10 giugno 1940
86 anni fa entravamo nella
Seconda Guerra Mondiale
https://www.archivioluce.com/10-giugno-1940-mussolini-trascina-litalia-in-guerra/
à Marghe, mon Amie, tout simplement
Merci d’être cette Présence rare, à la fois douce et solide.
Je Te souhaite une Année pleine de lumière et de projets qui Te ressemblent.
Que cette Journée soit remplie de joie et de bonheur.
Très bon Anniversaire!
“...il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra Storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita. C’è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate Partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c’è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe stata l’Italia agli occhi del Mondo? Sono un vecchio cronista, testimone di tanti fatti. Alcuni sono anche terribili. E il mio pensiero va ai colleghi inviati speciali che non sono ritornati dal servizio, e a quelli che speciali non erano, ma rischiavano la Vita per raccontare agli altri le pagine tristi della Storia.
I protagonisti per me sono ancora i fatti, quelli che hanno segnato una generazione: partiremo da uno di questi, e faremo un passo indietro per farne un altro, piccolo, avanti. Senza intenzione di commemorarci.”,
scriveva Enzo Biagi sul Corriere della Sera, il 22 aprile 2007. Nel ricordo doveroso del Passato, volgeva il suo sguardo preoccupato al Presente e rifiutava, in maniera decisa, ogni subdolo tentativo di annacquare o di rimuovere la Memoria.
E, in questo senso, possiamo, ancora, dare ben ragione a Enzo Biagi: “una certa Resistenza non è mai finita”!
Quando morì mio Padre, mentre lo guardavo steso sul letto, un pensiero che non riuscivo a formulare attraversò la mia mente. Ci riuscii, sgangheratamente, nei giorni seguenti: ora che mio Padre aveva cessato di esistere anche il suo Amore cessava di esistere.
Ero, dunque, con un patrimonio di Amore inferiore rispetto a prima.
Il mio conto in banca affettivo era dimezzato.
Di notte, facevo corpo con il mio letto come un marinaio con la barca.
Non ascoltavo più la radio, ma i suoni che provenivano dalla strada…
Seguivo gli strani arabeschi delle luci notturne che filtravano dalle assi delle serrande…
Percepivo il mondo esterno come una perenne tempesta a causa di tutto ciò che non potevo controllare…
Ognuno, di notte, rincontra se stesso e, non sempre, è un incontro facile…
Molte cose cambiarono nella mia vita, senza che io afferrassi davvero la natura e il significato del cambiamento. Anche i ricordi si fecero confusi e meno luminosi ai miei occhi, si profilava all’orizzonte l’ombra scura e indistinta dell’età adulta.
Tessa, la mia madrina, che dimostrava una inspiegabile e invasiva vocazione igienista, sosteneva che il modo giusto per dormire fosse la posizione supina con le braccia incrociate dietro la testa, una posizione che a me sembrava più adatta a prendere il sole su una sedia a sdraio che non ad affrontare le leggi del buio.
Una persona sdraiata è una persona derelitta…
“O ti rifai il letto o ti ci rimetti!”,
mi ripeteva, Tessa.
E, in effetti, il letto accostato a un lato della parete era un groviglio di lenzuola e coperte.
Era una precauzione, una punizione, una superstizione?
Forse, era un modo per dire che nelle case perbene i letti non rimangono sfatti tutto il giorno, e, dunque, per riaffermare che la mia era una casa perbene, o un modo per dire che i letti vanno rifatti perché dalle lenzuola attorcigliate non si spanda per l’appartamento un morbo che contagi tutto irrimediabilmente.
Io, invece, avevo una sorta di culto per i letti sfatti. Con il passare degli anni e delle case in cui ho abitato, ho sviluppato una vera capacità e, soprattutto, una velocità da cameriera di albergo nel rifare i letti. Naturalmente, c’è modo e modo: si possono semplicemente tirare su, ma, anche in questo caso, le tecniche variano. Lasciare le lenzuola di sotto e di sopra senza scostarle dal materasso e, poi, tirare la coperta di piatto, geometricamente – e il risultato, in genere, non è male! – oppure limitarsi a tirare la coperta sopra tutto il resto, sperando che le lenzuola, sotto, non facciano molte pieghe. In entrambi i casi un modo sbrigativo di non soccombere al destino del disfacimento, di venire a capo della forza bruta della materia, il provvisorio sudario di ogni notte. È una pratica più facile per chi, come me, la notte non si muove, cercando di ingannare l’incoscienza e il turbine indesiderabile dei sogni con l’immobilità. Se si rifanno i letti, davvero, appare il nudo materasso e bisogna saperlo affrontare con vigore nella sua durezza e nella sua simbolica spigolosità.
Via via che sono divenuta sempre più intransigente alla vista dei letti sfatti e pronta a rifare quello di chiunque, ho realizzato che la mia reazione repulsiva non era una semplice espressione di pigrizia, ma un atto di culto, la riparazione di un’antica offesa grazie a quel sacrificio abbastanza violento delle lenzuola e delle coperte. Dicono alcuni che non fare il letto è una forma di protesta: è un gesto primo di accudimento, quando siamo bambini, che qualcuno, in genere la madre, ci rifaccia il letto. Se la madre non lo ha nutrito, pulito, coperto, rimboccato come avrebbe dovuto, il nostro letto dovrà rimanere sfatto per tutta la vita. Il letto sfatto è un ponte aperto tra la notte e il giorno, finché il letto è sfatto la notte non è finita, in un certo senso, una via di fuga, una possibilità di tornare indietro.
E, in verità, con il tempo, ho appreso che i letti sfatti possono fare compagnia…
Quando iniziai a rifarmi il letto, la mattina, appena sveglia, sicura che nessuno ci avrebbe pensato, a me parve, tuttavia, un sollievo mettere un confine a quei disordinati spettri che – come ammoniva la Nonna – infestavano il buio e ponevano domande cui non sapevo rispondere ed eliminare, sotto la potenza delle coperte molto tese, le tracce dell’inerzia e della confusione del mio corpo orizzontale.
Quando iniziai a rifarmi il letto fu solo un passo intermedio per raggiungere l’obiettivo finale: mettere ordine nella mia vita.
E, non potevo mettere ordine nella mia vita, se prima non iniziavo a mettere ordine negli spazi in cui vivevo.
Dopo la morte di mio Padre, saltarono fuori delle carte che stavano in una robusta cassetta di legno massello con rinforzi in ottone e un possente lucchetto.
Un vero e proprio piccolo tesoro, dimenticato e recuperato!
Quei fogli di carta non raccontano solo di mio Padre, raccolgono anche gli orrori vissuti, durante la Seconda Guerra Mondiale, dai Soldati Italiani che parteciparono a operazioni militari, ai quali era stato richiesto di stendere un resoconto proprio su quelle operazioni militari.
Una sorta di reportage in diretta!
Io non sapevo nulla di quegli anni di guerra, così, come Telemaco, mi misi alla ricerca di mio Padre e della sua Odissea di Soldato, Prigioniero e Reduce in un’Italia devastata dalla guerra.
Riaprire la ferita della Seconda Guerra Mondiale è tentare di riconciliare un’Italia che fatica ad accettare il calvario di un’intera generazione, irresponsabilmente lanciata in una guerra impossibile da vincere, dopo la quale nulla fu più come prima per nessuno…
Una lunga traversata nella sabbia, nel fango, nella neve!
Ho sempre pensato a mio Padre come ogni figlia dovrebbe pensare a un Padre: una forza, un pilastro, un punto di riferimento.
Da lui ho appreso molto dell’Amore e poco della guerra.
Quello che ha stravolto la vita di mio Padre e ha travolto la vita di un intero Paese è l’odio che cresce tra gli Uomini e si trasforma in guerra.
IL RE D’ITALIA SOTTOSCRIVE
IL PRESTITO DELLA VITTORIA [INGLESE]
Gli ingenti capitali trasferiti nelle banche di Londra dal re Vittorio Emanuele III furono, infatti, convertiti in cartelle della sottoscrizione a sostegno dello sforzo bellico britannico. Alla fine della guerra furono, puntualmente, rifusi al titolare, arrotondati dagli interessi.
Benito Mussolini lo rivelò, solo, dopo il 25 luglio 1943.
“Ascoltino i nostri alunni le voci che rumoreggiano fuori della scuola, siano educati a ben vivere, non nell’ignoranza dei problemi fondamentali della vita, non nell’indifferenza incolore opportunistica e vile, ma nella conoscenza di quei problemi, nel desiderio della verità razionalmente acquistata e razionalmente comunicabile, nell’avversione ad ogni dogma indimostrato e ad ogni intolleranza settaria.”
Salvatore Salvemini[1]
10 giugno 1940: l’Italia entra in guerra.
Sotto il balcone di Palazzo Venezia, a Roma, una folla oceanica ascolta estasiata la voce del duce con smanie di Impero, che arringa:
“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania! Ascoltate!
L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della Storia più recente si possono riassumere in queste parole: frasi, promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle Nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la Campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della Storia.
Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze Armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l’anima della Patria. E salutiamo alla voce il führer, il capo della grande Germania alleata.
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano, corri alle armi! e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”
[https://www.youtube.com/watch?v=yIZ-Myd2i5o]
Il commento di Adolf Hitler è:
“Prima erano troppo codardi per impegnarsi, adesso hanno fretta di partecipare alla divisione delle spoglie.”
In realtà, la carenza di materie prime in Italia aveva reso Benito Mussolini diffidente nei confronti di una guerra totale. Gran Bretagna e Francia lo avevano corteggiato con promesse di concessioni territoriali in Africa, in cambio della neutralità, ma il pensiero che il suo alleato dell’Asse conquistasse da solo il continente era troppo per il suo ego. Tuttavia, Mussolini affermò di voler intervenire prima della capitolazione completa della Francia solo perché il fascismo “non credeva nel colpire un uomo a terra”.
Dopotutto, perché non cogliere i vantaggi di una vittoria così prossima e così a buon mercato?
Nizza, Savoia, Corsica fatal,
Malta baluardo di romanità,
Tunisi nostra sponda, monti e mar,
suona la libertà, la libertà.
Va’, gran maestrale,
urla, romba, ruggi con furor:
“Stranier, via!”,
Duce, col rostro che Duilio armò,
Roma fedele a te trionferà.
In armi, Camicie Nere!
In piedi, fratelli corsi:
voi ritrovate al fin
la Patria santa, la gran madre
che vi amò, che vi chiamò.
Con la spada, corsi, con la fede,
l’invitto Duce vi rivendicò.
Di Malta lo strazio grida
nel cuore d’Italia;
l’audacia che irrompe e sfonda
i britannici navigli schianterà!
Noi ti riconquistiam
Con Garibaldi Nizza, Nizza,
col tuo biondo marinar!
Vinceremo, Duce, vinceremo:
Tu sei la gloria, l’avvenir!
I rischi, tutto sommato, erano praticamente inesistenti. In Europa di avversari inquietanti non ce ne erano più, fatta salva l’Inghilterra che, dal tempo del blocco continentale di Napoleone, non era, mai, stata tanto sola e malridotta.
La Russia aveva, appena, finito di spartirsi la Polonia con la Germania di Hitler, grazie a un patto di non aggressione con le firme di Vjaceslav Michajlovic Molotov e Joachim von Ribbentrop.
Gli Stati Uniti erano, probabilmente, la più grande potenza industriale del mondo. La loro flotta da guerra era più numerosa di quella, leggendaria, degli inglesi, ma da quando, diciannove anni prima, Warren Gamaliel Harding aveva tolto la sedia di sotto a quel visionario di Thomas Woodrow Wilson alla Casa Bianca, l’America aveva cessato di interessarsi all’Europa. Franklin Delano Roosevelt si era messo a bonificare la valle del Tennessee e, in politica estera, badava, semmai, a tenere d’occhio il Pacifico, che aveva il suo geloso e pericoloso cane da guardia: il Giappone.
Si stracci, dunque, l’iniquo Trattato di Versailles!
I mezzi militari sono quelli che sono: l’Italia non ne ha, mai, avuti molti e ha, anche, dovuto scialarne negli ultimi diciotto anni, da quando, cioè, il fascismo si è insediato alla guida del Paese. Dalla riconquista della Libia all’impresa etiopica, dalla Guerra di Spagna all’occupazione dell’Albania, si può ben dire che l’Italia è in campagna da sempre.
Le previsioni degli Alti Comandi, in vista di un riarmo appena adeguato per un conflitto moderno decentemente combattuto, darebbero pronta l’Italia per il 1942, ma, ovviamente, non si può restare ad attendere.
Per quella data la guerra sarà finita e vinta.
Il regime prepara, da tempo, l’esposizione celebrativa dell’E42, a Roma, per il ventennale della Marcia.
Si parta dunque, alla guerra!
Il duce ha, già, sentenziato che alla meta ci si può benissimo arrivare nudi: al più, i nostri fanti con il ‘91 e le mollettiere approderanno alla vittoria aggrappandosi ai panzer tedeschi.
Qual è, in fin dei conti, il nemico che resta da battere?
La Gran Bretagna.
Mussolini ha fatto i suoi conti, frutto, come sempre, della sua elementare aritmetica della potenza demografica e dell’estensione territoriale.
E cos’è, dunque, la Gran Bretagna?
Un’isola un po’ più piccola dell’Italia, con una popolazione lievemente inferiore protetta, fino a quel momento, dal suo isolamento, garantito da un braccio di mare che non può più rappresentare un problema. Hitler gli ha confidato di avere, da tempo, in preparazione l’Operazione Leone Marino, che prevede l’occupazione delle isole britanniche con la fulminea inarrestabilità che ha contraddistinto la sua guerra nell’Europa Continentale.
C’è una temibile flotta intorno alle coste, ma l’Inghilterra ha dovuto, da tempo, abbandonare l’orgoglioso two poker standard, la regola per cui la sua Marina da guerra deve essere superiore a quella delle due massime potenze navali straniere messe insieme. È vero che questa flotta è, ancora, convenzionalmente, indicata con il coefficiente 5, in relazione all’1,67 attribuito all’Italia, alla Francia e alla stessa Germania, ma è altrettanto vero che il rapporto della forza aerea è di 3 a 1 a vantaggio dei tedeschi. Mussolini, si sa, ha, sempre, creduto nella supremazia dell’arma aerea, cui ha affidato la realizzazione delle più clamorose gesta del regime: la trasvolata di Italo Belbo; la traversata atlantica dei Sorci Verdi da Roma a Rio de Janeiro con il figlio Bruno alla cloche di un trimotore; le vittorie di Francesco Agello nella Coppa Schneider; il bombardamento leggero e chimico in Etiopia eseguito dai Caproni, eredi di quegli aerei che erano stati i più grandi bombardieri nei cieli della Prima Guerra Mondiale.
L’italia non ha portaerei aveva sentenziato il duce, ma “la Penisola è una portaerei naturale”!
Stretta nel Mare Nostrum dai chiavistelli di Gibilterra e Suez, tenuta di mira della roccaforte di Malta, l’Italia non doveva preoccuparsi eccessivamente: Gibilterra, imprendibile dal mare e, virtualmente, inattaccabile dal cielo, era gracilissima alle spalle e, alle sue spalle, c’era, scalpitante e rivendicativa, la Spagna fascista. A Suez, poi, gli inglesi erano, per così dire, in affitto: avevano dovuto concedere l’indipendenza all’Egitto, fin dal 1922 e, dal 1936, il loro Protettorato si era trasformato in un’alleanza, in attesa di essere sfrattati. Quanto a Malta, non risultava a Mussolini che fosse imprendibile: nel Porto di La Valletta erano alla fonda solo alcune vecchie torpediniere; sul campo di volo sonnecchiavano in tutto tre monomotori biplani Gloster, che i piloti avevano battezzato, con fatalistica autoironia: Fede, Speranza e Carità.
Mussolini non ha, dunque, dubbi sull’evoluzione della guerra: ci si entra per vincerla e in fretta.
Di tutt’altro avviso sono alcuni gerarchi: Italo Balbo, il delfino uscito, tragicamente, di scena nei primi giorni del conflitto; ma anche Galeazzo Ciano e Dino Grandi.
Nonostante la frettolosa e intensissima campagna di spirito antibritannico instaurata nel Paese dalla propaganda del regime, l’auspicato livore contro la perfida Albione non attecchisce. La mobilitazione psicologica contro John Bull, l’alleato di 25 anni prima, non è sufficientemente motivata ed è un’iniziativa troppo recente perché possa dare estesi frutti. Se è vero, infatti, che la frattura della buona armonia con la Francia e con la Jugoslavia può essere datata al 1924, i rapporti con la Gran Bretagna e l’Italia fascista sono proseguiti felicemente, almeno fino al 1935, con reciproche concessioni: da una parte, non si vede male la presenza di una grintosa sentinella antibolscevica nel Mediterraneo e, dall’altra, Mussolini contiene il suo traboccante fastidio verso la Società delle Nazioni proprio per la preziosa amicizia con l’Inghilterra.
Tutto precipita dopo l’impresa etiopica con l’Asse Roma-Berlino. Un tempo troppo breve, dunque, per far lievitare l’odio. Tanto più che l’alternativa all’inimicizia con gli inglesi è l’improvvisata amicizia con i tedeschi verso i quali, invece, i motori di diffidenza hanno una legittimazione secolare.
La reazione degli Alleati alla dichiarazione di guerra fu immediata: a Londra, tutti gli italiani che vivevano in Gran Bretagna da meno di 20 anni e che avevano un’età compresa tra i 16 e i 70 anni furono, immediatamente, internati. In America, il presidente Franklin Delano Roosevelt trasmise alla radio la promessa di sostenere Gran Bretagna e Francia con “le risorse materiali di questa Nazione”.
Re Vittorio Emanuele III, che ha delegato ogni risoluzione alla fantasia del suo primo ministro, si limita a sottoscriverne le scelte. Suo padre, re Umberto I, gli aveva spiegato con uno scettico aforismo in cosa consista il mestiere di re: leggere i giornali e saper fare la firma.
I giornali in Italia sono povera cosa!
La nota di servizio del Minculpop, acronimo del Ministero della Cultura Popolare, responsabile del controllo capillare sulla stampa, sulla radio, sul cinema e sulla cultura, il 28 novembre 1939, in piena guerra, dispone:
“Commentare simpaticamente il Foglio di Disposizione del P.N.F con il quale si realizza piena unità politica e tecnica della stampa fascista… Concludere manifestando l’orgoglio dei giornalisti italiani i quali indistintamente sono sempre stati, sono e saranno agli ordini del Partito.”
Il re, se vuole farsi una propria opinione su quei giornali, ha, dunque, ben poco da leggere.
Quanto alle firme, ne appone, ma per le cose di gran conto se ne occupi suo cugino[2], il cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata Benito Mussolini. È Mussolini a sottoscrivere il Patto di Monaco ed è, sempre, Mussolini a firmare il Patto d’Acciaio con quei tedeschi che a Vittorio Emanuele III non sono, mai, piaciuti. Non gli piaceva Hitler, di cui aveva colto tutta l’istintiva – e reciproca – antipatia in occasione di quella gran carnevalata retorica della sua visita a Roma, dal 3 al 9 maggio 1938, non più di quanto gli piacesse il kaiser, che si divertiva a mettergli intorno generali più alti dei suoi corazzieri, per umiliarlo fisicamente.
Gli inglesi, invece, gli piacevano.
Quando, non ancora cinquantenne, sfangava per le trincee del Piave con la macchina fotografica in mano, “calzato d’uosa” – come racconta Gabriele D’Annunzio che non gli piaceva perché “adoperava troppe parole” –, si era trovato sottobraccio a un giovanotto rispettoso e intimidito, il principe di Galles, il futuro re Edoardo VIII.
Che dialogo facile, che discreta distinzione, che personalità corretta!
Certo, se i francesi non avessero messo paura a suo padre Umberto I, occupando, inopinatamente, la Tunisia, strapiena di italiani e a un passo dalla Sicilia, e costringendolo, così, nel 1882, a aderire alla Triplice per poi lasciare a lui, l’erede al trono, il disagio morale di dover violare quel patto, l’amicizia di Casa Savoia con la Corte del Regno Unito non si sarebbe, mai, interrotta. Datava dal 1855, dal tempo in cui i bersaglieri del generale Alfonso Ferrero La Marmora si erano battuti accanto alla Giubbe Rosse dei generali inglesi James Brudenell, conte di Cardigan e FitzRoy James Henry Somerset, barone di Raglan, sulla Cernaia. Gli inglesi erano stati i primi a porgere una mano a quella Monarchia di provincia, i Savoia, millenaria sì, ma trovatasi, così d’improvviso, alla testa di un grande Stato nazionale e snobbata, non poco, da tutti gli altri.
Quando Garibaldi era sbarcato con i suoi in Sicilia, l’inglese Benjamin Ingham – un mercante di stoffe arrivato a Palermo, nel 1806, al seguito delle truppe britanniche a difesa della Sicilia dalle grinfie di Napoleone – aveva issato per primo il tricolore e, quando la spedizione era arrivata a Palermo, a rinfrancare i garibaldini e a intimidire i soldati bavaresi del Borbone c’erano, nella rada, gli incrociatori della Regina Vittoria. E, se lui, Vittorio Emanuele III, era divenuto imperatore di Etiopia e regnava su un territorio dieci volte più grande di quello di suo nonno, era anche perché gli inglesi, mentre applicavano le sanzioni contro l’Italia imperialista, avevano lasciato passare da Suez i piroscafi carichi di Soldati Italiani diretti a Massaua, limitandosi a far pagare loro solo un biglietto di transito. E pensare che sarebbe bastata una cannoniera all’imbocco del Canale perché i sogni imperiali deviati per il Capo di Buona Speranza, naufragassero.
Il 9 aprile dello scorso anno, in occasione della visita di Stato, re Carlo III d’Inghilerra ha ricordato il ruolo essenziale svolto dalla Gran Bretagna nel Risorgimento, nell’Unità d’Italia e nella Liberazione del Paese dal nazifascismo e, da ultimo, la Strage di Capaci [https://www.youtube.com/watch?v=9hOFzcDftsg]. In buona sostanza, il significato implicito del messaggio che re Carlo voleva consegnare al Parlamento è chiaro: fino dalla sua nascita, l’Italia è legata a doppio filo con il Regno Unito, per cui sarebbe impossibile recidere quel cordone ombelicale, che, da sempre, lega l’Italia alla Gran Bretagna.
“Good fences make good neighbours!”
Tra il 3 ed il 27 aprile del 1864, Garibaldi visitò Londra dopo aver occupato i territori del Sud-Italia e averli consegnati a Vittorio Emanuele II. Un milione di persone affollarono le strade percorse dalla sua carrozza [l’illustrazione mostra il corteo di Garibaldi a Trafalgar Square dell’11 aprile 1864], nel più totale giubilo per l’uomo che aveva spinto all’esilio l’odiatoBorbone e per la sua avversione al Papa, cioè per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone. Durante la sua permanenza, il Generale incontrò il Principe del Galles ed importanti politici inglesi tra cui il primo ministro lord Palmerston. Mentre la regina Vittoria non volle vederlo. A Garibaldi fu conferita la cittadinanza onoraria londinese. Il primo ministro Lord Palmerston, era il suo sobillatore e protettore [così come dei Piemontesi] e gran maestro della massoneria di Rito Scozzese che aveva contato sull’organizzazione per la sollevazione dell’Europa già dai moti rivoluzionari del 1848. Il nizzardo l’aveva infatti già incontrato nel 1846, ricevendo appoggio per l’impresa garibaldina a difesa dell’indipendenza dell’Uruguay e incoraggiamento per la conquista del Sud-Italia. E poi, nel 1854, aveva visto “politici e grossi imprenditori” locali a Tynemouth [Newcastle], nel nord-est dell’Inghilterra, per ottenere armi e munizioni da ricevere segretamente dal protettorato inglese di Malta, prima di intraprendere la campagna per la spedizione al Sud. In realtà ricevette anche fiumi di piastre turche per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, che sparì nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole. Del resto, Torino e Londra erano le capitali massoniche di quell’Europa e Garibaldi, iniziato alla massoneria dal 1844 a Montevideo, fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia nel 1862 proprio a Torino, dopo l’invasione del Mezzogiorno. “L’Inghilterra ci ha aiutato nei buoni e cattivi giorni. Il popolo inglese ci prestò assistenza nella guerra dell’Italia meridionale, ed anche ora gli ospizi di Napoli sono in gran parte mantenuti dalle elargizioni mandate da qui. … Se non fosse stato per l’Inghilterra gemeremmo tuttavia sotto il giogo dei Borboni di Napoli. Se non fosse stato pel governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina”. [Garibaldi il 6 aprile 1864 a Londra]. Sempre in uno dei suoi discorsi al popolo inglese, accorso ad acclamare l’eroe di Marsala disse: “Non è la prima volta che ho ricevuto prove non solo in parole, ma in fatti [applausi]. Questa simpatia mi venne mostrata in varie circostanze della mia vita, e più specialmente nel 1860, quando senza l’aiuto della nazione inglese sarebbe stato impossibile compiere quanto facemmo nell’ Italia meridionale [grandi applausi]. Il popolo inglese ci somministrò uomini, armi, danaro; egli soccorse a tutti i bisogni dell’ umana famiglia nei suoi sforzi per conquistare la libertà. Quel che dissero e fecero gl’Inglesi per noi, merita l’ eterna gratitudine degl’Italiani [fragorosi applausi ]. Per rispondere ad alcune nobili e generose parole del sindaco, vi dirò non aver sacrificato alcuna parte della mia vita per la causa dell’umanità; credo però aver fatto qualche cosa, una parte del mio dovere, del dovere di ogni uomo [applausi]. Non mi resta che rendervi i più vivi ringraziamenti per la vostra generosa simpatia e per la vostra cortese accoglienza”.
I padroni d’Italia, Un Popolo distrutto, 1 febbraio 2018 [https://unpopolodistrutto.com/2018/02/01/i-padroni-ditalia/].
L’INGHILTERRA CONTRO IL REGNO DELLE DUE SICILIE – Unità d’Italia made in London [https://www.youtube.com/watch?v=nZersj4_g5c].
La simpatia filobritannica del re Vittorio Emanuele III non ha solo queste motivazioni storiche e sentimentali. Ve ne sono di più intrinsecamente soggettive. Il monarca numismatico e parsimonioso era considerato, secondo quanto si legge in Strateghi della disfatta di Paolo Pavolini, “uno degli uomini più ricchi d’Europa”. Divenuto re, nel 1900, dopo l’assassinio del padre Umberto I, Vittorio Emanuele III incassò dai Lloyds l’assicurazione sulla vita del genitore: un milione di sterline, oltre 30 milioni di euro. La somma fu lasciata presso la Hambro’s Bank di Londra, in virtù degli antichi rapporti con i Savoia.
“Alla vigilia della guerra”,
leggiamo ne Il re vittorioso di Romano Bracalini,
“la sua rendita annua complessiva ascendeva a 3 miliardi di lire d’oggi. Accorto uomo d’affari “Villa Ada è stato il miglior investimento della mia vita” dirà al colonnello Lerici], possiede un notevole pacchetto di partecipazioni di grandi società estere, “tutte intestate ad altri nomi”.”
Gaetano Salvemini aveva quantificato nei favolosi milioni di allora il reddito di Casa Savoia: il capofamiglia percepiva 11 milioni e 250mila lire l’anno, ma alla Real Casa andavano altri 12 milioni e 290mila lire oltre a 3 milioni corrisposti a Umberto e altri 4 milioni e 510mila lire “per sbruffare gli altri maschi della famiglia”. Ebbene, re Vittorio Emanuele III aveva spedito in Inghilterra una parte rilevante dei suoi beni. La banche britanniche lo rassicuravano molto di più di quelle svizzere: la Repubblica elvetica era una idea neutralistica e pacifica arroccata sulle montagne, ma con i tempi che correvano c’era poco da fidarsi del primato delle idee. I forzieri della banca d’Inghilterra avevano intorno, oltre alla loro blindatura, le corazze della Home Fleet.
I re, si sa, una volta caduti in disgrazia, si rifugiavano “omnia bona mea mecum fero” all’ombra della Corona di San Giacomo, la più incrollabile di tutte. Proprio in quei giorni, il 7 giugno 1940, re Haakon VII di Norvegia si era rifugiato a Londra. Tra il 1936 e il 1941, dopo l’occupazione italiana del suo Paese, il negus Hailé Selassié, ultimo imperatore di Etiopia, era riparato in esilio con la moglie a Londra. I Romanov non riuscirono a trasferirsi a Londra, dove avevano depositato una parte ragguardevole dei loro beni. Dopo l’abdicazione dello zar Nicola II, nel marzo del 1917, il Governo Provvisorio russo aveva proposto il trasferimento della famiglia imperiale in Gran Bretagna. Inizialmente, re Giorgio V, cugino dello zar, era stato favorevole, ma in seguito, preoccupato per la stabilità del proprio trono, aveva revocato l’offerta di asilo. Il rifiuto di offrire un rifugio sicuro contribuì al tragico destino della famiglia, che rimase bloccata in Russia e, successivamente, giustiziata dai bolscevichi a Ekaterinburg nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 1918.
E, così, mentre suo figlio Umberto, fasciato nella sua uniforme di taglio esclusivo va a “sollevare un fucile afferrandolo dalla baionetta”, in altre parole va a dirigere le maldestre operazioni sulle Alpi del Fronte Occidentale, contro la Francia, re Vittorio Emanuele III, nel ritiro estivo di San Rossore – insidiosa semantica di questo nome connesso con il sentimento della vergogna! – deve canterellare un suo privatissimo “God save the King!” di duplice significato. Se il monarca, infatti, auspica la salvezza della sua corona e, al contempo, quella dei suoi risparmi, apre una questione cornuta di problematica insolubilità…
Il 5 gennaio 1948, la rivista americana Time scriveva, infatti, che, nei giorni della massima tensione nei rapporti italo-britannici, re Vittorio Emanuele III aveva depositato alla Hambros Bank di Londra qualcosa come 6 milioni e 300mila dollari. Convertiti in titoli, quei soldi furono confiscati dal Governo inglese e tradotti in azioni del Prestito Britannico della Vittoria, in altri temini, furono utilizzati per la produzione di armamenti.
“Nel 1900, dopo l’omicidio del padre Umberto I, Vittorio Emanuele III incassò dai Lloyds l’assicurazione sulla vita del genitore [un milione di sterline, oltre 30 milioni di euro]. La cifra fu lasciata presso la Hambro’s Bank di Londra, in virtù degli antichi rapporti con i Savoia. Allo scoppio del conflitto, il 10 giugno 1940, il re mantenne i soldi presso la banca. A differenza degli altri beni italiani, i denari di Vittorio Emanuele non furono confiscati, ma confluirono nel “Prestito per la Vittoria” acceso dal Governo di Churchill per sconfiggere i nemici, tra i quali figurava l’Italia. Così i ragazzi italiani della generazione sfortunata furono mandati in guerra da un re, che contribuiva con i propri soldi a fabbricare le armi dalle quali sarebbero stati uccisi. Nel 1947 un giudice londinese rese disponibile l’intera somma, maggiorata dagli interessi del prestito, per il monarca e i suoi eredi a causa della mancata confisca. Fu infatti sentenziato che l’investimento di Vittorio Emanuele era da equiparare a quello di un qualunque cittadino britannico.
Alfio Caruso, La storia dei denari del Prestito per la vittoria, Corriere della Sera, 19 dicembre 2017 [https://www.corriere.it/lodicoalcorriere/index/20-12-2017/storia-denari-prestito-la-vittoria_ed03e054-e4d9-11e7-99b2-e4b972c90c1d.shtml].
Mussolini rivelò questa fellonia finanziaria del re solo dopo il 25 luglio 1943:
“Desidera la vittoria inglese, la vittoria del Paese nel quale deposita sempre i suoi ingenti capitali.”
Si può pensare, davvero, che Vittorio Emauele III nutrisse di questi contraddittori sentimenti e che, nell’incertezza circa le prospettive del conflitto in cui si era ingaggiato per mano del suo onnipotente primo ministro, abbia giocato, come si dice al casinò, su due tavoli?
Prevalse, davvero, in lui questa doppiezza scapinesca, il proposito di salvare, a ogni costo, qualcosa, i quattrini se non la corona?
I fatti, nella loro evidenza storica, confermano questa desolata supposizione. Ma non si può prescindere, nella considerazione dei suoi sconcertanti gesti, dalle circostanze contraddittorie e convulse in cui si svolse l’ultimo decennio del suo regno.
Nel 1935, l’Italia e la Gran Bretagna era Paesi amici e, solo un anno dopo, acerrimi nemici. L’italia aveva mandato le divisioni al Brennero per proteggere Engelbert Dolfuss contro Hitler e, un anno dopo, ne constatava inerte l’uccisione e andava sottobraccio all’assassino.
Vittorio Emanuele III ha fatto quello che fanno tutti i re: mandò i quattrini in Inghilterra, a ogni buon conto. Quando Mussolini impose l’obbligo per i cittadini italiani di rivelare gli eventuali beni all’estero ne esentò il sovrano. La regina Elena depose la vera d’oro nell’elmetto sul tripode, offrendola alla Patria, ma suo marito spediva oltremanica stock d’oro ben più consistenti.
Un conto era la retorica liturgica della bandiera e un altro conto, evidentemente, gli interessi di famiglia!
E alla famiglia re Vittorio Emanuele III ci teneva…
La realtà più spontanea e autentica della sua vita si svolse tutta dentro la cornice familiare. Il resto fu, spesso, incertezza, diffidente disorientamento, talvolta, paura. Fisicamente fu inversamente proporzionale al bisavolo Carlo Alberto, ma ne condivise il carattere, la perplessità, i costituzionali tentennamenti.
Vittorio Emanuele III di Savoia Sedici lettere autografe che, probabilmente, neppure gli storici conoscono. Carte preziose, forse scomparse, che gettano luce sulla controversa figura di Vittorio Emanuele III, il monarca che fece uno straordinario compromesso di potere con Mussolini.
Sedici epistole autografe, che datano dal giugno 1925 al luglio 1932, nelle quali il sovrano corrisponde con l’amministratore dei suoi beni privati, il professor Viali. Dai documenti emerge il profilo sagacemente affaristico del re, che compra e vende titoli italiani, ma soprattutto pone affidamento sulla tenuta della sterlina e sulla remuneratività dei fondi obbligazionari emessi dalla Banca d’Inghilterra.
È
un uomo che pare in perpetua adorazione del “vitello d’oro” della City
londinese e che si scaglia contro il Vaticano che gli manda ambasciatori di
rango per chiedergli di rinunciare a una fetta del vasto parco suburbano di
Villa Ada, di sua proprietà personale.
Le lettere del “piccolo re” furono pubblicate negli ultimi mesi della
Repubblica sociale italiana dalla rivista La vita italiana, fondata e diretta
da Giovanni Preziosi, ideologo dell’antisemitismo ed esponente del fascismo
estremista. Non risulta siano mai state smentite nella loro autenticità, ma
resta il fatto che sono ignote al largo pubblico a causa dei tanti “buchi neri”
che la storiografia ci ha voluto lasciare: anche in anni recenti, quando,
imperanti il revisionismo e la rivalutazione della monarchia dopo il ritorno
dei Savoia, Casa Reale è rimasta un monumento non soltanto intoccabile, ma
nemmeno storicizzabile.
Dal prezioso carteggio emergono le disposizioni che Vittorio Emanuele III impartiva al suo collaboratore, in termini di amministrazione complessiva della sua “azienda personale”: dalla valutazione dei preventivi di spesa per le opere di manutenzione delle tenute all’oculata regia su operazioni di investimento in nuove proprietà immobiliari, fino alla gestione del portafoglio.
Nella prima lettera, del 29 giugno 1925, il monarca esprime il suo orientamento: continuare a investire in titoli sulla piazza di Londra, per evitare i rischi derivanti da un eventuale trasferimento in Italia dei capitali. “Non capisco nulla di questioni economiche - scrive il Savoia -, ma so che, nel passato monetario della nostra Italia, le svalutazioni della nostra moneta hanno cagionato molti guaj; mi auguro pertanto che il governo sappia ora condurre le cose in modo da evitare dispiaceri finanziari al Paese”.
Ma Vittorio Emanuele non fa rimpatriare le sue fortune finanziarie “migrate” all’estero neppure dopo l’avvenuta stabilizzazione della lira, che il regime fascista mantiene alla “quota 90” rispetto alla sterlina-oro.
Il 3 settembre 1926, scrivendo da Racconigi, Sua Maestà prepara il suo amministratore privato all’eventualità di dover ricorrere a una parte dei profitti realizzati attraverso i “Victory bonds” britannici, destinati a formare il capitale per le pensioni del personale dell’ex regina madre Margherita; ma intanto si lamenta del fatto che la sterlina sia tenuta dal governo di Londra a un livello troppo alto perché si possano realizzare i ricavi sperati.
Intanto, nell’ottobre del ‘26, esplode un vero e proprio “caso”. L’arcivescovo di Pisa, il cardinale Pietro Maffi, giunge a San Rossore “in avanscoperta” per accertarsi dell’eventuale disponibilità del sovrano a cedere una porzione della tenuta di Villa Ada, la residenza dei reali lungo la via Salaria. Vittorio Emanuele è incollerito. In una serie di lettere al suo amministratore, fa sapere di non aver alcuna intenzione di regalare ai “signori del Vaticano” la fetta di sua proprietà, verso Tor Fiorenza, sulla quale i “preti” hanno posato gli occhi: “Io non voglio donare nulla alla Santa Sede”.
In un’altra missiva, datata 18 settembre 1930, il sovrano comunica a Viali che ha condonato a suo figlio Umberto, l’erede al trono, “il debito a lei noto”, ma che non intende più fare fronte, per il futuro, ad altre simili eventualità.
Intanto, prosegue l’altalena delle speculazioni finanziarie. In due lettere dell’ottobre 1928, Vittorio Emanuele si mostra riluttante ad accettare il consiglio del suo amministratore che gli suggerisce di acquistare i titoli del Littorio. Alla fine ne comprerà [pochi], restando in linea di massima contrario a investire la sua ricchezza mobile nei prestiti nazionali del Tesoro. Infatti [lettere del 18 settembre e dell’8 novembre 1930], egli appena può si sbarazza dei titoli italiani, e si precipita a comprare “War bonds”.
Il 3 ottobre 1931, il sovrano esprime la sua soddisfazione per i segnali di recupero della divisa britannica, dopo l’abbandono della parità aurea e la svalutazione della moneta decisa dal gabinetto di Londra: “Sono lieto di vedere - scrive - che la sterlina da ieri sembri alquanto meno ammalata”.
Nel luglio del ‘32, Vittorio Emanuele contribuisce anche al risanamento delle finanze inglesi, accettando la conversione del “War loan”, il prestito di guerra, il cui tasso di interesse è sceso dal 5 al 3,50%. Ma il re gradisce pure il “regalo” per i grandi risparmiatori che il Tesoro di Sua Maestà britannica ha disposto a titolo parzialmente risarcitorio. Annota infatti compiaciuto, rivolgendosi al suo amministratore: “Credo che converrà accettare senz’altro la conversione, anche per avere la sterlina promessa in contanti ogni cento sterline”.
Re di denari, Quando Vittorio Emanuele III speculava alla Borsa di Londra, La Stampa, 8 Agosto 2006 [https://www.lastampa.it/cultura/2006/08/08/news/re-di-denari-1.37149027/].
Londra. Nell’estate 1851 il banchiere svizzero Emile de la Rue si presentò nella City dal barone Carl Joachim Hambro. Lo scopo era di convincerlo a concedere un prestito al Regno di Sardegna per quattro milioni di sterline. Il barone disse di sì. Fu così che nacque una grande amicizia fra lui e Cavour.
Nelle sue memorie, Hambro si vanta di aver fatto la storia dell’ Europa finanziando l’unificazione italiana che ispirò poi Bismarck a realizzare quella della Germania. La famiglia Hambro è da due secoli protagonista della finanza internazionale. Di origine danese, gli Hambro ottennero il titolo di baroni un secolo e mezzo fa, quando si trasferirono in Inghilterra. E da allora hanno costruito un impero che ancora oggi è uno dei più solidi del mondo. Ma torniamo all’amicizia con Cavour e al ruolo svolto dagli Hambro nell’ unificazione italiana. Quando Cavour si rivolse al Barone Carol, l’ambasciatore di Vittorio Emanuele II aveva già chiesto fondi ai potenti banchieri Baring Brothers, che però gli avevano risposto: Nella City nessuno osa sfidare i Rothschild. La Penisola veniva infatti definita nella City terra dei Rothschild fin dall’ inizio delle guerre napoleoniche. Il barone James Rothschild finanziava il granducato di Toscana. Suo fratello, il barone Carol, era il banchiere dei Borboni ed aveva carta bianca nel Regno delle Due Sicilie ed il terzogenito Salomon era l’uomo della finanza dell’imperatore d’ Austria. Carl Joachim Hambro trovò affascinante l’idea di sfidare i Rothschild puntando su una nuova realtà politica italiana e sull’unificazione sotto i piemontesi. Cavour gli mandò subito il suo consigliere Thaon de Revel per negoziare i dettagli del prestito al Regno di Sardegna, da lanciare nella City. Carlo Joachim sottoscrisse personalmente il 10% del prestito ed emise obbligazioni all’ 85% del valore nominale. Gli investitori in questo modo si assicuravano un premio del 15% sulla scandenza redimibile oltre ad un interesse annuo del 5% ma l’ operazione si risolse in modo disastroso. I Rotschild si affrettarono a bloccare l’ emissione delle obbgligazioni Regno di Sardegna sul mercato finanziario di Amsterdam e di Bruxelles. La quotazione allora crollò a ottanta e i banchieri parlarono di catastrofe. Cavour, rassegnato, disse a Hambro: Vendiamo bassissimo ma vendiamo. I titoli vanno messi in ogni caso sul mercato. Ma Carl Joachim Hambro rispose: Una mossa del genere bloccherebbe per sempre il credito della vostra nazione. Non abbiamo altra alternativa che affrontare il rischio. La Banca mantenne nel suo portafoglio milioni di sterline di titoli-Sardegna. Il barone rischiava molto ma i fatti gli avrebbero dato ragione. Pochi mesi dopo la quotazione sarda risalì a 82 pence, poi superò il prezzo di emissione di 85 e a Natale arrivò a 87. L’anno successivo era a 90. Un anno dopo Cavour andò a far visita a Londra al barone per conferirgli, a nome di Vittorio Emanuele II, l’ ordine di San Maurizio e poi nel 1861, quando Vittorio Emanuele II divenne Re d’ Italia, Joachim Hambro acquistò nella City il soprannome di King’s maker, l’uomo che fa i Re. Centoventicinque anni dopo gli Hambro ritornano trionfalmente a Torino. Il presidente della banca Charles Hambro è stato cooptato nel consiglio di amministrazione del San Paolo mentre il presidente di quest’ ultimo istituto è entrato in quello della Hambro. L’operazione ha cominciato a svilupparsi nel 1986 grazie all’impegno del conte Pietro Antonelli che i suoi migliori amici chiamano scherzosamente Camillo perché ha ricreato una formidabile intesa tra la Hambro e la grande banca piemontese che ricorda appunto l’ alleanza che era stata formata un secolo prima da Cavour e da Joachim Hambro. A quell’ epoca si poté in questo modo facilitare l’ unificazione della penisola italiana perché Cavour aveva disperato bisogno di denaro della City per realizzare non soltanto una solida economia del regno piemontese, ma anche per il processo di unificazione che diede a Vittorio Emanuele II l’ambita corona. Adesso l’intesa ha una dimensione europea. La Hambro punta tutto sui paesi della Cee. Malgrado il nuovo boss sia nato a Shangai, la scelta europea è alla base di tutta la strategia della banca. Johm Keswick, che gli amici chiamano Chips [patatine] per il suo aspetto rotondo, e che è attualmente presidente ed amministratore delegato della Hambros, ha ordinato di tenersi il più lontano possibile dai rischi americani e da quelli dei paesi del terzo mondo. Per questa ragione la Hambro non ha praticamente crediti inesigibili nei confronti delle nazioni dell’ America Latina. L’ammontare complessivo dei capitali prestati a queste nazioni è infatti trascurabile essendo inferiore ai 10 milioni di sterline, dei quali 5 milioni interessano il Messico. Ancor più significativo è il fatto che la Hambros si sia tenuta ben lontana dal Big Bang dove le altre merchant bank hanno perduto vere e proprie fortune. L’anno scorso in febbraio tre esponenti della famiglia, Richard, James e Ruppert, decisero di abbandonare la banca e di creare una loro società finanziaria dopo essersi fatti ripagare le loro quote. Si è trattato di una operazione indubbiamente costosa per la Hambros che ha perduto anche, in questo modo, il talento dei tre fratelli che erano molto attivi. Ma i problemi legati a questo divorzio possono dirsi del tutto superati. La Hambros è una merchant bank che realizza uno dei più alti profitti e soprattutto è oggi, tramite le sue potenti alleate, una di quelle che contano di più in Europa. Oltre all’ intesa con il San Paolo, molto peso è destinato ad avere l’accordo con il Credit Commercial de France e quello con la Compagnie Financiere de Suez. Charles Hambro siede nel consiglio d’amministrazione del San Paolo insieme al Renaud de La Geniere, l’ex-governatore della Banca di Francia ed attualmente presidente della Suez. La Hambros ha non soltanto i mezzi, ma anche il Know-how per creare i cosiddetti nuovi prodotti finanziari come ad esempio Fondi di investimento che si riferiscono a mercati azionari come quelli dell’Australia o dell’Estremo Oriente. L’alleanza con la Hambro’s Bank ha permesso al San Paolo di lanciare il mese scorso due Fondi San Paolo-Hambro’s per l’ investimento in alcuni tipi di azioni estere includendo mercati come quelli dell’India e della Corea. L’esperienza della Hambro’s in aree in cui fino a qualche tempo fa le banche italiane erano scarsamente presenti come l’Australia [dove la stessa banca inglese ha una posizione di leader sul mercato] o Hong Kong e Singapore, facilita considerevolmente la strategia dei nuovi Fondi. Ma questi punti di forza esterni all’ Europa permettono di rafforzarsi anche all’interno della Comunità. Diversificazione e flessibilità sono alla base della strategia del gruppo che va estendendo i suoi interessi e i suoi interventi in settori non esclusivamente bancari. Gli investimenti nel settore immobiliare, attraverso la Hambro’s Countrywide contribuiscono a quasi il trenta per cento degli utili. La Hambro’s può contare per le sue operazioni su di una vastissima rete di agenti immobiliari. Un altro settore vincente è quello assicurativo dove pure sono state realizzate importanti alleanze comprese quella con il Guardian Royal Exchange e quella con le Assicurazioni Generali. Ma la grande novità nella strategia del gruppo è quella rappresentata dalla creazione della divisione Fusioni ed Acquisizioni [Mergers and Acquisition] che è stata affidata all’ abilissimo diplomatico sir Michael Butler esponente di primo piano del Foreign Office, ex Ambasciatore alla Comunità e ricco gentiluomo con potenti amici in tutta Europa. Anche le dimensioni e la struttura della sezione Mergers and Acquisition sono particolarmente flessibili. Ne fanno parte non soltanto abilissimi funzionari con grande conoscenza delle aree geografiche a loro affidate e dei più diversi settori ma anche molti collaboratori esterni, personaggi con le orecchie al suolo capaci di fornire segnalazioni, informazioni e presentazioni. È questo un settore che ha il vantaggio di non essere legato troppo direttamente all’ andamento del mercato azionario, a quello dei cambi o del costo del denaro. Le opportunità esistono in qualsiasi tipo di condizioni economiche esterne. È stato proprio Chips Keswick a volere la creazione di tale settore. La Hambro’s è una banca che guarda lontano e che, come in passato, ritiene irresistibile la sfida rappresentata da situazioni complicate, dallo scontro di diversi interessi e di personaggi che anche dal punto di vista della loro cultura nazionale si trovano su posizioni difficili da conciliare. Per far muovere questi nuovi ingranaggi occorre allora non soltanto professionalità ma anche senso diplomatico, un formidabile impegno e molta fantasia. Un problema ancora molto grave ma che dovrebbe andare progressivamente attenuandosi è quello delle diverse regolamentazioni e leggi sul modo di operare in ciascuno dei dodici paesi comunitari. L’Inghilterra si trova adesso all’avanguardia in fatto di liberalizzazione. La deregulation degli ultimi dieci anni ha trasformato la City da una zona di Londra dove erano di moda le restrizioni in un grande mercato di capitali che può servire tutto il mondo. Ecco allora che le banche inglesi possono assicurare la provvista di valuta di qualsiasi genere ed attraverso sempre più complicate e sempre più straordinarie operazioni finanziarie, i più convenienti tassi di interesse.La Hambro’s ha quindi il vantaggio di essere al centro della Mappa Mundi della complicata intelaiatura della finanza internazionale. La scelta europea è una scelta storica per una banca che tanto ha partecipato nei duecento anni della sua esistenza agli avvenimenti del Vecchio Continente ma è anche basata sulla certezza che ci si sta avviando verso una nuova era. L’unificazione politica dei dodici appare ancora lontana e di difficile realizzazione ma quella economica procede a passo spedito. L’uso dell’Ecu si va sempre più estendendo nella City e la Hambro’ s sostiene attivamente la opportunità di transazioni in valuta europea. A questo si deve aggiungere l’effetto dell’abbattimento delle barriere doganali e delle restrizioni ai movimenti dei capitali. Ma alla Hambro’s, come spiega il presidente della divisione Merges and Acquisition nell’ intervista qui sotto, non ci si limita ad attendere gli avvenimenti. Questi vanno invece anticipati e occorre contribuire attivamente in alcuni casi alla loro realizzazione. L’industria europea ha bisogno di potenziarsi, ha bisogno di arricchirsi di tecnologie e di aumentare la sua competitività. La Hambro’s ha scelto questo terreno dove ha cominciato già a realizzare formidabili risultati avendo portato a compimento alcuni importanti contratti di vendita e di fusione, soprattutto, in Germania. Accordi come quello con il San Paolo sono considerati dalla Hambro’s necessariamente vincenti.
Paolo Filo Della Torre, I Banchieri al servizio di due re, la Repubblica, 1988 [https://www.altaterradilavoro.com/i-banchieri-al-servizio-di-due-re/].
Londra. Gli Hambro ritornano in Italia. Richard Hambro, conosciuto in Italia negli anni 70 come “giovane brillante banchiere”, ha ora i capelli bianchi che riflettono la sua saggezza. Il nuovo leader della dinastia di banchieri britannici di origine danese, sarà uno dei principali relatori al convegno della City Forum “Doing Business with Italy” al quale parteciperanno i maggiori esponenti della finanza e dell’ industria italiana e britannica a Londra in febbraio.
Torna di attualità il ruolo che gli Hambro hanno avuto in Italia fin dai tempi del Risorgimento. Quando Cavour scriveva a Carl Joachim Hambro “Caro Barone, mi congratulo con me stesso per averle affidato gli interessi finanziari del mio paese”. Nel 1851 Camillo Benso di Cavour aveva, con l’approvazione di Vittorio Emanuele II, chiesto al proprietario della banca Hambros di lanciare sui mercati di Londra, Parigi, Berlino e Amburgo, un prestito obbligazionario di quattro milioni di sterline per finanziare le infrastrutture del Regno di Sardegna aumentando l efficienza di tale Stato con ripercussioni positive per il bilancio delle forze armate piemontesi. Hambro sottoscrisse personalmente un decimo della somma. Malgrado gli strenui tentativi dei Rothschild, presenti a Napoli, a Parigi, a Londra e a Francoforte, il prestito obbligazionario del Regno di Sardegna fu interamente collocato con soddisfazione anche degli investitori che hanno visto il titolo apprezzarsi in meno di un anno di quasi il 10%. Per gli Hambro, che hanno celebrato i duecentodieci anni della loro storia di banchieri, i rapporti con l’ Italia sono nel loro sangue blu. Il loro impegno iniziato romanticamente per il Risorgimento è continuato nei secoli. Si sono realizzate formidabili operazioni ed importanti accordi con gruppi italiani come il San Paolo di Torino e le Assicurazioni Generali. Tuttavia nella seconda metà degli Anni Ottanta la Hambro’s Bank sembrava inesorabilmente avviata al declino. Il capostipite Sir Joseline Hambro con i suoi tre figli Rupert, Richard e James decise di vendere le sue azioni e di creare la J.O. Hambro & Company nel 1986, una merchant bank che impiegava ottantacinque persone di eccezionale professionalità nel settore della finanza internazionale. La banca era divisa in varie sezioni tra le quali la J.O. Hambro Magan, così chiamata per l’ associazione con il finanziere George Magan, la Hambro Capital and Partners e la Hambro Investment Management. La Hambro Magan ha avuto un ruolo decisivo nella realizzazione di un buon numero di operazioni tipiche da merchant bank, come quella di acquisizione da parte della Deutsche Bank della Morgan Grenfell e quella della Ford a carico della Jaguar. Intanto la crisi della finanza internazionale e la feroce concorrenza tra le banche d’affari aveva messo K.O. la vecchia Hambro’s Bank che aveva avuto una difficile navigazione da quando aveva perduto i principali esponenti della famiglia fondatrice. Una parte della banca è stata allora acquistata dalla Societé Generale e l’ altra dal gruppo sudafricano Investec. La J.O. Hambro & era venduta alla National Westminster Bank. La famiglia Hambro che ora guidata da Richard si concentra nel management dei fondi. La J.O. Hambro Investment Management cura i portafogli di alcuni dei personaggi più ricchi del mondo. Amminisitra le loro fortune, acquista per loro azioni ed obbligazioni. Tra i clienti ci sono anche molte fondazioni ed anche enti caritatevoli. “La nostra discrezione non ci permette di rilevare nomi o dettagli”, dice Richiard Hambro. Ma tra le fortune amministrate c’è quella della sua famiglia, doviziosa ed influente da secoli. È un impero super milirdario racchiuso in trusts [fondazioni], da conservare e potenziare. La priorità è quella di difendere la fortuna di famiglia e quelle dei personaggi che le hanno affidate in gestione agli Hambro dagli effetti delle bufere monetarie che si abbattono anche sulle più grandi banche, sui fondi di investimento e sulle aziende industriali. Hambro ha cambiato la strategia, per adattarsi al nuovo scenario della finanza internazionale. Il suo mestiere era quello di guidare operazioni di finanziamento alle grandi aziende, sostenere scalate [od operazioni di difesa] per il loro controllo, realizzare fusioni e aumenti di capitali. Adesso preferisce puntare tutto sulla gestione dei capitali. Sulla capacita’ di comprare al momento opportuno e vendere quando la tendenza potrebbe cambiare. Richard, come il suo antenato che lanciò il prestito per il Regno di Sardegna, accollandosene personalmente una quota del 10%, e italofalo al 100%. Parla benissimo l’ italiano, segue dall’ età di ventidue anni quando suo padre, sir Jocelyn gli aveva affidato il business della banca nel nostro Paese, quello che avviene nella penisola. E sa interpretare i segnali. Si ricorda che quando andò con suo padre a far visita a Guido Carli [dal quale è stato affascinato], a Via Nazionale, il Governatore gli disse: “Quanto sono belli i verdi pascoli in Inghilterra. In Italia sono spesso aridi e con erbacce”. Era un modo per dire agli Hambro di stare lontani dai gineprai della Bastogi e quindi dai complicati giochi intorno alla Montedison e Richard capì al volo. Adessi l’Italia lo interessa di nuovo. I pascoli sono più verdi. Le opportunità di realizzare ottimi investimenti per i portafogli della clientela sono ottimi. Gli Hambro tornano a puntare sull’ Italia. Per questa ragione Richard ha ingaggiato un ottimo team di operatori. “Abbiamo pescato bene nella Morgan Grenfell merchant bank alla quale siamo stati in passato legati”. Uno dei piu’ brillanti operatori per gli Hambro è Stuart Mitchell al quale è stato affidato il settore “Continental European Investments for U.K. Pension Funds”. Gli Hambro puntano decisamente sull’ Europa. Due dei tre fondi d’investimento che gli Hambro lanciano in questi giorni contengono azioni e obbligazioni soltanto europei, come l’ Osprey Fund che ha già trovato un’ottima accoglienza da parte della finanza mondiale. “Io credo che la crisi della finanza mondiale sia superabile. Quella giapponese non è strutturale. Una volta che il sistema finanziario sarà stato modernizzato e la corruzione sconfitta, ci sono grandi possibilità di espansione. Ma i tempi potrebbero essere molto lunghi”, dice Richard Hambro. “Le strutture economiche europee sono destinate a rafforzarsi. L’unificazione monetaria già ha cominciato ad avere effetti molto positivi. La riduzione del costo del denaro significa espansione. L’Italia ne sta beneficiando. La discesa dei tassi al 4% pochi anni fa non sarebbe stato immaginabile”. Quali sono le aziende italiane sulle quali puntano gli Hambro? “Noi siamo molto ottimisti per le aziende soprattutto del settore bancario che si stanno ridimensionando e potenziando anche con economie di scala. Per esempio il Credito Italiano e crediamo che il terreno si riveli molto fertile grazie alle privatizzazioni e soprattutto le fusioni”. Il dinamismo della economia italiana dovrebbe riflettersi in utleriori apprezzamenti del valore delle azioni delle società quotate in Borsa. La nuova sede degli Hambro a St. James’ s sembra più un palazzetto gentilizio che non una banca vecchio stile. E’ a pochi passi dai club più eleganti, c’ è quel magnifico profumo di cognac e di mobili antichi e tanti quadri di gloriosi antenati e di cavalli da corsa che sono un hobby di famiglia. Come la famiglia reale, gli Hambro hanno allevato e allenato alcuni dei migliori purosangue, vincitori sugli ippodromi del mondo e come i Royals, gli Hambro raramente portano in tasca volgari banconote. Il loro maggiordomo paga i conti e non batte ciglio. Neppure quando agli inizi della guerra, un conto di ristorante particolarmente alto. Il nonno di Richard era andato a pranzo nel leggendario ristorante Wilton’s del quale era un abitué. La proprietaria un po’ terrorizzata dai blitz, gli aveva chiesto consiglio: “Come faccio a lasciare Londra. Debbo riuscire a vendere il ristorante e incassare al più presto il denaro”. “Non si preoccupi, me lo metta sul conto”, rispose il barone Hambro e il suo Jeevs, non ebbe un momento di dubbio, emise l’ assegno per il soufflè d’aragosta e lo Chablis e l’ammontare di mille volte tanto della priprietà di Wiltons. Tutto sullo stesso conto.
Paolo Filo Della Torre, Hambro, la leggenda del nobile banchiere, la Repubblica [https://www.altaterradilavoro.com/hambro-la-leggenda-del-nobile-banchiere/].
Era superstizioso re Vittorio Emanuele III: nato l’11 novembre del 1869 – l’11/11 – aveva vinto la sua prima guerra, dichiarandola nel 1911 e coltivava una scaramanzia per quel numero. L’11 novembre del 1918, nel giorno del suo quarantanovesimo compleanno, si era, formalmente, conclusa la Prima Guerra Mondiale con la firma dell’Armistizio a Compiègne. Avrebbe voluto, dunque, entrare nel secondo conflitto anziché il 10 giugno del 1940, il giorno dopo. Entrò, invece, in guerra sotto una data infausta: sedici anni prima, in quello stesso giorno, il 10 giugno 1924, era stato ucciso Giacomo Matteotti e lui aveva perso l’ultima occasione di salvare il Paese e Casa Savoia, liquidando il fascismo.
Mussolini fu oggetto di critiche circa le sovvenzioni e i finanziamenti ricevuti. gli ambienti politici francesi[3], che contribuirono al finanziamento del quotidiano Il Popolo d’Italia. Al progetto di finanziamento del quotidiano avevano contribuito, con laute somme, socialisti e radicali francesi, quali l’ex-presidente del Consiglio francese Joseph Caillaux, l’avvnturiero francese Paul Marie Bolo [Bolo pascià], Jules Guesde, Marcel Cachin; personalità del Regno Unito, quali sir Samuel Hoare e Alfred Charles William Harmsworth, in seguito Lord Northcliffe; finanzieri russi, magnati svizzeri e tedeschi; industriali italiani, interessati all’aumento delle spese militari per l’ingresso in guerra dell’Italia, quali Carlo Esterle [Edison], Emilio Bruzzone [Società Siderurgica di Savona e Società Italiana per l’Industria dello Zucchero Indigeno, di cui era membro più importante Eridania], Giovanni Agnelli [FIAT], Pio Perrone [Ansaldo] ed Emanuela Vittorio Parodi [Acciaierie Odero], gli agrari emiliani; il ministro degli affari esteri italiano Antonino Paternò Castello e la Banca Italiana di Sconto.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Governo Salandra aveva dichiarato la neutralità dell’Italia. I cinque anni di guerra causarono circa 10 milioni di vittime, anche grazie alla “scienza” e alla tecnologia, che avevano prodotto automobili, gas tossici, lanciafiamme, sommergibili, bombardamenti sui civili. L’Armistizio del novembre 1918 portò un sollievo, ma anche l’illusione che la guerra fosse finita. Tutto non era più quello di prima: erano crollati i miti della razionalità umana, propri dell’illuminismo e del positivismo, i miti dei valori dell’Occidente e del progresso scientifico, tecnico, economico, morale e politico. Le conseguenze del potenziamento degli armamenti e delle politiche di disuguaglianza e sopraffazione si sono svelate sempre di più fino a oggi: la promessa del progresso e dell’“uomo nuovo” di tutte le ideologie è diventata l’orrenda spettacolarizzazione dell’atroce distruzione della Terra e degli uomini che ci vivono.
Nell’autunno del 1914, il futuro duce aveva lasciato la direzione dell’Avanti!, organo ufficiale dei socialisti, che erano per la neutralità e per la pace, per fondare Il Popolo d’Italia, che si presentava, il 15 novembre, con il “grido che è una parola paurosa e fascinatrice: guerra!”, ricevendo il plauso di Cesare Battisti:
“La nostra comunanza di idee fu così forte nel tempo in cui fosti mio compagno nell’azione politica a Trento, ed è ora così evidente in questo supremo momento della vita e italiana e del mondo.”
Il 18 novembre 1914, appena tre giorni dopo l’uscita nelle edicole de Il Popolo d’Italia, i quotidiani elvetico Neue Zürcher Zeitung e il tedesco Wolff Bureau, diffusero la notizia che Mussolini aveva ricevuto, per fondare il nuovo quotidiano, danaro dalla Francia.
Mussolini smentì sdegnato.
La Francia voleva l’intervento dell’Italia nella guerra, voleva che finisse il passaggio di merci destinate alla Germania attraverso il valico di Chiasso e la Svizzera e, soprattutto, voleva l’apertura di un nuovo fronte.
Nel XLIesimo Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, organizzato, dal 9 al 13 ottobre 1963, a Trento, nel Castello del Buoncosiglio, dal professor Umberto Corsini, considerato tra i maggiori storici dell’Italia moderna, Georges Dethan, uno dei sovrintendenti dell’Archivio del Ministero degli Esteri di Francia, rivelò che dalle memorie di Robert de Billy, primo segretario dell’Ambasciata di Francia a Roma, risultava che Mussolini fosse andato a Palazzo Farnese e si fosse rivolto all’ambasciatore Camille Barrère:
“Gli archivi del Ministero degli Affari Esteri hanno recentemente acquisito un documento importante sulla questione dell’entrata in guerra dell’Italia. Si tratta delle memorie, manoscritte, del conte Robert de Billy, che si trovava fra il 1914 e il 1915 come segretario dell’Ambasciata di Francia a Palazzo Farnese a Roma. Il conte de Billy traccia, sia del primo ministro marchese di San Giuliano che del ministro degli esteri Sidneyi Sonnino, ritratti molto simpatici. Nei documenti del conte si legge: non si deve dimenticare il ruolo importante giocato dai giornali per l’entrata in guerra dell’Italia. Ad un certo momento era parso che, senza il fervente sostegno che la stampa aveva assicurato ai protagonisti della rottura con l’Austria, poteva avvenire un’esitazione e, chissà, un ritorno al passato. L’aspetto più rimarchevole, mi pare essere il contenuto del primo incontro con Mussolini. Questi, avendo rotto con i socialisti, aveva fondato “Il Popolo d’Italia”. Un giorno, a mezzogiorno, nei momenti della Battaglia dell’Yser, Mussolini andò a trovare il conte Billy a Palazzo Farnese. Con aria concitata, lo rese partecipe delle sue difficoltà finanziarie. Il conte gli diede immediata assicurazione e si incaricò, con l’aiuto di Charles Loiseau, di convincere Barrère, cosa che non fu facile. L’Ambasciata di Francia mise mano al portafoglio, ma Barrère interruppe quella relazione, che gli era sempre pesata. In effetti, Barrère aveva sentito un pericolo nell’interventismo italiano. Egli, alla vigilia del 24 maggio 1915, scriveva: “Nazionale nell’essenza, impregnato dello spirito tradizionale del Risorgimento, il movimento interventista ha assunto una forma inedita, al tempo monarchica e antiparlamentare.”.”
Scrive Robert de Billy:
“Permis aux nationalistes de reconnaitre qu’il y avait une collaboration fèconde à entreprendre avec les socialistes patriotes de Mussolini, et c’est parce que la description psychologique des mois qui précèdent les semaines de mai 1915 renferme une indication non négligeable pour l’étude des origines du fascisme”.
E Renzo De Felice nel suo straordinario lavoro su Mussolini conferma che“Mussolini si rivolse a Barrère solo dopo l’uscita del Popolo d’Italia e che l’ambasciatore francese si dimostrò dapprima riluttante a concedere il finanziamento, dato il carattere sovversivo dell’azione mussoliniana. Più che a Roma, l’accordo venne raggiunto a Parigi, grazie all’aiuto dei socialisti francesi che facevano parte del Governo.”
Durante il primo mese di vita, il giornale non ebbe problemi economici, ma, il 22 dicembre, Il Popolo d’Italia si trovava, già, in cattive acque, come testimonia il diario di Ferdinando Martini:
“Il sig. Naldi direttore del “Resto del Carlino” viene da me. E lui che ha fornito sin qui i danari a Mussolini per fondare e pubblicare “Il Popolo d’Italia” giornale che, secondo la testuale espressione del Naldi, “raccoglie intorno a sé e dirige a un intento patriottico tutta la teppa dell’Italia Settentrionale”. Ma il sig. Naldi non può oltre continuare nelle sue sovvenzioni: e, volendo che all’utile fine soccorresse il Governo, parlò all’avv. Mucci perché ne parlasse all’on. Fera, perchéne parlasse al ministro Orlando, perché ne parlasse al Presidente del Consiglio. Percorsa la via piuttosto lunga Fon. Orlando, a quanto il Mucci asserisce, rispose al Fera che tutto era fatto: ma quando la persona che doveva riscuotere [il segretario particolare dell’on. Sonnino] si presentò all’on. Salandra, questi disse di non saper nulla di nulla. E il Naldi viene da a me affinché io metta in chiaro le cose. [...]. Comunque parlerò a Salandra per evitare danni peggiori, poiché il Naldi minaccia di sospendere la pubblicazione del giornale
e ciò sarebbe veramente dannoso in questo momento se non abbia sussidio di 25.000 lire.”
Nel gennaio del 1915, è un agente locale dei servizi di informazione francesi a procedere al salvataggio in extremis del giornale. Il 3 febbraio, Luchaire, direttore dell’Institut Français di Milano, scrive a de Billy, primo segretario dell’Ambasciata di Francia a Roma:
“Sicuramente domani riceverete la visita di un giornalista italiano al quale ho dato una lettera di presentazione per voi. Non ho alcun titolo per giudicare se la richiesta che vi farà sia accettabile. Tuttavia spero che lo sia, avendo potuto a più riprese constatare l’influenza che questo giornale esercita sul pubblico [...]
Per caso sono stato messo al corrente della situazione molto difficile in cui si trova: chi vi farà visita vi spiegherà certamente come io abbia dovuto, in poche ore, per evitare che il giornale sospendesse le pubblicazioni il giorno successivo, procurare al direttore una somma di 4.500 franchi. Data la situazione di emergenza, ho creduto di far bene, non avendo assolutamente il tempo di consultare l’Ambasciata, a impedire un colpo di scena, il cui effetto, dal punto di vista della Francia, sarebbe stato evidentemente increscioso.”
Non aveva avuto dubbi Mussolini quando dalle colonne de l’Avanti! aveva scandito la neutralità dell’Italia di fronte alla Prima Guerra Mondiale, che era, già, un’enorme strage, puntualmente e ampiamente documentata dai giornali italiani:
“Né un uomo né un soldo per questa guerra” e “se le teste coronate vogliono la mobilitazione, ci sarà la rivoluzione.”
Circa 600.000 Soldati Italiani furono catturati dai tedeschi e dagli austro-ungarici. La cattura fu 1’inizio di una vita di stenti alla quale non tutti sopravvissero. Avrebbero dovuto essere garantiti dalla Seconda Convenzione dell’Aja del 1907 su leggi e usi della guerra terrestre [https://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20041031202458], un accordo firmato da 44 Stati, ma non fu così. Nel documento era sancito che i prigionieri dovessero ricevere la stessa razione di cibo di quella destinata ai soldati dell’esercito che li aveva catturati, ma, ovviamente, le contingenze del momento non poterono garantire questo diritto. Per i primi tre mesi dalla cattura, i più duri, l’Italia non consentì neppure alle famiglie di inviare ai propri figli i soccorsi vitali. I primi “pacchi di Stato” giunsero ai prigionieri nel novembre del 1918, un anno dopo la Battaglia di Caporetto.
La maggior parte venne deportata a Mathausen, tristemente nota anche nella Seconda Guerra Mondiale; a Theresienstadt, in Boemia; a Rastatt, in Germania Meridionale, e a Celle, nei pressi di Hannover. Circa 100.000 Soldati Italiani non fecero più ritorno dalle loro famiglie. Gli stenti, la fame, il freddo e le malattie, prima tra tutte la tubercolosi, furono le principali cause di questo grande numero di decessi.
Niccolò Nicchiarelli, come altri 3.000 ufficiali, venne rinchiuso nel gefangenenlager di Celle ed è attraverso le sue memorie che viene ricostruita la cronaca pressoché quotidiana della loro comune vicenda che non si concluse con la fine della guerra.
“L’impressione fu di entrare in un campo di morti, dove per caso i cadaveri fossero balzati su dalle fosse e girassero barcollando nei viali. Il bagno, la disinfezione. Quell’ammasso di corpi scheletriti, di pelli arrossate dai morsi della scabbia; quel tanfo di carni sudicie, di cenci impidocchiati.
[...]
Questa fu la prima conoscenza di Cellelager.”,
così il tenente Nicchiarelli riporta la sua prima visione del campo di concentramento. Un “campo di morti”, cadaveri che balzano su dalle fosse, corpi scheletriti… Sembra la descrizione dell’indicibile orrore che si aprì davanti agli occhi dei soldati sovietici dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945, superando il cancello del campo di sterminio nazista di Auschwitz. Accolti da un fetore insopportabile, videro solo mucchi di scarpe, persone in condizioni subumane che vagavano senza meta, cadaveri a terra e bambini terrorizzati nelle baracche che gridavano:
“Noi non siamo ebrei!”
“Sono stato ad Auschwitz. Ho visto tutto con i miei occhi. Ora ti amo ancora di più. Non perdere la calma: non succederà più, mamma. Ce ne assicureremo noi.”,
scrive Vladimir Brylev, un soldato dell’Armata Rossa, in una lettera alla madre [https://www.storicang.it/a/liberazione-di-auschwitz-salvati-dallinferno-nazista_15965].
Anche Carlo Emilio Gadda, che si trovava in prima linea, a Caporetto, venne fatto prigioniero dagli austriaci sulle rive dell’Isonzo, il 25 ottobre 1917, e rinchiuso nel gefangenenlager di Celle. Tra il 24 agosto 1915 e il 31 dicembre 1919, il sottotenente degli Alpini Gadda tenne un diario, in cui riporta quelle drammatiche giornate. Rimasto, a lungo, nascosto, protetto “dal più rigoroso silenzio”, è stato pubblicato solo molti anni dopo la morte dello scrittore.
“Soffro sì per la famiglia, per la patria, specie nei gravi momenti: allora anzi l’angoscia mi prende alla strozza. Ma il dolor bestiale, il macigno che devo reggere più grave, la rabbia porca, è quella, che già dissi: è il mancare all’azione, è l’essere immobile mentre gli altri combattono, è il non potermi più gettare nel pericolo.” [4]
Per Gadda, che l’aveva auspicata come “necessaria e santa” si rivelò uno scontro drammatico. Più ancora che con il nemico, con ciò che scatenava in lui un’indignazione così violenta da sfiorare la “volontà omicida”: la meschinità della “vita pantanosa” di caserma, che spegne ogni aspirazione alla lotta; l’incompetenza dei grandi generali; l’”egotismo cretino dell’italiano” che di tutto fa una questione personale; l’indegnità morale dei vigliacchi, degli imboscati e dei profittatori, che costringevano gli Alpini a marciare con scarpe rotte:
“Se ieri avessi avuto innanzi un fabbricatore di calzature, l’avrei provocato a una rissa, per finirlo a coltellate.”,
confessa. Ma lo scontro più lacerante, e fondatore, è quello che Gadda ingaggia con se stesso: con l’orrore e la tristezza della solitudine, con un “sistema nervoso” viziato da “una sensitività morbile”, con una insufficienza nell’agire che gli impedisce di tradurre in atto i tesori di preparazione tecnica, senso di sacrificio, spirito di disciplina che abitano in lui:
“Mi manca l’energia, la severità, la sicurezza di me stesso, proprie dell’uomo che… agisce, agisce, agisce a furia di spontaneità e di estrinsecazione volitiva.”
Alla fine della guerra Mussolini aveva ricevuto danaro da tre Potenze Alleate e si era impegnato di atti di sovversione e violenza per conto loro.
Nell’autunno del 1917, le sorti della Grande Guerra erano state appese a un filo.
La Russia rivoluzionaria aveva sospeso i combattimenti contro la Germania e l’Italia aveva subito la rotta di Caporetto. La situazione era disperata. Se anche l’Italia avesse abbandonato il conflitto, solo la Francia e la Gran Bretagna sarebbero restate a opporsi a Germania e Austria. La Francia e la Gran Bretagna dovevano fare di tutto per garantire che l’Italia non recedesse dall’Alleanza.
LONDON [Reuters] - He formed part of the Nazi axis that nearly brought Britain to its knees in World War Two, but historical papers have revealed that Italian dictator Benito Mussolini was once on the payroll of British intelligence.
During World War One, the then socialist journalist was running popular newspaper Il Popolo d’Italia in Milan and Italy was allied with Britain and France in the fight against Germany.
British secret services desperately needed Mussolini to print pro-war propaganda to keep Italy on board, said Cambridge historian Peter Martland, who uncovered details of weekly payments of 100 pounds by MI5 to Mussolini in 1917.
“British intelligence is subsidizing his newspaper and it’s cheap. But it’s a part of this broader campaign to get a lid on things to keep Italy in the war,” Martland told Reuters.
Martland said payments were authorized by Sir Samuel Hoare, an MP who headed a 100-strong British intelligence team based in Italy covertly working to keep the country on the side of the allies.
Although 100 pounds a week was a lot of money 92 years ago, it was a drop in the ocean compared to what Britain was spending on the war effort.
“It’s a lot of money, but this war is costing 4 million pounds a day, nearly 13 million pounds a week, so 100 pounds a week is not even petty cash,” said Martland.
Mussolini recruited thugs to beat up poverty-stricken peace protesters, downtrodden by the war, to prevent them from agitating against it -- a precursor to his fascist Blackshirts, Martland believes.
“He’s a nasty piece of work and he’s using violence on the streets. He’s a street fighter and he’s mobilizing veterans. One of the definers of fascism is that violence is a legitimate political tool, so this is the beginnings of seeing the Mussolini of the Blackshirts era,” said Martland.
While Martland said it was a “shrewd” move for MI5 to recruit Mussolini, he doubts very much whether “Il Duce” actually spent much of his British earnings on the war campaign.
“Part of the money went to subsidize his newspaper, but we know Mussolini and we know he is a womanizer. He thinks he is Mr Super Stud, so it’s not unreasonable to speculate that a lot of that money went on his mistresses,” he said.
Georgina Cooper, How Mussolini once worked for British intelligence, Reuters
October 14, 2009 [https://www.reuters.com/article/lifestyle/how-mussolini-once-worked-for-british-intelligence-idUSTRE59D4MW/].
LONDRA [Reuters] – È stato parte dell’Asse nazista che ha quasi messo in ginocchio la Gran Bretagna durante la Seconda Guerra Mondiale, ma alcuni documenti del periodo hanno rivelato che Benito Mussolini una volta era sul libro paga dei servizi inglesi.
Durante la Prima Guerra Mondiale, l’allora giovane giornalista socialista dirigeva un quotidiano popolare con sede a Milano, Il Popolo d’Italia, e l’Italia combatteva al fianco di Francia e Gran Bretagna contro la Germania.
L’intelligence inglese aveva disperatamente bisogno che Mussolini facesse, attraverso il suo giornale, propaganda a favore dell’impegno italiano in guerra. Questa è la conclusione alla quale è giunto lo storico dell’università di Cambridge Peter Martland, che ha scoperto i dettagli dei pagamenti settimanali di 100 sterline che l’MI5 effettuava a beneficio di Mussolini nel 1917.
“I servizi britannici finanziavano il suo giornale ed era un impegno tutto sommato economico. Ma era parte di un piano più ampio pensato per fare in modo che l’Italia non si ritirasse dalla guerra”, ha raccontato Martland alla Reuters.
Lo studioso dice che i pagamenti erano stati autorizzati da Sir Samuel Hoare, un parlamentare messo alla guida di un team di 100 uomini dei servizi, mandati in Italia per condurre operazioni coperte al fine di tenere Roma dalla parte degli alleati.
Nonostante, a quei tempi, 100 sterline fossero una somma notevole, si trattava comunque di una goccia nell’oceano in confronto a quanto la Gran Bretagna stava spendendo per la guerra.
“Erano un sacco di soldi ma la guerra costava quasi... quasi 13 milioni di sterline la settimana e a pensarci bene 100 sterline non erano una cifra così impressionante”, spiega Martland.
Mussolini aveva reclutato teppisti perché picchiassero le persone che, ridotte in povertà dalla guerra, protestavano chiedendo la pace e che, quindi, avrebbero potuto sobillare il resto della popolazione, una sorta di Camice Nere ante litteram.
“Faceva un lavoro sporco e utilizzava la violenza nelle strade. Era abituato alle lotte di strada e andava mobilitando i veterani. Uno dei tratti distintivi del Fascismo è la legittimazione della violenza come uno strumento politico, così qui si può vedere la nascita del Mussolini dell’era squadrista”, spiega ancora Martland.
Mentre lo storico definisce il reclutamento di Mussolini ad opera dell’MI5 “una mossa astuta”, dubita seriamente che il futuro “Duce” abbia speso quei soldi per fare campagna a favore dell’impegno bellico dell’Italia.
“Parte di quei soldi sono stati destinati al suo giornale, ma conosciamo Mussolini e sappiamo che era un donnaiolo. Pensava di essere uno stallone e così non è così assurdo pensare che buona parte di quei soldi siano stati spesi per le sue amanti”, ha concluso lo storico.
Georgina Cooper, Quando Mussolini lavorava per i servizi inglesi, Reuters, October 14, 2009 [https://www.reuters.com/article/lifestyle/quando-mussolini-lavorava-per-i-servizi-inglesi-idUSMIE59D0SH/].
Nel 1917, Benito Mussolini fu ingaggiato dai Servizi Segreti britannici affinché, tramite la propaganda del suo giornale e la sua determinazione a reprimere le manifestazioni pacifiste, persuadesse l’Italia a restare al fianco degli Alleati nel conflitto mondiale, dopo la defezione della Russia. L’Intelligence inglese aveva disperatamente bisogno che Mussolini facesse, attraverso il suo giornale, propaganda a favore dell’impegno italiano in guerra.
Lo storico britannico dell’Università di Cambridge Peter Martland, esaminando gli archivi di Samuel Hoare, che, all’epoca, coordinava le operazioni di Intelligence in Italia attraverso 100 agenti al suo servizio, che riferivano sul morale della Nazione, sulla condizione delle banche, sul contrabbando di oro e valuta verso la Svizzera che, come sempre nella Storia italiana, aumenta nei momenti di grave crisi, ha scoperto i dettagli dei pagamenti settimanali di 100 sterline che l’MI5 effettuava a beneficio di Mussolini.
Secondo Martland le 100 sterline, l’equivalente di 6.500 euro odierni, che l’MI5 versava a Mussolini, ogni settimana, sarebbero servite all’allora direttore trentaquattrenne de Il Popolo d’Italia, a gettare le basi per la sua carriera politica:
“L’ultima cosa che la Gran Bretagna voleva era che gli scioperi pacifisti fermassero le fabbriche di Milano. Per un uomo che all’epoca faceva il giornalista erano molti soldi, ma in confronto ai quattro milioni di sterline che la Gran Bretagna spendeva ogni giorno per la guerra era niente.”
La storia era abbastanza nota, molto meno era l’entità del compenso, almeno fino a quando è stata presentato, a Londra, un volume di mille pagine, sulla storia del Security Service, il controspionaggio britannico, noto come MI5, con il titolo The Defence of the Real[5], che riprende il motto del servizio, “Regnum Defende”.
Il libro di Christopher Andrew, già autore dell’Archivio Mitrokhin, celebra il primo secolo di vita dell’MI5, che, nel 1917, includeva anche le operazioni all’estero, e naturalmente l’Intelligence militare. Andrew, per svolgere il compito immane di consultare 400.000 files, si è avvalso, per l’appunto, dell’aiuto di Martland, che proprio a Cambridge aveva avuto a disposizione l’Archivio Templewood.
Nel 1954, Hoare, ormai divenuto lord Templewood, ricorderà nelle sue memorie:
“Lasci fare a me” fu la risposta che Mussolini mandò attraverso il mio intermediario: “Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra”. E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi.”
The Project è il nome che i servizi militari britannici dettero al loro piano segretissimo per il controllo totale dell’Italia, a partire dall’autunno del 1917, subito dopo la catastrofe di Caporetto. L’artefice di quel progetto eversivo fu il tenente colonnello sir Samuel Hoare, il capo del Directorate of Military Intelligence [DMI] in Italia. La sua missione era impedire che l’Italia uscisse dalla guerra contro gli Imperi Centrali e, al contempo, porre le premesse di un sistema occulto basato su gruppi di potere trasversali fedeli alla Corona dei Windsor, garantendo, così, gli interessi vitali dell’Impero britannico nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente.
“Hoare a Roma aveva antenne sensibili: fu il primo a capire, già allora, che il capo della corrente filo-tedesca in Vaticano era il futuro papa, l’arcivescovo Eugenio Pacelli, nunzio a Monaco di Baviera.”
Con l’assenso di Londra, dunque, sir Hoare creò l’archetipo di un movimento politico e paramilitare che sfociò ben presto nei Fasci italiani di combattimento guidati da Benito Mussolini. È il prototipo della “strategia della tensione” come modello terroristico.
Finanziato dal Secret Service sin dall’inizio del 1918 con il nome in codice di The Count, il futuro duce conquistò il potere, nell’ottobre del 1922, e instaurò un regime autoritario di massa che avrebbe influenzato lo scenario internazionale nel corso del Novecento.
“Faceva un lavoro sporco e utilizzava la violenza nelle strade. Era abituato alle lotte di strada e andava mobilitando i veterani. Uno dei tratti distintivi del fascismo è la legittimazione della violenza come uno strumento politico, così qui si può vedere la nascita del Mussolini dell’era squadrista.”
Qualcuno aveva consigliato a Hoare di avvicinare il giornalista Benito Mussolini che, cacciato da l’Avanti! e dal partito socialista per la sua linea interventista, sosteneva la politica con un nuovo giornale, Il Popolo d’Italia. Hoare acconsentì e, conosciuto Mussolini, fece di più: propose una sovvenzione per la testata. Il suo capo a Londra, sir George Mark Watson Macdonogh [1865-1942], aveva tentennato.
“Hoare lo convince, dicendo che, se la sovvenzione è negata, è pronto a pagare di tasca propria”,
E si fece l’accordo: 100 sterline alla settimana, nonostante, a quei tempi, 100 sterline fossero una somma notevole, si trattava comunque di una goccia nell’oceano in confronto a quanto la Gran Bretagna stava spendendo per la guerra.
Sorprendente, forse, per l’uomo che, molti anni dopo, avrebbe dichiarato guerra alla “perfida Albione”.
Venti anni dopo, le strade di Mussolini e di Hoare si incontrarono ancora. Hoare ebbe, di nuovo, un rapporto privilegiato con Mussolini, quando era divenuto foreign secretary e dovette confrontarsi con quello che era, ormai, il duce del fascismo, lanciato nell’avventura coloniale. Con il suo omologo francese, Pierre Laval, Hoare firmò un patto per consentire all’Italia di sottomettere l’Abissinia e lasciare all’Etiopia lo sbocco al mare che il Times ridicolizzerà come “un corridoio per i cammelli”. Era l’inizio della politica dell’appeasement verso il nazifascismo che, fino alla Seconda Guerra Mondiale, illuderà il Governo Chamberlain. Mussolini avrebbe accettato l’accordo, ma poco prima di firmarlo, il piano fu scoperto e denunciato come un tradimento ai danni degli abissini da un giornale francese. Il Governo britannico si dissociò dal piano e sia Hoare sia Laval dovettero dimettersi.
“Mussolini avrà finito la sua vita appeso a testa in giù a Milano, ma la Storia non è stata gentile nemmeno nei confronti di Hoare, accusato di essere un simpatizzante del fascismo come Neville Chamberlain.”
I 45 giorni che seguirono la caduta del fascismo, la conduzione della trattativa armistiziale e la proclamazione dell’Armistizio furono un capolavoro di inettitudine, stupidità, doppiogiochismo dilettantistico, incapacità che riuscì ad attirare su noi Italiani il disprezzo sia dei nostri ex-alleati dell’Asse [Germania, Giappone, Ungheria, Romania, Slovacchia, Bulgaria e Jugoslavia][6]sia dei nostri ex-nemici, gli Alleati [Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Francia e Cina] al punto che, nella lingua inglese, fu coniato il verbo “to badogliate”, che non necessita di traduzione.
Sarebbe una delle tante pagine nere del tradimento della nostra classe dirigente verso il popolo italiano se le conseguenze non fossero state drammatiche e tragiche. Dapprima, la fuga del re Vittorio Emanuele III dal suo posto di responsabilità, segno evidente della statura morale e civile del discendente di una dinastia, i Savoia, che ha fatto del rovesciamento delle alleanze e del doppiogioco la sua fortuna; poi, il ritorno di tutti coloro che si erano dichiarati fascisti, ma che il 25 luglio 1943, alla caduta del loro duce, si erano dileguati. Alla fine del 1943, i partigiani erano circa 18.000, mentre i volontari fascisti che partirono per Salò erano oltre 200.000. Finita la guerra, 235.000 ottennero il riconoscimento della qualifica di partigiano, ma a presentare domanda erano stati oltre 600.000…
Lo stesso Ferruccio Parri, capo partigiano e primo presidente del Consiglio nell’Italia repubblicana, ammise, con amarezza, che i 200.000 effettivi partigiani dopo la Liberazione erano diventati mezzo milione…
In un film del 1960, La lunga notte del ‘43, tratto da un racconto di Giorgio Bassani, un imperdibile Gino Cervi impersona il voltafaccia del fascista che nel Dopoguerra si spaccia per partigiano.
“In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti, dal giorno dopo 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti.”,
è una frase attribuita a Winston Churchill, che fotografa con la forza del sarcasmo la condizione di un Paese che, nel 1940, era entrato in guerra inneggiando all’aggressività fascista e, tre anni dopo, caduto il duce, se ne era, prontamente, dimenticato.
[1] “L’assassinio di Matteotti mi diede uno scossone. Mi dissi che, avessi o non avessi fiducia negli antifascisti ufficiali, era mio dovere non rendermi complice con la mia inerzia di un regime infame, come avevo fatto negli ultimi tempi. Anche ad essere solo, dovevo dire un no risoluto e pubblico a quel regime: fa’ quel che devi, avvenga ciò che può.”
sono parole di Gaetano Salvemini, direttore tra il 1911 e il 1920 de L’Unità. Salvemini, di fronte al rapimento di Matteotti e al suo brutale assassinio, capì che il fascismo non si sarebbe fermato di fronte a nulla e che Mussolini andava combattuto con più vigore, impiegando nella lotta tutte le energie possibili. Matteotti, che stava indagando sulle tangenti pagate dalla compagnia petrolifera Sinclair Oil per la concessione del monopolio della ricerca petrolifera nel sottosuolo italiano, tangenti che se rese note avrebbero molto indebolito Mussolini di fronte alla Monarchia, fu assassinato dopo aver denunciato alla Camera violenze e brogli compiuti dai fascisti prima e durante le elezioni del 6 aprile 1924, di cui il 30 maggio di quell’anno chiese l’annullamento in un celebre discorso pronunciato proprio alla Camera. Dopo la sua denuncia, cosciente di essere diventato un bersaglio dei fascisti, rivolto ai suoi compagni che si stavano congratulando con lui, Matteotti disse:
“Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora sta a voi preparare l’orazione funebre per me.”
Nel 1925 fondò a Firenze il periodico clandestino «Non Mollare» con Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Nello Traquandi e Piero Calamandrei. Il periodico, stampato da gennaio a ottobre, fu una delle ultime manifestazioni concrete dell’opposizione antifascista prima della definitiva svolta totalitaria di Mussolini.
Salvemini, per la sua attività antifascista, l’8 giugno 1925 fu arrestato e rinchiuso prima nel carcere romano di Regina Coeli e poi alle Murate di Firenze.
Salvemini, una volta liberato dal carcere nel 1925, prima di emigrare clandestinamente in Francia, ricevette da Giuseppe Emanuele Modigliani, deputato, tra i dirigenti del Partito Socialista Unitario e avvocato della famiglia Matteotti, documenti sul processo ai suoi assassini, quasi subito individuati ma protetti dal regime. Salvemini si occupò anche dall’estero del processo che, tuttavia, divenne presto una tragica farsa. Due sentenze, del Tribunale di Roma e della Corte d’Assise di Chieti, il 1° dicembre 1925 e il 24 marzo 1926, non fecero giustizia. Dopo la fine della guerra e la nascita della Repubblica, nel 1947, fu celebrato un nuovo processo contro chi era ancora in vita tra gli assassini di Matteotti. Neanche allora, però, la verità giudiziaria si allineò alla verità storica, conosciuta da molto tempo anche grazie alle denunce di Salvemini.
[2] L’appellativo di “cugino del re” fu una dignità onorifica spettante agli insigniti dell’Orsdine Supremo della Santissima Annunziata, il più importante tra quelli di collazione della Monarchia Sabauda e del Regno d’Italia, che dava loro il diritto di “dare del tu”, chiedere udienza al sovrano, fregiarsi del titolo di “eccellenza” e la precedenza tra le varie cariche a corte e nelle funzioni pubbliche, ma dopo i cardinali di Santa Romana Chiesa.
[3] Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario.
[4] Carlo Emilio Gadda, Giornale di Guerra e di prigionia.
[5] The Defence of the Realm: The Autorized History of MI5, di Christopher Andrew, è pubblicato da Allen Lane, 1032 pagine.
[6] Nel corso del conflitto entrarono a far parte dell’Asse anche altre nazioni: Ungheria [20 novembre 1940], Romania [23 novembre 1940], Slovacchia [24 novembre 1940] e Bulgaria [1º marzo 1941]. La Jugoslavia si unisce il 25 marzo 1941.





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