“Io non ho in mio potere che ventisei soldatini di piombo, le ventisei lettere dell’alfabeto: io decreterò la mobilitazione, io leverò un esercito, io lotterò contro la morte.”

Nikos Kazantzakis

Entrando nella sede delle Nazioni Unite a New York si legge:


Bani adam a’za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.

Chu ‘ozvi be dard avard ruzgar,
Degar ‘ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

I figli dell’Uomo sono parti di un unico corpo,
Originate dalla stessa essenza.

Se il destino arreca dolore a una sola,
Anche le altre ne risentono.

Tu, che del dolore altrui non ti curi,
Tu non sei degno di essere chiamato Uomo.

Abu ‘Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh Sa’di, Golestan

traduzione dal persiano di Daniela Zini

Dormire, dormire e sognare…

Sognare di una vita senza sofferenza e senza paura.

Sognare di Esseri capaci di amare oltre il limite, oltre la realtà, oltre ogni cosa, oltre la vita.

Fino dall’Antichità le donne scrittori hanno sognato una nuova era di pace mondiale.

Non ha alcun senso dire che le guerre sono una conseguenza del capitalismo o della malvagia natura degli uomini o dei sentimenti nazionalistici.

Certo, il produttore di armi e altri gruppi capitalistici possono avere interesse che scoppi una guerra, ma questo non significa che la loro volontà sia una determinante sufficiente a farla scoppiare. All’interno di ciascuno Stato i produttori di grano hanno interesse alla carestia, i costruttori di case hanno interesse che divampino incendi che distruggano città, ma non per questo si verifica la carestia o le nostre città sono distrutte dagli incendi. In ogni Stato l’ordinamento giuridico prevede argini che frenino e contengano le forze distruttrici pericolose per la vita collettiva. Le forze distruttrici prevalgono in campo internazionale solo perché mancano analoghi argini giuridici.

È probabile che, in certe occasioni, i gruppi capitalistici che ottengono l’appoggio dei governi per conseguire l’esclusività di alcuni mercati, l’appalto di lavori pubblici, l’emissione di prestiti e altri privilegi nei Paesi politicamente tanto deboli da subire l’influenza di potenze straniere, possano, senza volere la guerra, spingere a essa, facendo nascere attriti e alimentando pericolosi contrasti tra Stati. Ma anche questo avviene solo perché manca un ordine giuridico internazionale.

Se tutti gli uomini fossero animati nei loro reciproci rapporti da sentimenti di fraternità evangelica non vi sarebbe bisogno di alcuna forma di coazione legale.

L’ordinamento giuridico è, dunque, una necessità, tanto nei rapporti tra singoli individui, quanto nei rapporti tra singoli Stati.

D’altra parte i sentimenti nazionalistici anti-sociali non possono considerarsi caratteristiche psichiche innate. Sono frutto della politica: come la politica può ingenerarli, così può soffocarli.

Le lingue, le etnie, le religioni, i costumi diversi non impediscono una pacifica convivenza.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale vi fu un serio tentativo di assicurare la pace nel mondo con una nuova organizzazione internazionale.

Quel tentativo fece completo fallimento.

Perché?

Perché – dicono alcuni – gli Stati Uniti non vollero entrare nella Società delle Nazioni: mancando gli Stati Uniti, la Società delle Nazioni non aveva il prestigio e la forza sufficienti per mantenere l’ordine internazionale.

In verità, la partecipazione degli Stati Uniti non avrebbe potuto migliorare di molto la Società delle Nazioni. Gli Stati Uniti, conservando, come gli altri membri la loro assoluta sovranità, avrebbero cercato di adoperare anch’essi l’istituzione ginevrina per il raggiungimento dei loro obiettivi di politica nazionale.

Quando il Giappone invase la Manciuria, la Francia e l’Inghilterra impedirono che la questione fosse portata davanti all’assemblea della Società delle Nazioni, nonostante risultasse a tutti evidente l’aggressione, perché non volevano mettere in pericolo i loro possedimenti in Oriente. Quando si profilò la minaccia di un’aggressione dell’Abissinia da parte dell’Italia, il governo di Laval profittò della buona occasione per negoziare degli accordi a vantaggio della Francia, promettendo di non consentire altro che mere sanzioni collettive puramente simboliche, da cui lo Stato aggressore non avrebbe avuto alcun danno.

Se fossero stati presenti i rappresentanti americani nel consiglio della Società delle Nazioni avrebbero fatto, al pari dei loro colleghi inglesi e francesi, eloquenti discorsi sulla sicurezza indivisibile ma, in pratica, quando si fosse trattato di prendere delle decisioni, avrebbero guardato solo ai particolari interessi degli Stati Uniti, appoggiando – a seconda della convenienza – l’uno o l’altro dei diversi blocchi in contrasto, senza tenere conto alcuno del diritto e degli impegni presi con la firma del “covenant”.

Vi è, poi, chi ritiene che il fallimento della Società delle Nazioni si debba imputare a un difetto secondario, non essenziale, della sua struttura: non disponeva di una forza propria per esercitare la polizia internazionale. L’espressione “polizia internazionale”, quando viene adoperata in questo senso, è assai equivoca e porta facilmente fuori strada. le operazioni militari, anche se si fossero volute attuare, risultando tanto più costose e avendo tanta minore probabilità di successo quanto più potente era lo Stato che aveva violato la legge, molto facilmente sarebbero servite solo per imporre il rispetto dell’ordine giuridico alle piccole potenze, giammai a quelle maggiori – così il mantenimento dell’ordine internazionale sarebbe stato solo l’ipocrita veste per mascherare l’egemonia degli Stati più forti.

Pretendere di costituire una forza armata a disposizione di una Società delle Nazioni di cui facevano parte Stati sovrani, avrebbe, d’altra parte, significato mettere il carro davanti ai buoi, poiché le forze armate sono il mezzo per l’affermazione concreta della sovranità, nessuno Stato avrebbe voluto concorrere alla creazione di un esercito internazionale, atto a imporgli una volontà estranea alla propria.

E seppure, per assurdo, fosse stata superata questa difficoltà, come si sarebbe potuto praticamente organizzare un tale esercito?

La nomina del comandante in capo, l’obbedienza dei soldati nel caso in cui avessero dovuto applicare misure coattive contro i connazionali, la preparazione dei piani di guerra, sono tutte cose inconcepibili se non esiste un vero governo unitario incaricato della difesa, se i soldati non hanno una cittadinanza superstatale che si traduca in un senso di fedeltà a un tale governo e, infine, se non fosse stata eliminata ogni possibilità di guerra tra gli Stati associati.

Nella nostra infelice epoca, ogni istante che viviamo, è segnato da orribili exploits di guerra e il denaro, del quale avremmo tanto bisogno per debellare Fame e Malattia, dispensato in fumo dagli Stati, sotto la copertura di progetti, presunti scientifici, che malcelano lo scopo di accrescere la loro potenza militare e il loro potere di distruzione futura.

Noi non siamo capaci di controllare né la natura né noi stessi.

Quante guerre risultano dall'incomprensione dell'Altro?

Tutte!
La Seconda Guerra Mondiale ne è un triste esempio.

Un esempio inaudito di intolleranza e di incomprensione che ha portato all'esclusione di tutto un popolo.

La stupidità dell'uomo risiede nel compiacersi a restare ignorante e come dice Albert Einstein:

“Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana; ma per quel che riguarda l'universo, io non ne ho acquisito ancora la certezza assoluta.”

Roma, 20 gennaio 2014

Daniela Zini

giovedì 30 ottobre 2025

III. IL GENOCIDIO CECENO 1. Cecenia: Terra di Non-Diritto Nicola I, Stalin, Putin: l’implacabile continuità di Daniela Zini

 

GENOCIDIO



ταν βλέπω σε, προσκυν, καί τούς λόγους,
τς παρθένου τόν οκον στρον βλέπων

ες ορανόν γαρ στί σου τά πράγματα,
πατία σεμνή, τν  λόγων εμορφία,
χραντον στρον τς  σοφς παιδεύσεως.

Παλλαδάς [319 ή το 360 δεκαετία 390 ή 430]

 

“Que le XXIème ne soit plus, comme ce siècle qui s’achève, le temps des Etats criminels!”

Yves Ternon[1]

 


III. IL GENOCIDIO CECENO

1.      Cecenia: Terra di Non-Diritto

Nicola I, Stalin, Putin: l’implacabile continuità

  


ad Anna Stepanovna Politkovskaja

 

“Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.”

Anna Stepanovna Politkovskaja

 


 

Il 23 febbraio 1944, Stalin ordina la deportazione in Asia Centrale della totalità della popolazione cecena, accusata di collaborazionismo con i nazisti. I deportati sono i bisnipoti dei migliori guerrieri di Shamil e di Haji Murad, di coloro che hanno combattuto accanitamente contro i russi dal 1834 al 1859. 

Cinquanta anni più tardi, Boris Eltsin, poi, Vladimir Putin impongono, di nuovo, un regime di terrore in Cecenia, questo territorio di 13.000 chilometri, incuneato tra i monti del Caucaso, la Georgia ed il Daghestan, dove  vivono 1,2 milioni di persone di confessione musulmana.

Sedici anni e due guerre più tardi, la Cecenia è in ginocchio, senza speranza e senza avvenire, ma con l’esercito russo sempre presente sulla sua terra.

Il 26 febbraio 2004, nel quadro del Rapporto Belder sulle relazioni UE-Russia, il Parlamento Europeo adotta due emendamenti depositati da Olivier Dupuis. Il primo, adottato alla quasi-unanimità, chiede alla Commissione e all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune di studiare il Piano Akhmadov, che propone, sulla base dell’esperienza della comunità internazionale in Kosovo, l’insediamento di una amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia. Il secondo, adottato dalla plenaria del Parlamento Europeo riconosce che la deportazione dell’insieme del popolo ceceno, ordinata da Stalin, il 23 febbraio 1944, costituisce, in virtù della Quarta Convenzione dell’Aia del 18 ottobre 1907, concernente le leggi e gli usi della guerra per terra, e secondo la Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio, adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU, il 9 dicembre 1948, atto di Genocidio.

L’anniversario della deportazione dei ceceni è l’occasione per ricordare al mondo il dramma vissuto dalla popolazione cecena e ricordare ai governi delle democrazie occidentali che la Cecenia non è “faccenda” interna russa, ma “faccenda” di tutti.

Non si può comprendere la guerra in Cecenia senza conoscere la storia di un martirio che si trascina da più di duecento anni.

 

 

Не спи, казaк: во тьме ночной

Чеченец ходит за рекой!

Казaк, утонешь ты в реке,

Как тонут маленькие дети,

Купаясь жаркою порой:

Чеченец ходит за рекой!

Бегите, русские певицы,

Спешите, красные, домой:

Чеченец ходит за рекой!”

 

“Non dormire, cosacco: nella notturna tenebra

Di là dal fiume va il ceceno!

Cosacco, annegherai nel fiume,

Come annegano i piccoli fanciulli

Bagnandosi nell’ora calda:

Di là dal fiume va il ceceno!

Fuggite, russe cantatrici,

Correte, belle, a casa:

Di là dal fiume va il ceceno!”

 

Con queste parole il poeta Pushkin introduce per la prima volta la figura del “ceceno” nella letteratura russa del secolo XIX, mettendo in luce gli antichi legami conflittuali, sviluppatisi già nel secolo XVI, tra i russi e i popoli caucasici.

 

 

1.  Cecenia: terra di resistenza

Neppure un pezzo di questa terra cecena ci sfugge. Noi siamo qui per l’eternità.”

Aleksej Petrovic Ermolov [1777-1861]

 

Il generale russo Aleksej Petrovic Ermolov scelse la ferocia come arma preferita e più efficace. Ordinò al suo esercito di mettere a ferro e a fuoco la terra dei ceceni, razziare i loro pascoli e il loro bestiame, distruggere le loro piantagioni “finché la fame non li piegherà tutti, finché non li costringerà all’obbedienza”.

Spiegava ai suoi ufficiali:

“Desidero che il mio nome desti terrore tra gli indigeni, che per loro significhi condanna a morte.”,

e avvertiva i ceceni:

“La più piccola disobbedienza, un solo assalto armato e ordinerò di radere al suolo gli aul, di sterminare i vostri uomini, di vendere le vostre donne e i vostri bambini come schiavi.” 

Ermolov ordinò anche di abbattere le foreste caucasiche che consentivano ai guerrieri di nascondersi e tendere imboscate lungo le strade che conducevano alle fortezze.

Che cosa ottenne Ermolov? 

Leggendo i libri di storia russi si potrebbe pensare che abbia vinto e che sia riuscito ad assoggettare il Caucaso.

Nulla di più sbagliato.

Ermolov avrebbe voluto conquistare il Caucaso e trasformarlo. Non sapeva che sarebbe stato il Caucaso a trasformare lui. Alla fine della sua vita, maturò l’idea che l’obiettivo di sottomettere i ceceni fosse impossibile da realizzare:

“Sono certo che si sarebbero arresi, se solo sapessero come si fa.”

La sua crudeltà e la sua ostinata aspirazione a trasformare il Caucaso indisposero i ceceni, rafforzarono la loro resistenza, li resero più uniti, li spinsero direttamente tra le braccia del fanatismo religioso e della guerra santa. Anche quelli che fino allora avevano vissuto della propria terra raggiunsero le montagne e da quel momento fecero della guerra il loro nuovo mestiere.

“Scegliete : o l’obbedienza o l’annientamento più spietato.”,

intimava ai ceceni il generale Ermolov, che, nella capitale zarista, era considerato un uomo progressista, un amico dei decabristi, un Bonaparte russo.

Secondo lo storico russo Dmitri Furman, i ceceni sono stati loro stessi la causa delle proprie sciagure e della propria maledizione. Le loro virtù sono un semplice prolungamento dei loro difetti. Le loro qualità li hanno resi terribili per i nemici, ma anche per se stessi e la loro guerra per la libertà è stata una guerra per la sopravvivenza, poiché, rifiutando di sottomettersi combattevano, e combattendo attiravano su di sé il massacro. 

“Tutto si trasformava nel suo opposto e le incredibili vittorie erano sempre presagio di inevitabili catastrofi.”

scrive Furman.

 

Aleksej Petrovic Ermolov.

 

Imam Mansur Ushurma.

[https://www.youtube.com/watch?v=QcL8s301wio]

 

I ceceni non hanno mai cessato, da due secoli, di opporre resistenza all’espansione zarista, poi, sovietica, nelle loro montagne del Caucaso. Nel 1732, per la prima volta, si scontrarono con le forze russe di una spedizione lanciata contro la Persia da Pietro il Grande. Seguirono i cosacchi di Caterina II, che, dopo aver occupato Petrovsk [oggi Makhachkala], espugnato la parte settentrionale dell’Azerbaijan e assunto il controllo del litorale caspico tra Petrovsk e Derbent, tentavano di estendere la conquista al Daghestan e alla Cecenia. Sotto la guida dell’imam Mansur Ushurma, buon capo partigiano e grande predicatore con un programma religioso rigidamente strutturato, i ceceni respinsero a Nord i russi, che ripresero il controllo della zona solo nel 1791. Dopo un assedio di sessantuno giorni, Mansur Ushurma, fu catturato e rinchiuso nella fortezza di Schlusselburg, dove morì, nel 1794.

I russi poterono così occupare la parte meridionale del Daghestan e gran parte dell’attuale Cecenia, dove, nel 1819, fondarono la fortezza di Groznaya, la Terribile, primo nucleo dell’attuale città di Grozny, così chiamata per ispirare timore ai montanari ceceni.

 

“All’inizio i rapporti con i montanari furono buoni. Nell’autunno del 1721, gli eserciti di Pietro il Grande, in marcia contro la Persia, attraversarono indisturbati la pianura cecena. Il primo scontro avvenne solo nel 1732. I ceceni, guidati dal principe Ajdemir, sgominarono il reaparto del colonnello Koch aiutato dal principe Kazbulat, anch’egi ceceno.

A quell’epoca Pietroburgo praticava la tattica della “conquista pacifica”. Alla volta del Caucaso muovevano mercanti e missionari ortodossi; ai feudatari caucasici che si sottomettevano venivano offerti vitalizi. Fiorivano gli insediamenti: lungo il Terek sorgevano chutor [piccole aziende agricole] e stanitza cosacche, con le quali i montanari conducevano attivi scambi commerciali. Solo sporadicamente scoppiava qualche conflitto.  

Con l’avvento di Caterina II [1762-1796] le cose cambiarono. La zarina fece costruire un sistema di fortificazioni che formavano una linea difensiva continua tra il mar d’Azov e il Caspio. Furono innalzate dieci possenti fortezze tra cui Vladikavkaz, il cui nome significa “Regina del Caucaso”. L’impero era già una potenza che allungava le mani sulla Polonia e avvistava altre prede.

La prima rivolta antirussa scoppiò nel 1785. Alla sua testa si pose Ushurma, un religioso musulmano nato nel villaggio di Aldy, che in seguito prese il nome di Mansur e il titolo di sceicco. Si trattò di un movimento spontaneo: i montanari presero le armi in risposta alla pacificazione degli aul e alla brutalità delle spedizioni punitive che si spingevano ben oltre il Terek. La rivolta fu presto domata.”

Wojciech Górecki, Pianeta Caucaso. Dalla Circassia alla Cecenia: un reportage dai confini dell’Europa

 

In seguito, i ceceni si schierarono dalla parte di chiunque si dichiarasse nemico della Russia: turchi, persiani e, perfino, inglesi, i cui inviati giravano per il Caucaso portando sacchi pieni di orzo e aizzando i montanari contro lo zar. I montanari, per lungo tempo, raccontarono ai figli la storia della giusta regina inglese che sarebbe accorsa in loro aiuto.  

Johan Blaramberg, un ufficiale zarista di servizio a Tbilisi all’inizio degli anni 1830, scriveva nel suo diario:

“I ceceni sono la tribù più crudele e selvaggia di tutto il Caucaso. Hanno un coraggio forsennato e sono perfino più valorosi dei lesghi. I nostri eserciti non sono mai riusciti a domare questo popolo ribelle, malgrado le numerose spedizioni che ne hanno ogni volta spopolato le terre. Per tenere a freno i ceceni il generale Ermolov ha creato una nuova linea difensiva presidiata da roccaforti. La principale di esse, Groznaja, giace sulla riva sinistra del fiume Sunja. Ma i ceceni non hanno smesso di violare le nostre frontiere e  sferrare attacchi.”

Un popolo di fuorilegge?

Blaramberg ignorava che Nicola I aveva già fatto redigere un decreto sulla repressione definitiva delle popolazioni montanare e lo sterminio dei ribelli, diretto al comandante in capo dell’esercito russo nel Caucaso, il generale Ivan Fedorovich Paskevic.

Era giunta l’ora di mettere ordine!

Dopo l’ascesa al trono del nuovo zar Nicola I, Ermolov fu sostituito dal generale Paskevic, il quale rinunciò all’avanzata nel Caucaso del Nord secondo i piani prestabiliti dal suo predecessore e tornò alla tattica delle spedizioni punitive isolate.

Dal 1834 al 1859, la popolazione cecena subì massacri, deportazioni ed espulsioni – 25.000 furono espulsi verso la Turchia – che ridussero la popolazione da 200.000 a 108.000 abitanti.

La data di inizio della guerra caucasica è considerata il 1834, quando l’imam Shamil insorse contro la Russia; in realtà, iniziò prima. Contro i russi avevano già preso le armi Ghazi Mullah e Gamzat-bek e, prima di loro, Beibulat Taimiev. Ma Shamil era stato l’unico capace di unire la Cecenia e il Daghestan, creando l’embrione di uno Stato teocratico o imamato. Shamil condusse per più di venticinque anni quella che è, senza dubbio, la più lunga campagna di guerriglia della storia; dapprima contro un eroe delle guerre napoleoniche, il generale Ermolov, nominato, nel 1818, vicere e comandante in capo del Caucaso, poi, contro il suo successore, il barone Pavel Grabbe, scelto, nel 1839, dallo zar Nicola I, riuscendo perfino, cinque anni più tardi, a creare una sorta  di mini-Stato, con le sue leggi, le sue imposte e un esercito di 5.580 cavalieri e 8.870 fanti, prima di doversi arrendere, nel 1859.

Ma Shamil, definito da Karl Marx un “eroe dal quale i popoli dominati dovrebbero prendere esempio”, è stato veramente l’eroe dell’indipendenza caucasica?

Per parlare di tale indipendenza, bisognerebbe pensare a un paese con una certa unità o almeno un minimo di coesione; cosa mai esistita nel Caucaso, regione sminuzzata, abitata da popoli diversi per etnia, lingua e religione.

Se l’Est, il Nord e il Nord-Ovest del Caucaso erano musulmani e ostili ai russi, armeni e georgiani formavano, al Sud e al centro, masse cristiane compatte che, nella loro maggioranza, avevano accettato volentieri di far parte dell’impero degli zar, credendo, in tal modo, di opporre una valida difesa contro i vicini musulmani. Inoltre, questo era il paese della violenza e si distingueva per una specie di puritanesimo duro e selvaggio, all’orientale, per i costumi semplici e per una asprezza propria al carattere degli uomini e al paesaggio. Arroccati sui fianchi delle montagne dove riecheggiava l’urlo degli sciacalli, i villaggi sembravano più nidi di uccelli rapaci che agglomerati umani. Cristiano o musulmano, ogni abitante del Caucaso, fino dall’infanzia, non sognava che armi e battaglie.

Shamil stabilì la propria roccaforte ad Akhulgo, un villaggio appollaiato su un picco, circondato da una gola profonda nel Nord del Daghestan, nei pressi del confine ceceno, dove sistemò anche la sua famiglia: la madre, la moglie Fatima e i due figli.

Dal mare di Azof al mar Caspio si estendeva, all’epoca, una linea continua di fortini e di difese, tenuta dai cosacchi del Kuban e di Mozdok. A Sud vi era la montagna, a ogni passo il pericolo e l’ignoto. Il comandante russo della regione alloggiava a Temir Khan Shura, oggi Bujnaksk, vicino alla costa del Mar Caspio, ma sulle montagne i soldati soffrivano in mille modi. I combattimenti, le imboscate, il tifo, la dissenteria congiuravano spesso insieme per decimare gli eserciti. La durata media della vita di un soldato era valutata a tre anni.

Il 29 giugno 1839, dopo la più terribile battaglia di questa guerra, i russi furono costretti a ritirarsi. Ma, quattro giorni dopo, preceduti da una formidabile preparazione di artiglieria, i soldati di Grabbe tornarono all’assalto.

A metà agosto i soldati di Shamil erano  decimati, affamati.

Dal 1840 al 1845, le armate russe tentarono invano diversi disperati attacchi contro le truppe di Shamil: interi reggimenti scomparvero, un vero disastro.

Nicola I decise di far cessare una volta per sempre la rivolta di Shamil e, a tale scopo, inviò nell’armata del Sud uomini sceltissimi e brillanti. Dai numerosi rovesci subiti dalle armate imperiali, aveva tratto due certezze assolute:

-        una vittoria era inconcepibile se non ci si sbarazzava prima delle foreste;

-        un regime di governo militare diretto era illusorio.

Bariatinsky, ultimo generale-comandante russo, iniziò, nel 1854, un disboscamento sistematico che rese il paese meno adatto alla guerra partigiana. A dispetto della guerra di Crimea, francesi, inglesi e turchi non portarono alcun aiuto a Shamil, che, forse, giudicavano troppo indebolito per meritare un simile dispendio di forze.

La morte di Nicola I e l’avvento di Alessandro II cambiarono profondamente lo stato delle cose.

Il nuovo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855, organizzò l’offensiva risolutiva nel Caucaso del Nord per porre fine a una guerra che durava ormai da troppo tempo. I generali Nikolaj Murav’ev e Aleksandr Bariatinsky strinsero la morsa del blocco intorno all’imamato, rafforzando le proprie posizioni sul territorio e costringendo Shamil alla resa. È il 1859 e Shamil veniva catturato dai russi ricevendo gli onori militari che si attribuiscono a un capo di Stato sconfitto. Dopo un periodo di prigionia a San Pietroburgo gli fu concesso di recarsi in pellegrinaggio alla Mecca, a Medina, dove morì, il 4 febbraio 1871.

Alexandre Dumas fu nel Caucaso nel periodo in cui i ceceni, che definiva “i francesi del Caucaso” per il loro humour e la loro gioia di vivere, erano guidati dal leggendario Shamil.

 

“La bandiera russa sventolava su Akhulgo, ma Shamil non era stato preso. Si cercò tra i cadaveri, Shamil non era morto. Alcuni informatori assicuravano che si fosse rifugiato in una caverna che indicarono; si perlustrò la caverna. Shamil non vi era. Da dove era potuto scappare? Com’era scomparso?

Quale aquila lo aveva portato via sulle nuvole; quale gnomo gli aveva aperto un cammino attraverso le viscere della terra. Nessuno lo seppe mai; ma come per miracolo si ritrovò a capo degli avari, a capo dei più fedeli naib e più che mai i russi sentirono ripetere intorno a loro:

“Allah ha solo due profeti; il primo si chiama Maometto; il secondo Shamil.”

Alexandre Dumas, Chamil et la résistance tchétchène contre les Russes

 

La resa di Shamil non metterà fine alla resistenza, tra il 1860 e il 1878, i ceceni si sollevarono ancora in tre riprese.

 

  

 2. Cecenia: cronaca di un genocidio dimenticato

“Vi è una nazione sulla quale la psicologia della sottomissione resta senza effetto; non individui isolati, non ribelli, no: la nazione intera. Sono i ceceni.”

Aleksandr Soljenitsin

 



La Rivoluzione del febbraio del 1917 sollevò grandi speranze in questa prigione dei popoli che era la Russia e, l’11 maggio 1918, dopo che i bolscevichi si furono impadroniti del potere, il Caucaso del Nord proclamò la propria indipendenza dalla federazione russa. I ceceni credettero di avere finalmente ottenuto la libertà, ma la libertà promessa fu di breve durata. L’alfabeto arabo utilizzato dai ceceni fu sostituito dall’alfabeto russo, le pratiche religiose vietate e gli imam deportati.

La pace fu ristabilita, il 20 gennaio 1921, da un uomo del Caucaso, un georgiano: Iosif Vissarionovic Stalin, nato Dzugasvili.

Il 30 novembre 1922, il vecchio sogno indipendentista diveniva realtà la Regione Autonoma di Cecenia era costituita. Il 15 gennaio 1934, si trasformava in Regione Autonoma di Cecenia-Inguscezia e, il 5 dicembre 1936, in Repubblica Autonoma.

I mollà musulmani, che all’inizio avevano guidato la resistenza, erano stati a poco a poco sostituiti da giovani istruiti, formati nelle scuole sovietiche, quali, Hassan Israilov e Mairbek Sheripov.

 

Operazione Barbarossa.

[https://www.youtube.com/watch?v=GDWAQracXxo]

  

Nel febbraio del 1940 – in periodo di patto germano-sovietico – le truppe di Israilov controllavano le zone di Galanchozh, Sayasan, Chaberlo, e una parte della regione di Shato. Un Governo Provvisorio Popolare e Rivoluzionario di Cecenia-Inguscezia era proclamato e Israilov il suo capo.

Nel giugno del 1941, Adolf Hitler scatenava contro l’URSS l’Operazione Barbarossa.

Nel febbraio del 1942, le truppe tedesche erano a meno di 500 chilometri da Grozny, la capitale della Cecenia. Gli insorti ceceni erano ben coscienti dei metodi brutali utilizzati da Alfred Ernst Rosenberg e Heinrich Luitpold Himmler nell’Ucraina “liberata”. Nel giugno, lanciarono un “appello al popolo ceceno-ingusceto”, per domandare “di accogliere i tedeschi in modo ospitale se questi riconoscono l’indipendenza della repubblica cecena”. I tedeschi non arrivarono mai in Cecenia, ma il governo sovietico di Stalin prese coscienza del pericolo. Le città e i villaggi ceceni furono bombardati dagli aerei dell’armata rossa. Più della metà della popolazione perì. Israilov morì nelle sue montagne, in uno scontro con le truppe sovietiche.

È allora che si consuma uno dei peggiori crimini dello stalinismo, il cui ricordo è vivo ancora oggi. Sotto il fallace pretesto di collaborazionismo con i nazisti, il dittatore decide la deportazione della totalità dei ceceni e degli ingusceti.

Nel gennaio del 1944, 19.000 uomini del Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del,  NKVD [Commissariato del Popolo degli Affari Interni], iniziarono a dislocarsi nella piccola Repubblica Autonoma di Cecenia-Inguscezia, arrivando a stabilirsi in quasi tutti i villaggi della regione. Il giorno dell’armata rossa, il 23 febbraio, gli uomini vennero chiamati a riunirsi nella sede locale del partito comunista e venne loro letto il decreto del Consiglio Supremo, che annunciava la deportazione dei ceceni e degli ingusceti.  In ogni città, uomini e donne, vecchi e bambini, sotto la mira dei soldati, furono caricati su camion Studebaker – messi a disposizione dagli Stati Uniti ai loro alleati di guerra – e portati alle stazioni ferroviarie più vicine, dove vennero ammassati in vagoni piombati per il trasporto del bestiame, senza cibo e indumenti adeguati. Come aveva, già, fatto con i tatari di Crimea e con i tedeschi del Volga, Stalin aveva deciso di cancellare il piccolo popolo dalla carta dell’URSS. I cartografi ricevettero l’ordine di eliminare ogni riferimento da mappe ufficiali, archivi ed enciclopedie.

Il 29 febbraio, Lavrentij Beria, capo dell’NKVD, scrisse a Stalin:

“Riferisco i risultati dell’operazione di risistemazione dei ceceni e degli ingusceti. La risistemazione ha avuto inizio il 23 febbraio nella maggior parte dei distretti, eccettuati i villaggi nelle alte montagne. 478.479 persone sono state sfrattate e caricate nei vagoni speciali, inclusi 91.250 ingusceti. 180 treni speciali sono stati caricati, di cui 159 mandati al posto predestinato.”

Per circa mezzo milione di ceceni e di ingusceti, l’odissea attraverso la tundra era appena iniziata. Più della metà morì durante il viaggio o per mano delle truppe sovietiche. I sopravissuti furono abbandonati a fronteggiare la fame e le malattie nell’inverno rigido della Siberia e dell’Asia Centrale, con il divieto assoluto di lasciare quei luoghi. La decisione fu, ufficialmente, motivata dalla collaborazione del popolo ceceno con la Wehrmacht. In realtà, nessuna collaborazione massiva ebbe luogo, l’esercito tedesco non giunse mai in territorio ceceno.

  

Lavrentij Pavlovic Beria.

 

Ljoma Viskhanov - survivor of Chechen deportations in 1944 - tells his story

[https://www.youtube.com/watch?v=gBor0cT8aW0]

 

Per significare l’eradicazione del popolo ceceno dal suo territorio e umiliarlo, le autorità sovietiche eressero, nel 1949, a Grozny, una statua del generale zarista Ermolov, che aveva diretto la conquista del Caucaso all’inizio del secolo XIX. Sul suo basamento fu incisa questa dichiarazione di Ermolov:

“Mai la terra ha accolto una razza più vile dei ceceni.” 

Deportando i ceceni, i russi completavano la loro vittoria sui musulmani del Caucaso, la cui sanguinosa resistenza aveva tanto ostacolato la penetrazione europea nel Sud. La turbolenza musulmana aveva sonnecchiato, alla fine del secolo XIX per risvegliarsi, poi, pericolosamente sotto il regime sovietico: una prima volta, nel 1930, una seconda, all’inizio della guerra, nel 1941.

Le condizioni di vita per i ceceni rimasero dure fino alla morte di Stalin, nel 1953.

Si dovette attendere il XX Congresso del Partito Comunista, nel 1956, perché Nikita Kruscev riconoscesse l’ingiustizia patita dai ceceni e autorizzasse il diritto al ritorno dei popoli deportati.

Nel 1957, gli esiliati sopravvissuti poterono ritornare nel loro Paese e la Repubblica Autonoma di Cecenia-Inguscezia fu restaurata. 

È da allora che la diaspora cecena, presente nella maggior parte delle città dell’ex-Unione Sovietica, è unita nell’odio del nemico russo.

È tra i bambini dei deportati, tornati in un Paese dove non sono sempre nati, che sono stati reclutati i più feroci partigiani dell’indipendenza cecena degli anni 1990 e 2000 e, in particolare, il primo presidente della Repubblica cecena, Dzhokhar Dudayev.

 

 

3. Cecenia: terra del disonore russo

 

“Se il presidente Eltsin avesse letto Hadji Murad di Tolstoj, è assai improbabile che si sarebbe imbarcato in un conflitto coi Ceceni.”

Evgenij Evtuschenko

 

Nel racconto postumo, Hadji Murad, Tolstoj parla del “cardo ceceno”.

Lev Tolstoj che, servì, per ben due volte, negli eserciti zaristi, incaricati di domare la rivolta cecena, ammetteva che il Caucaso era una terra piuttosto strana, dove guerra e libertà, due concetti, così apparentemente contrari, si univano in un tutt’uno.

Da Caterina II a Putin, la Russia ha seppellito migliaia di uomini nel grande cimitero caucasico per ricordare a ogni russo che vi è sempre un prezzo da pagare, quando si vuole resistere agli ordini che vengono dall’alto.

Putin l’ha capito bene.

E la seconda guerra cecena affonda là le sue radici.

Quanto alle prospettive aperte dalla scuola putiniana di crudeltà, Anna Politikovskaja ne evoca le tragiche conseguenze:

“In Cecenia siamo caduti in un buco nero, abbiamo allevato una tale quantità di assassini cinici che basterebbe a soddisfare il fabbisogno di killer a pagamento dell’intero pianeta. Rispondo alle mie parole: una persona su due uccisa in Cecenia è un civile abbattuto in condizioni di giustizia sommaria. Questo significa che migliaia di militari che hanno servito in Cecenia sono dei boia sistematici.” [Anna Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo]

e più avanti prosegue:

“A volte passeggio tra le rovine della capitale cecena. Parlo con i suoi abitanti, li guardo negli occhi, ripenso alle loro storie e mi rendo conto che la mia mente rifiuta di credere loro, contesta, respinge i loro racconti. Semplicemente per proteggersi. Ci credo e non ci credo, vorrei non farmi contaminare.” [Anna Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo]

Nell’agosto del 1991, Dzhokhar Musayevich Dudayev profittava del colpo di Stato mancato a Mosca per attaccare il parlamento regionale e prendere il controllo di palazzi amministrativi a Grozny. Le elezioni che seguivano portavano il Congresso Nazionale e Dudayev al potere.

Il 4 novembre 1991, Dudayev proclamava l’indipendenza della Cecenia. Eltsin prendeva, allora, coscienza del pericolo, ma era troppo tardi. Il separatismo era stato legittimato dalle urne, anche se le condizioni delle elezioni non erano state sempre molto regolari. Nel novembre del 1991, Eltsin proclamava lo stato di urgenza in Cecenia e poneva la Repubblica sotto gli ordini di Akhmet Arsanov.

Il risultato fu immediato.

Fu un’esplosione di sentimenti anti-russi e Dudayev divenne estremamente popolare.

 

Dzhokhar Musayevich Dudayev.

 

Eltsin fu obbligato a fare retromarcia e ad annullare il decreto di stato di urgenza.

Tra la fine del 1991 e la fine del 1994, la Repubblica cecena tentò di consolidarsi, mentre i russi attendevano la fine della febbre rivoluzionaria. Cercarono di screditare Dudayev con tutti i mezzi e prepararono il ritorno della Cecenia nel girone della Repubblica di Russia. Aiutarono l’opposizione anti-Dudayev a strutturarsi e, nell’estate del 1994, un inizio di guerra civile sembrò dare loro il segnale di intervento.

Il 26 novembre 1994, l’armata russa lanciò un attacco di tanks su Grozny: fu un fiasco completo, ma la messa al passo della Cecenia era divenuta un enjeu per l’approvvigionamento del petrolio e per la rielezione di Eltsin al Cremino. Quest’ultimo sperava in una vittoria rapida e totale.

Nel dicembre del 1994, i russi lanciarono un massivo attacco.

Il palazzo presidenziale di Grozny fu preso, il 19 gennaio 1995.

Il 21 aprile 1996, Dudayev moriva in un attentato.

Nell’agosto, i ceceni ripresero Grozny.

Nel corso dello stesso anno, il generale russo Lebed tentò una soluzione negoziata, che rinviò la fissazione dello statuto definitivo della Cecenia al 31 dicembre 2001.

Entrato in Cecenia, nel dicembre del 1994, l’esercito russo si ritirava alla fine del 1996, poi, rioccupava la piccola repubblica, nell’autunno del 1999.

Anni e anni di bombardamenti, di distruzioni, di occupazione brutale.

Decine di migliaia di vittime civili, circa 200.000 rifugiati, una generazione umiliata. E migliaia di soldati russi uccisi.

Gli anni si susseguono e Mosca è sempre in guerra contro una piccola nazione che considera come “di Russia”.

Nessuno oggi, in Cecenia o in Russia, crede in una soluzione prossima.

Quando una guerra dura da anni, si finisce per dimenticarne le origini. E la spiegazione appartiene a chi grida più forte.

Vladimir Putin, dapprima, è riuscito a far dimenticare le cause storiche e politiche di un conflitto di tipo coloniale tra la potenza ex-sovietica e la piccola Repubblica separatista, che sperava di seguire, dal 1991, le vicine Georgia e Armenia sulla via dell’indipendenza; poi, ha ricondotto la questione cecena a una lotta contro un movimento di terroristi.

 

Boris Nikolaevic Eltsin e Bill Clinton.

 

L’11 settembre 2001 è stata una vera “manna” per Putin: offriva al presidente russo l’occasione insperata di rilanciare il partenariato con gli Stati Uniti e di fare un amalgama disonesto tra la causa cecena e Bin Laden. Washington da parte sua considerava tutti i focolai islamici radicali passibili di allearsi con Bin Laden. Gli Stati Uniti armarono e addestrarono l’esercito georgiano per mettere le mani su terroristi tra i rifugiati ceceni della valle del Pankissi.

La resistenza cecena fu sempre più abbandonata. Non riceveva più sostegno che dalle forze islamiche radicali. Il presidente Maskhadov, che era il sostenitore di uno Stato laico e di un islam aperto, controllava sempre meno l’insieme dei clan ceceni. E i più radicali disponevano di più sostegni finanziari rispetto agli altri componenti della resistenza. Ma questo non significa affatto che il popolo ceceno sia stata incline all’integralismo musulmano.

 

Achmat Abdulchamidovic Kadirov.

  

Tra il 1996 e il 1999, il terrorismo ceceno, condotto da Shamil Bassaiev e Khabib Abd Ar-Rahman Khattab sostituì l’azione militare e si estese a Mosca e ai territori vicini al Daghestan.

 

Achmat Abdulchamidovic Kadyrov e Vladimir Vladimirovic Putin.

 

Nell’agosto del 1999, Vladimir Putin, designato primo ministro della Repubblica di Russia da Eltsin [ e, poi, divenuto presidente], scatenava una guerra totale contro i ribelli ceceni.

A ciascuno il suo Vidkun Quisling. Così si chiamava, si sa, il più famoso collaborazionista di Adolf Hitler, che ne fece il quasi-gauleiter [governatore locale] della Norvegia sotto l’occupazione nazista. La cooperazione valse a Quisling, nel 1945, dopo la liberazione, la condanna a morte. Quello di Vladimir Putin, scelto come pseudo-presidente di una Cecenia sotto il giogo russo, dapprima nel 2000, poi, al prezzo di un simulacro di elezione, nell’ottobre del 2003, si chiamava Achmat Abdulchamidovic Kadyrov. Ma non dovette attendere la liberazione del suo Paese e il verdetto della giustizia; una bomba se ne incaricò, mentre osava celebrare, nello stadio di Grozny, l’anniversario della vittoria sul nazismo, al fianco del comandante delle forze di occupazione russe in Cecenia, il generale Valerij Baranov, che perse una gamba nell’attentato.

Putin, nella sua orazione funebre, lo definì un eroe e giurò di vendicarlo.

Si hanno gli eroi che si meritano: indipendentista rinnegato, che si era messo al servizio dell’occupante dopo aver partecipato, nel 1994, alla prima rivolta contro la Russia di Boris Nikolaevic Eltsin, Kadyrov illustra perfettamente la tendenza di tutte le potenze coloniali ad appoggiarsi su “collaboratori” autoctoni. La “cecenizzazione” del conflitto, proclamata, dal giugno del 2000, da Putin, all’inizio della seconda guerra, evoca la “vietnamizzazione” tentata in Indocina dalle autorità francesi. Ma il suo strumento, l’ex-imperatore Bao Dai, paragonato a Kadyrov, non appare che una marionetta inoffensiva. Il ceceno, ex-mufti di stile estremista – cosa che dà la misura del cinismo di Mosca – aveva organizzato una milizia terrorista, i kadyrovtsy che, di concerto con le unità speciali dell’armata russa, moltiplicarono gli stupri, i rapimenti, le torture, le uccisioni e i saccheggi, sotto il comando del figlio Ramzan. Quello stesso con cui Putin non ebbe timore di mostrarsi in televisione all’indomani del dramma. Così facendo, il “Quisling” di Grozny non si era limitato a tradire il suo popolo. Aveva violato anche, come Putin, gli accordi conclusi con la Russia stessa. Si deve ricordare, infatti, che, mettendo fine alla prima guerra di Cecenia, condotta da Boris Nikolaevic Eltsin, il generale Aleksander Ivanovic Lebed e il capo indipendentista Aslan Alevic Maskhadov avevano firmato una tregua, alla fine dell’agosto del 1995, seguita dal ritiro delle truppe russe, nel gennaio del 1997, e, poi, il 12 maggio successivo, al Cremlino, da un accordo di pace tra Eltsin e Maskhadov, dopo l’elezione di quest’ultimo come presidente di Cecenia al momento di uno scrutino legittimato dall’OSCE  [Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa]. Tutto spazzato via, il 1° ottobre 1999, da una seconda aggressione russa, dovuta questa volta a Putin, che aveva preso il pretesto da una serie di attentati in Russia, molto probabilmente organizzati dai sevizi speciali.

  

Alain Delon e Aleksander Ivanovic Lebed.

 

E, il 5 febbraio 2000, Grozny cadeva, di nuovo, nelle mani dell’armata russa, che iniziò una vera campagna di sterminio nel silenzio disonorevole dell’ONU, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.



Ramzan Achmatovic Kadyrov.

 

Quali sono gli interessi storici della Russia nel Caucaso?

Vi è stata, dapprima, una volontà di chiudere il territorio russo con frontiere “naturali”, di fatto imperiali. Poi, vi è stato il disegno di controllare il lato Nord del mar Nero, che permetteva alla Russia di disporre di porti su questo mare aperto.

Ma dal secolo XIX è sorta un’altra ragione: la scoperta del petrolio.

All’inizio del secolo XX secolo il petrolio è al centro degli enjeux caucasici.

Il rapporto tra il potere russo e la Cecenia non ha mai cessato di essere un rapporto di tipo coloniale. I ceceni sono considerati dalle autorità russe come selvaggi. Le loro tradizioni sono disprezzate e la loro lingua ignorata. Ora, queste tradizioni svolgono un ruolo fondamentale nella storia cecena. Hanno permesso la salvaguardia dell’identità cecena nonostante la dominazione russa e la deportazione.

La guerra mostra l’estraneità dell’altro che il potere coloniale, in nome della sua missione civilizzatrice, nega prima di volere distruggere.

Se davvero “la Geografia è un destino”, come affermava Napoleone, la Storia ci dice che il destino del Caucaso è tutelare la sopravvivenza della Russia.

 

 

Daniela Zini
© 2010 ADZ



[1] Una delle caratteristiche più rilevanti concernenti il genocidio è rappresentata dal fatto che questo crimine è possibile solo se perpetrato da parte di uno Stato, il genocidio è, esclusivamente, un crimine di Stato che, in quanto sovrano, si erige a fonte del diritto. L’analisi di Yves Ternon evidenzia la stretta connessione tra azioni che portano al genocidio e natura dello Stato:

“Se le circostanze sembrano richiederlo, [lo Stato] si pone al disopra della morale e al di fuori della coscienza per disporre della vita degli indesiderabili. Se dispone un genocidio, guida il gioco, fissa le regole e controlla lo svolgimento dell’omicidio. Un cordone ombelicale collega pratica genocidiaria e potere di Stato.”

Infatti, lo Stato possiede, anche, i mezzi tecnici per attuare una tale pratica, possiede un apparato burocratico, il monopolio dei mezzi militari e ideologici,  che permettono di pianificare e premeditare il genocidio.

Oltre al ruolo fondamentale ricoperto dallo Stato, si possono individuare altre caratteristiche peculiari del genocidio, la programmazione e la premeditazione dell’azione. Uno Stato, infatti, non può agire di impulso, improvvisando; essendo il detentore della legalità e avendo il monopolio della violenza, può pianificare con efficacia questo tipo di azione.

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