e la ditta Oto Melara e chi firmasse i contratti relativi alla vendita di materiale bellico tra l’industria spezzina e Gladio;
- se la Gladio di cui si parla fosse la Gladio resa nota in Parlamento oppure la Gladio militare, cioè la Gladio cosiddetta delle “Centurie”;
- a che titolo intervenisse il SIOS Marina in questo traffico di armi coperto da segreto tenuto conto che non rientra in alcun modo nei compiti dei SIOS la predisposizione di operazioni di copertura nel traffico di armi;
- a che titolo operasse il maresciallo Vincenzo Li Causi nel trasferimento di materiale bellico e se questo materiale bellico dalla Sicilia fosse destinato a operazioni in Africa [dove operava anche la Gladio delle Centurie] e con quale autorizzazione;
- se, e a che titolo, sia stata assegnata la medaglia d’oro alla memoria del maresciallo Li Causi la cui morte, come venne dichiarato, è stata dovuta ad una “pallottola vagante” e se, quindi, vi siano altri motivi per l’attribuzione di quella medaglia;
- se per alcuni trasporti particolarmente riservati venisse utilizzato dall’aeroporto di San Vito Lo Capo un aereo ultraleggero che poteva sfuggire alla localizzazione radar perché volava a quota inferiore a quella dei fasci di energia emanati dal radar;
- se risulti che la Gladio siciliana, facente capo alla base di Trapani, sia stata la causa indiretta dell’abbandono della sua attività di magistrato in Sicilia di Giovanni Falcone, come si legge nel libro del magistrato Antonio Caponnetto: I miei giorni a Palermo”, pag. 100, dove, a proposito di atti giudiziari in cui si chiama in causa Gladio si legge che Falcone riteneva che “si dovesse indagare, ma si trovò di fronte ad un muro di no: quello del procuratore capo e dei suoi sostituti” e “probabilmente fu questa la goccia che fece traboccare il vaso e indusse Giovanni a troncare i ponti con Palermo”.
[Legislatura 14, Atto di Sindacato Ispettivo n.° 4-03099, pubblicato il 9 ottobre 2002, Seduta n. 253, http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=31104]

2. Il 12 novembre 1993, quattro mesi prima del duplice assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, viene ucciso, in un agguato, a Balad, in Somalia, il maresciallo Vincenzo Li Causi [http://www.stpauls.it/fc03/0350fc/0350fc32.htm].
Sottufficiale del SISMI, istruttore di Gladio e comandante del Centro Scorpione di Trapani, uno dei centri più importanti di Gladio, Li Causi era l’informatore di Ilaria Alpi.
A sparare il colpo mortale non sarebbe stato un AK-47, ossia un kalashnikov,
ma un fucile di precisione a telemetro “dragunov”, arma di produzione sovietica che utilizza gli stessi proiettili dell’AK-47 e che i somali non avevano.
Il giorno dopo, avrebbe dovuto fare ritorno, in Italia, per deporre davanti al pm proprio in merito alle attività di Gladio e del Centro Scorpione.
Richieste di indagini da parte della Procura romana sono state bloccate da due ministri della Giustizia.

3. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano indagando su un traffico di armi e di rifiuti tossici e radioattivi tra i Paesi industrializzati e l’Africa. Seguivano una traccia molto concreta che portava dall’Italia alla Somalia, passando per i Balcani. In particolare, avevano concentrato la loro attenzione sulla flotta della compagnia di pesca italo-somala Shifco, donata dalla Cooperazione Italiana alla Somalia [http://www.dire.it/06-06-2017/125980-ilaria-alpi-declassificati-oltre-70-documenti-traffici-darmi-rifiuti-tossici/, http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/03/26/news/ilaria-alpi-ecco-i-documenti-segreti-1.158530].

4. L’assassinio del maresciallo Marco Mandolini, ucciso il 13 giugno 1995, a Livorno, è un’altra morte sospetta da poter collegare a Gladio, alla Somalia, all’ex-Jugoslavia, a Vincenzo Li Causi, a Ilaria Alpi e a Miran Hrovatin.
Mandolini era un incursore del Col. Moschin, un istruttore della NATO ed ex-caposcorta del generale Bruno Loi in Somalia.
Era amico di Vincenzo Li Causi da quando avevano frequentato un corso a Capo Marrargiu, dove si addestravano gli uomini di Gladio.
Livorno riporta alla memoria la sera del 10 aprile 1991, quando avvenne la collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip, Abruzzo, che causò la morte di 140 persone, che attesero, per ore, invano, i soccorsi, mentre nella rada si consumava un intenso traffico di navi militari e militarizzate statunitensi, impegnate nel tra¬sbordo di armi, rien¬trate a Camp Darby dalla guerra contro l’Iraq, parte delle quali venivano, segretamente, inviate in Somalia, in Croazia e in altre zone, non esclusi i depositi di Gladio in Italia [http://www.retedellapace.it/2017/07/dossier-camp-darby-campagna-territoriale/]. Nel porto, quello stesso giorno, era presente anche il peschereccio 21 Oktobar II, la nave numero uno della Shifco.

5. Il 26 settembre 1988, un commando uccideva, a Lenzi, Mauro Rostagno. Il giornalista faceva parte della giunta esecutiva di Lotta Continua, al cui interno, secondo la sentenza della Corte di Cassazione, venne presa la decisione di uccidere il commissario Calabresi [http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/delitto-rostagno/delitto-rostagno/delitto-rostagno.html]. Rostagno insieme ad Adriano Sofri aveva ricevuto un avviso di garanzia per l’omicidio. Ma il magistrato non fece a tempo a sentirlo, Rostagno fu ucciso prima.
Cosa lega i quattro delitti al delitto Rostagno?
La corrispondenza cifrata tra il SIOS e il Centro Scorpione di Trapani potrebbe aprire nuovi scenari sulla morte di Rostagno, perché lascia intendere che certi traffici non si siano svolti solo negli aeroporti segreti di Trapani, ma anche in uno spazio prossimo a SAMAN, la comunità per tossicodipendenti, fondata dallo stesso Rostagno, dalla compagna Chicca Roveri e Francesco Cardella.
Rostagno ha, veramente, filmato certi movimenti [http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?r=relauto&id=8257]?
Che motivo avrebbe avuto di chiedere una telecamera a raggi infrarossi?
Anche di questo delitto non si conosce, ancora, la Verità.
Si sa che Rostagno denunciasse l’intreccio tra Mafia, Massoneria e Politica.
Si sa che Rostagno era stato minacciato.
Si sa che Trapani, in quegli anni, era punto nevralgico del traffico di armi con la Somalia.
Si sa che, a Trapani, era presente Gladio, il cui responsabile era il maresciallo Vincenzo Li Causi del SISMI.
Si sa che sono scomparse una audiocassetta sulla quale Rostagno avrebbe registrato i nomi di mafiosi e di massoni e una videocassetta dove avrebbe filmato l’atterraggio di aerei C130 con carichi “segreti”.

6. Il 28 gennaio 1994, una troupe della RAI di Trieste – il giornalista Marco Luchetta, l’operatore Alessandro Ota [sloveno come Miran Hrovatin] e il tecnico di ripresa Dario D’Angelo – sono a Mostar, in Bosnia-Erzegovina, per girare uno speciale per il Tg1 sui “BAMBINI SENZA NOME”, quei bambini nati da stupri etnici o con genitori dispersi in guerra.
Mostar è assediata da oltre un anno dall’esercito croato-bosniaco.
A Mostar, la parte Ovest è croata, la parte Est è un ghetto musulmano, sottoposto a continui bombardamenti.
I tre inviati sono riusciti a entrarvi e hanno scoperto un rifugio, dove, da mesi, dormono molti bambini. Mentre intervistano uno dei bimbi, di nome Zlatko, vengono raggiunti da una granata sparata dalle postazioni degli assedianti.
Luchetta, Ota e D’Angelo muoiono sul colpo.
Zlatko, protetto dai corpi dei tre corrispondenti, si salva e, attualmente, vive, in Svezia, con i suoi genitori.

7.

L’esplosivo che ha fatto saltare in aria Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, veniva dalla Croazia [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/09/23/un-sospetto-venuto-dalla-croazia.html], Paese dove si rifugiò Friedrich Schaudinn, l’artificiere tedesco ricercato per la Strage di Natale del 1984, sul rapido 904 Napoli-Milano.
E anche l’esplosivo per il fallito attentato contro Falcone all’Addaura proveniva dalla ex-Jugolavia [http://www.grandangoloagrigento.it/attentato-delladdaura-a-falcone-pentito-rivela-esplosivo-da-jugoslavia/].

NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN!

Assunta Daniela Zini


Note:
[1] Il Diavolo Rosso compare, per la prima volta, nel 1996, quando un corrispondente del quotidiano francese Le Figaro, Xavier Gautier, viene trovato impiccato, nella sua residenza estiva, a Ciudadela, nell’isola di Minorca, e, sul muro della villa, viene rinvenuta una scritta in italiano:
“Traditore, Diavolo Rosso” [https://www.youtube.com/watch?v=SHVuSJXYKdA].
Xavier Gautier, negli ultimi anni della sua vita, si era occupato di traffico di armi e di organi tra la Bosnia e Trieste, come il giornalista inglese Jonathan Moyle, trovato, anche lui, impiccato, il 31 marzo 1990, in una camera di albergo, a Santiago del Cile [https://www.youtube.com/watch?v=gOG_2rlhuB0].
Le parole sono state vergate da qualcuno che ha usato la mano destra, ma il giornalista di corporatura robusta era mancino.
Frettolosamente, la Procura spagnola archivia la sua morte come suicidio. In più interviste aveva parlato dei massacri cui aveva assistito e aveva anche denunciato il traffico di organi avvenuto – a suo dire – con la complicità delle Autorità Internazionali e della presenza militare occidentale.

https://www.change.org/p/sergio-mattarella-capo-dello-stato-italiano-non-archiviate-il-caso-alpi-hrovatin-non-archiviate-il-caso-alpi-hrovatin/u/21588250

mercoledì 4 ottobre 2017

LE TEMPS ET LE COMPTE de Daniela Zini



 LE TEMPS ET LE COMPTE


De moi-même le temps me demande compte;
Si je vais le rendre, le compte veut du temps :
Car qui a dépensé sans compter un tel temps,
Comment sans prendre temps rendrait-il un tel compte ?

Le temps, du temps ne veut pas tenir compte,
Parce que le compte ne se fit pas à temps ;
Car le temps recevrait en compte le temps
Si au compte du temps il y avait le compte.

Quel compte pourrait suffire à un tel temps ?
Quel temps pourrait suffire à tant de comptes ?
Qui vit sans compte est dépourvu de temps.

Je suis privée de temps et ne rends pas de compte,
Sachant que de mon temps il me faut rendre compte
Et que viendra pour moi le temps des comptes.


Daniela Zini
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