LETTERA APERTA
A QUELLI CHE DICHIARANO LA GUERRA IN NOME DI MAMMONA E LA FANNO FARE AGLI ALTRI IN NOME DI DIO
Celebrare la Pasqua in un mondo tragico?
di
Daniela Zini
A mio Padre e a tutti i Servitori dell’Italia, mai servi
“L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame.”
Sandro Pertini, 1983
Chi vince una guerra si aggiudica, di fatto, anche il diritto a non essere giudicato per come si è comportato durante il conflitto: è la “Legge del più Forte”.
A poco più di ottant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non è rimasto nessun testimone diretto che possa raccontare quei momenti, per questo motivo, è più che mai importante recuperare la Memoria, affinché non si spenga il ricordo di un’intera generazione di Giovani segnata dalla terribile esperienza nei lager degli Alleati.
“Sempre, nei fatti vicini e lontani, dobbiamo amaramente imbatterci in questa costante nazionale, la mancanza del vertice, il fallimento di colui o coloro che si sono assunti il compito di condurre: dalla Guerra Mondiale a Versaglia, da Adua all’Armistizio del ‘43, dalla condotta della nostra guerra navale alla morte di Mussolini, sempre è insufficienza di gerarchie, incapacità di capi, miopia della classe al potere…
L’aspetto più incredibile di questa terribile caratteristica nazionale è che queste colpe appartengono proprio a coloro che hanno naturalmente il massimo potere di nasconderle.” [1]
“Buoni amici in tre Paesi”: cartolina di propaganda giapponese per celebrare il Patto Tripartitico del 27 settembre 1940. In alto, Adolf Hitler, Fumimaro Konoe e Benito Mussolini sono ritratti ciascuno in un medaglione.
Il 27 settembre 1940, Germania, Italia e Giappone sottoscrivevano, a Berlino, l’aggressivo Patto Tripartitico, che consacrava l’espansione territoriale dei tre Stati secondo la concezione dei “Grandi Spazi”, fondata dal geopolitico Karl Haushofer. In Italia, era divenuto quasi un luogo comune personificare quel patto con le iniziali delle tre capitali Roma, Berlino e Tokyo, ed esclamare di fronte alle difficoltà belliche:
“Ci pensa Ro-Ber-To!”
Ma “Ro-Ber-To” uscì dalla guerra con le ossa rotte: i regimi dittatoriali italiano e tedesco scomparvero, mentre il regime militarista giapponese subì una drastica trasformazione.
Questi mutamenti istituzionali trovarono espressione nelle nuove Costituzioni con cui i tre Stati sconfitti affrontarono il Dopoguerra. Poiché la Seconda Guerra Mondiale era nata dalla politica bellicistica dei tre Stati del Patto Tripartitico, le Potenze vincitrici vollero che ciascuna delle Costituzioni dei tre Stati sconfitti contenesse un articolo che rifiutasse, esplicitamente, il ricorso alla guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali. Nella Costituzione giapponese, promulgata il 3 novembre 1946 [https://japan.kantei.go.jp/constitution_and_government_of_japan/constitution_e.html] il rifiuto della guerra è contenuto nell’articolo 9; nella Legge Fondamentale per la Germania Federale del 23 maggio 1949 [https://www.art3.it/Costituzioni/cost.%20Germania.htm], estesa nel 1990 alla Germania unificata, nell’articolo 26 e nella Costituzione italiana del 1948 nell’articolo 11:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
È bene ricordare che la scelta delle parole dell’articolo 11 della nostra Costituzione, a lungo meditata, è significativa. La versione iniziale della norma parlava di “rinuncia alla guerra”, ma, sapientemente, fu osservato che il termine “rinuncia” avrebbe lasciato sottintendere l’idea di un diritto o di una facoltà, della quale lo Stato potesse decidere di fare a meno. Più appropriato, dunque, parve il termine “ripudia”, che vale proprio ad affermare la volontà di togliere verità e valore giuridico allo strumento, rendendolo, quindi, sempre giuridicamente illecito.
Un così radicale rifiuto della guerra, imposto dagli Alleati vincitori, fu condiviso dalla popolazione, che si lasciava alle spalle il peggiore conflitto della Storia mondiale – soprattutto in Europa – e viveva nel terrore di una nuova guerra, alimentato, peraltro, dalla crescente tensione tra i due blocchi che contrapponevano gli ex-Alleati e dalla possibilità che una nuova guerra fosse una guerra atomica. Natalia Ginzburg sintetizza questo diffuso stato d’animo descrivendo la Torino del Dopoguerra e la stanchezza di vivere dello scrittore Cesare Pavese:
“Continuò ad aver paura della guerra, anche dopo che la guerra era da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre.”
In questo clima, ogni garanzia della pace era, dunque, ben accetta!
Occorre, dunque, recuperare le pagine di Memoria ignorate dalla storiografia ufficiale.
Occorre, dunque, dare voce a chi non lascia tracce nella Storia.
“La rimozione del passato è propria di una Nazione debole, che chiude gli occhi di fronte alle sue responsabilità storiche.”[2]
Un tributo alla Memoria che dovevo, da tempo, a mio Padre.
Nell’agosto del 1945, poco prima dei rimpatri di massa, i Soldati Italiani prigionieri di guerra nei campi di detenzione inglesi, americani, francesi, russi e tedeschi ammontavano a circa 1.500.000. Centinaia di campi che spaziavano dall’Inghilterra al Medio Oriente, dal Sudafrica all’India.
Sull’ultimo conflitto mondiale si è scritto molto, ma restano molti lati oscuri sulla storia di tanti giovani Soldati Italiani, prigionieri di guerra degli Alleati, condannati a espiare, inopinatamente, la sola colpa di essere Italiani.
Se, infatti, con l’Armistizio dell’8 settembre 1943 e la successiva dichiarazione di guerra alla Germania del 13 ottobre 1943, l’Italia aveva potuto modificare il proprio status da potenza nemica a cobelligerante, lo stesso non poté dirsi dello status dei Soldati Italiani detenuti, che, al di là delle definizioni, restarono prigionieri di guerra e poterono rientrare in Patria solo a distanza di molti mesi dalla fine delle ostilità. Come si evince dalla corrispondenza tra il Governo britannico e il nuovo Governo italiano guidato da Pietro Badoglio, ai Prisoners Of War [POW], in quanto “cooperanti”, non furono più applicate le limitazioni imposte dalla Convenzione di Ginevra del 1923 e, quindi, poterono essere utilizzati in servizi e lavori direttamente connessi allo sforzo bellico. Financo nel Dopoguerra il Governo italiano continuò a disinteressarsi della loro condizione e a considerarli “merce di scambio” per accreditarsi presso gli Alleati.
Il Governo britannico, inizialmente, non intendeva detenere i prigionieri di guerra sul suolo della madrepatria, quanto, piuttosto, deportarli nei Paesi del Commonwealth. I campi indiani furono istituiti, in tutta fretta, per raccogliere una buona parte del numero rilevante di Soldati catturati già durante la Campagna d’Africa [gennaio 1941- maggio 1943], alla fine della quale in India si contavano 68.320 prigionieri di guerra. La Gran Bretagna aveva dovuto allontanarli velocemente dai teatri di guerra e, mentre contrattava la loro distribuzione con Stati Uniti, Canada e Australia, trovò in India un’immediata destinazione. Considerando l’Impero britannico come unica entità territoriale, eluse la Convenzione di Ginevra all’articolo relativo alla destinazione dei prigionieri.
Non mancarono le fughe, o meglio, i tentativi di fughe con epiloghi drammatici o rocamboleschi. Alcuni Soldati Italiani prigionieri di guerra furono freddati sul filo spinato, altri ripresi e rinchiusi nelle celle di punizione per i previsti ventotto giorni o più.
E, nonostante fosse, perfettamente, a conoscenza del dramma vissuto dai POWs e del loro status, il Governo italiano non reclamò il rimpatrio dei prigionieri di guerra, stanti le condizioni in cui versava il Paese, e inviò a Londra, nel novembre del 1944, il conte Nicolò Carandini[3], per riallacciare rapporti bilaterali e mostrare agli inglesi il volto della “nuova Italia”, con l’indicazione di fare di tutto per evitare che quel mezzo milione di uomini [il totale dei prigionieri nelle mani anglo-americane] fosse restituito in blocco – e di lasciare agli Alleati l’onere del mantenimento e della gestione dei prigionieri di guerra. Il ritorno di 150.000 prigionieri di guerra dalla Gran Bretagna – ma il numero sarebbe salito a 340.000 sommando i POWs sparsi per tutto l’Impero britannico! – avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Era preferibile mantenerli lontani finché la situazione italiana non fosse migliorata:
“Questo mezzo milione di uomini [ossia il totale dei prigionieri nelle mani degli Alleati] ci venga restituito in blocco e nel momento più fragile e delicato della vita nazionale e cioè ad operazioni militari almeno in Europa ultimate, quando dappertutto le possibilità del lavoro civile saranno in crisi grave e quando pericolosi fermenti di inquietudine sociale affioreranno dappertutto. Il rimpatrio graduale e progressivo ed effettuato secondo una gerarchia di utilità da stabilirsi potrebbe invece evitarci inconvenienti e pericoli gravi, che è interesse generale vedere scongiurati.”
La parabola dei Soldati Italiani prigionieri di guerra in Gran Bretagna si concluse solo dopo molti mesi dalla fine della guerra, diversamente dai prigionieri inglesi in Italia, che, intervenuto l’Armistizio, furono, immediatamente, liberati.
Il conte Carandini non poté, mai, presentare le credenziali al re Giorgio VI: gli avevano fatto capire che rappresentava una Nazione che, per quanto “cobelligerante”, era e doveva rimanere una Potenza sconfitta. Per questo non fu, mai, considerato ambasciatore, ma mero “rappresentante italiano”. Per la Gran Bretagna, che aveva, già, deciso unilateralmente di ritardare il rimpatrio dei prigionieri per ragioni meramente economiche, i POWs erano assolutamente necessari per compensare la carenza di manodopera, soprattutto nel settore agricolo, almeno fino a quando non si fosse provveduto alla loro sostituzione con i soldati inglesi, a smobilitazione conclusa. Dietro la decisione di mantenere in prigionia contro le leggi internazionali migliaia di uomini, c’era anche la precisa volontà del Governo britannico di scaricare su quegli uomini il risentimento per una guerra vinta, ma rovinosa, che aveva creato lutti e distruzioni. La Gran Bretagna considerò, sempre, il lavoro dei POWs come un risarcimento che l’Italia doveva pagare per le sue colpe e il Governo italiano non fu in grado di opporsi.
Il 25 aprile 1945, mentre in Italia si festeggiava la Liberazione, circa 150.000 Soldati Italiani si trovavano, ancora, sparsi in più di 200 campi di prigionia disseminati sull’intero territorio britannico. Per loro il 25 aprile non significò libertà, ma l’inizio di una lunga e snervante attesa. Vennero rimpatriati solo a partire dal dicembre del 1945 e i più sfortunati dovettero attendere, perfino, gli inizi del 1947.
“Il Governo italiano ci ha dimenticati e venduti agli inglesi.”,
era la convinzione dei POWs.
L’11 maggio 1945, Carandini scrisse all’allora ministro degli affari esteri italiano, Alcide De Gasperi:
“Lo spaventoso problema dei prigionieri tedeschi potrebbe in parte risolversi
accogliendone gran numero in Inghilterra per lavori di ricostruzione a lunga scadenza. Ciò faciliterebbe il sollecito rimpatrio dei nostri prigionieri cooperatori la cui presenza risulterebbe ingombrante, come superfluo il lavoro. Ho avuto ieri un accenno in tal senso. La questione è allo studio. Io ero del parere che convenisse rallentare alquanto i rimpatri per il pericolo della disoccupazione, ma, d’altra parte, mi rendo conto che lo stato di nevrastenia collettiva in cui sono questi poveri figlioli fa considerare gli inconvenienti di un prematuro rimpatrio come il minore dei mali.”[4]
Quando il Referendum, tenutosi il 2 e il 3 giugno 1946, chiese agli Italiani di scegliere tra la Monarchia e la Repubblica, 200.000 Soldati Italiani prigionieri di guerra erano, ancora, sparsi nei cinque continenti. Le Autorità britanniche, nel nese di giugno del 1945, avevano, infatti, deciso di non prendere alcun impegno preciso riguardo alla tempistica dei rimpatri per poter completare il raccolto di quell’anno. La carenza di navi da trasporto fu la giustificazione ufficiale delle Autorità britanniche. Grazie all’utilizzo dei POWs – ritenuti buoni lavoratori e soprattutto, meno pericolosi rispetto ai tedeschi – le Autorità britanniche avevano trovato la soluzione per sopperire ai vuoti lasciati dagli inglesi partiti per il fronte e per garantirsi un ritorno economico.
La maggioranza di loro non si scrollò, mai, di dosso la percezione che l’Italia si fosse dimenticata di loro. La tensione nervosa all’interno dei campi era tale che non pochi Soldati Italiani furono colpiti da malattie mentali, mentre altri arrivarono, perfino, a suicidarsi. I POWs erano colpiti da disturbi psichiatrici sia di tipo depressivo sia psicotico, i deliri persecutori erano i più frequenti.
Scriveva il Sergente G. M., il 12 giugno 1945:
“Non ce la faccio più. Sento proprio che un giorno o l’altro impazzirò. Non ho mai temuto nessuna malattia, ma questa mi fa tremendamente paura. Le amarezze di questa prigionia han finito per togliermi quel po’ di ottimismo e la fede che mi han sempre sostenuto in ogni più dura circostanza. Oggi l’amore, la vita e l’avvenire sembra non mi interessino più. Più volte in questi ultimi mesi ho deciso di finirla col suicidarmi, ma mi ha trattenuto il rimorso dell’atroce dolore che avrei cagionato ai miei vecchi genitori e ad una ragazza che da nove anni sospirano il mio ritorno. Temo però che questo rimorso potrebbe essere distrutto col tempo. […] Solo S. E. può ancora salvarmi, altrimenti se rimarrò ancora qualche mese in Inghilterra verrò senz’altro chiuso in un manicomio e, prima di arrivare a ciò, mi toglierò la vita.”[5]
Il 27 agosto, puntuale alle ore venti e trenta, con l’accento britannico, misto a una rassicurante inflessione napoletana, che trasmetteva un senso di serenità e speranza al futuro, il colonnello Harold Stevens, voce di Radio Londra, conosciuto come il “Colonnello Buonasera”, in un Italian Comments della BBC parlò dei prigionieri italiani in Gran Bretagna in tono giocoso, quasi parodistico:
“[The prisoners] are supposed to refrain form ‘fraternizing’ with British girls; but apparently that is not easy, judging from the bloodless scuffles that take place here and there and from the cases brought before the courts. The magistrates, in the kindness of their hearts, sentence the ardent Don Juans from the Mediterra nean to just a few weeks punishment, while the accused chivalrously refrain from mentioning their essential accomplices, and the offences are often far from grave.”[6]
Nei primi giorni di settembre, tra i campi iniziò a circolare la voce di una programmata agitazione in coincidenza con l’inizio della conferenza tra i ministri degli affari esteri di Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, in agenda il 10 settembre. Il 6 settembre, Carandini si recò al Foreign Office per avvertire che sarebbe potuto accadere qualcosa di grave e, l’8 settembre, fu convocato al Foreign Office dal ministro degli affari esteri Ernest Bevin in persona. Fu una vera e propria resa dei conti, come riporta sua moglie Elena Albertini, figlia del senatore Luigi Albertini, in una pagina del suo diario:
“Il Ministro ha cominciato indignandosi della condotta dei nostri prigionieri, che minacciano disordini e scioperi pel 10, quando la conferenza comincia. Vogliono il rimpatrio. “Ma il nostro shipping non basta pei nostri boys che ancora sono in Italia…” e prosegue nella sua requisitoria. Attende una reazione da Nicolò, che invece lo fissa e tace, tace, tace, lasciandogli tirar fuori tutta la imbecc ta del F[oreign] O[ffice]. Poi è lui che parla, calmo ma fermo, ribattendo punto per punto. Lamenta le tristi condizioni morali – soddisfacenti le materiali – in cui i boys nostri continuano a trovarsi. La lunga prigionia la sentono ormai ingiustificabile. La solitudine, lo sconforto, turbano sempre più pericolosamente i loro nervi, i loro sensi. Lo dicono i numerosissimi suicidi e i casi, più o meno gravi, di alienazione. Né si possono dimenticare le condizioni del loro lavoro.
Da anni e anni, come cooperatori operai, essi rendono all’Inghilterra un servigio enorme, che può dirsi gratuito. Cosa sono infatti i cinque shillings settimanali?
L’Erario inglese trae grossi profitti dal loro lavoro che è ceduto a imprese diverse, soprattutto agricole. Pare strano che tale slave-labour venga protratto. Aggiungendo che non v’è alcun miglioramento nell’atmosfera di sospetto e di astio attorno a quei disgraziati. […] Nicolò ha concluso: “Se io non posso rassicurare i prigionieri italiani, come posso rispondere di quello che faranno? E Bevin, che aveva dichiarato di non voler fare nessuno statement, né promesse di rimpatrio, capisce che dovrà pur dire e fare qualcosa.”[7]
Dai rapporti disponibili, si può ricavare che nel mese di settembre, all’apice dello scontento per la mancanza di notizie sul rimpatrio, si verificarono 49 casi di malattie mentali, 3 tentati suicidi e 2 suicidi. Questi numeri, che sono parziali, in quanto non tutti i rapporti sono stati conservati, rendono bene l’idea della fragilità mentale dei POWs.
E in quel settembre del 1945, il guadagno per la Cancelleria dello Scacchiere fu calcolato in circa 8 milioni di sterline mensili!
L’interesse degli Alleati per i prigionieri fu, essenzialmente, dovuto al loro utilizzo di manodopera a basso costo.
La decisione finale sulla data di inizio del rimpatrio fu presa, il 26 ottobre, nella riunione del Directorate of POWs. Fu, così, deciso che il rimpatrio sarebbe partito all’inizio di dicembre, con un ritmo continuo anche se limitato nei numeri. I criteri seguiti sarebbero stati i seguenti: precedenza a coloro che avevano optato per la cooperazione prima dell’8 maggio 1945 [erano circa 100.000], in ordine di età [dalle classi più anziane a quelle più giovani]; poi a seguire i cooperatori “tardivi” e, per ultimi, i non cooperatori.
Carandini poteva dirsi soddisfatto.
Toccanti sono le sue parole nel messaggio di auguri natalizi ai POWs, pubblicato sul Corriere del Sabato del 2 dicembre 1945:
“Mando a quanti sono partiti o stanno per partire il mio affettuoso saluto. Spero conserveranno di me un buon ricordo. […] Ho sempre tratto dalla vostra vicinanza il più grande conforto. Le vostre accoglienze fraterne resteranno un ricordo incancellabile nella mia vita. Per questo vi voglio ringraziare. Quando tutti sarete partiti mi sentirò più solo che mai di fronte ai miei pesanti doveri. Verrà giorno in cui anch’io, esaurito il compito che mi è stato assegnato, vi raggiungerò in patria. Ci incontreremo e ricorderemo di avere qui insieme pazientemente atteso e tenacemente lavorato per la restituzione del nome italiano alla dignità ed al rispetto che gli è dovuto. Vi dico che a questa felice riabilitazione italiana il vostro lavoro, l’esempio di disciplina, di fermezza, di civiltà che avete dato avrà contribuito ben più che la mia modesta opera. […] Il nuovo anno vi riporterà in Patria. Il mio augurio vi segue nel compimento dei doveri che là vi attendono.”[8]
Anche i Soldati Italiani prigionieri di guerra negli Stati Uniti, molti dei quali ceduti dagli inglesi e dai francesi, in violazione della Convenzione di Ginevra, che vietava il passaggio di prigionieri da una Nazione alleata all’altra, non furono rimandati in Patria dopo l’Armistizio e continuarono a lavorare per gli americani come manodopera a basso costo.
Tra il 1945 e il 1946, l’Unione Sovietica restituì all’Italia circa 21.000 Soldati Italiani, tranne 28. Il loro calvario durò fino al 1954. Erano circa 200.000 i Soldati Italiani partiti per la Campagna Russa, di cui 11.872 morti in azioni di guerra e 70.275 dispersi. Con l’apertura degli archivi sovietici negli Anni Novanta, è stata redatta una mappa di cimiteri e fosse comuni con luoghi e cifre: Tambov [6.846 militari italiani]; Kirov [1.136]; Saratov [1.084]; Ivanovo [922]; Vladimir [928]; Gorki [520] e Odessa [429].
De Gasperi, nel suo messaggio ai Soldati Italiani prigionieri in occasione del Natale 1945, aveva usato una bella metafora per descrivere la condizione internazionale del nostro Paese:
“Nel presepio natalizio 1945 l’Italia è rappresentata ancora da una di quelle umili figure di pastore dei classici modelli napoletani le quali stanno rincantucciate in un angolo semibuio, mentre sfilano in piena luce, recando doni, i beati possidentes; ma noi sappiamo che se quel pastore si manterrà sulla via della giustizia e della fraternità umana, ricomparirà immancabilmente nel cielo delle sue speranze, la stella del suo destino. È la stella che ricondurrà voi ai vostri focolari e l’Italia nel consorzio delle libere Nazioni!”[9]
I Soldati Italiani prigionieri nei campi di detenzione degli Alleati subirono sofferenze fisiche e morali indicibili, rimosse dall’opinione pubblica, dalla storiografia italiana del Dopoguerra e, perfino, dal loro stato matricolare!
Derisi dai loro carcerieri-alleati; ignari degli accadimenti drammatici che si consumavano in Patria a migliaia di chilometri di distanza; privi di notizie delle loro famiglie, molte delle quali li consideravano morti, quegli Uomini privati della loro dignità scelsero il silenzio sulla loro penosa prigionia, lasciando cadere nell’oblio i ricordi di una guerra perduta. Un lutto mai elaborato, di cui tacquero, perfino, ai familiari, che li accomuna ai deportati nei campi di concentramento nazisti.
Troppi orrori, troppe morti!
Per dirla con le parole di Immanuel Kant “nel Regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcos’altro come equivalente. Ciò che invece non ha prezzo, e dunque non ammette alcun equivalente, ha una dignità”. Per il filosofo tedesco la dignità è il valore intrinseco che esprime l’unicità e l’insostituibilità di ogni persona. “L’uomo considerato come persona”, sostiene Kant, “è al di sopra di ogni prezzo”, ossia non può, mai, essere considerato come un “mezzo”, né per fini altrui né per fini propri.
Nessuna croce al merito di guerra, nessuna medaglia potrà mai valere la dignità di un Uomo!
“C’est à l’Eglise de montrer l’exemple de la désobéissance et de l’entrée en résistance. D’affirmer que le chemin de l’espérance passe par celui de la non-violence.”
proclamava, nel 1991, in piena Guerra del Golfo, l’Evêque del pauvres, monsignor Jacques Gaillot[10], vescovo di Evreux, nella sua Lettre Ouverte à ceux qui préchent la guerre et la font faire aux autres.
“Lei deve imparare a cantare nel coro non fuori dal coro.”,
era stato l’ammonimento di papa Giovanni Paolo II, nel 1992, che anticipava quello che sarebbe accaduto tre anni dopo, il 13 gennaio 1995, quando il vescovo Gaillot, convocato in Vaticano, veniva rimosso da Évreux e nominato vescovo titolare di una diocesi “fantasma” e senza popolo, Partenia, in Algeria, antica sede episcopale della provincia romana della Mauritania Sitifense, dove per trovare l’ultimo vescovo residente bisogna tornare al V secolo d. C.
Il cardinale Aron Jean-Marie Lustiger[11] ebbe un ruolo chiave nella deposizione del vescovo Gaillot.
Mgr Gaillot: l’histoire d’une destitution programmée, Un mois après l’annonce de la sanction frappant Mgr Gaillot, Evêque déchargé le 13 janvier de son diocèse d’Evreux et transféré au siège fictif de Parthenia [Algérie], le Conseil Permanent de l’Episcopat a fait, lundi 13 et mardi 14 février, le point du trouble créé dans l’Eglise de France et décidé d’amplifier l’effort d’explication. L’historique de cette décision permet d’éclairer le rôle personnel du Cardinal Gantin, préfet de la Congrégation Romaine des Evêques, et l’incapacité des évêques de France à régler par eux-mêmes la crise ouverte par les initiatives, jugées solitaires, de Mgr Gaillot. Au Vatican, la sanction était préparée de longue date. La Congrégation des Evêques a écrit à la hiérarchie catholique en France pour justifier une révocation, liée, selon elle, non pas à l’engagement de Mgr Gaillot auprès des exclus et dans les médias mais à la mission même de l’Evêque, tenu au devoir de solidarité avec l’Episcopat et avec le Pape. Elle ajoute que tous les efforts, Le Monde, https://www.lemonde.fr/archives/article/1995/02/16/mgr-gaillot-l-histoire-d-une-destitution-programmee_3837380_1819218.html].
Balladur[12]
et Pasqua interdisent l’ouverture de l’espace solidarité, Quelque 500 CRS ont
été mobilisés durant le week-end pour empêcher la fête prévue à Paris dans l’immeuble
de la rue Dragon, à l’occasion de la mise en place de nouvelles structures
sociales, l’Humanité, 30 janvier 1995 [https://www.humanite.fr/-/-/balladur-et-pasqua-interdisent-louverture-de-lespace-solidarite].Déclaration de M. Edouard Balladur, Premier Ministre, sur les relations de l’Union Européenne avec les Pays du Maghreb et la situation des Pays du pourtour de la Méditerranée, Paris le 18 février 1995.
International
Prononcé le 18 février 1995
Intervenant[s]:
Edouard Balladur
Circonstance: Colloque International sur le thème “Méditerranée: après la paix, quel avenir”, Paris du 18 au 20 février 1995
Texte intégral
C’est avec ]plaisir que j’ai accepté l’invitation qui m’a été adressée de prendre la parole à la séance solennelle d’ouverture du colloque sur la Méditerranée. J’en remercie très vivement les organisateurs.
L’occasion m’est ainsi donnée de m’exprimer sur l’avenir d’une région dont la stabilité et la prospérité sont indissociables de la sécurité et du bien-être de la France et de l’Union Européenne.
Que la France qui assume aujourd’hui la responsabilité de
la Présidence de l’Union Européenne parle sur ce sujet au nom de ses
partenaires n’étonnera personne. C’est l’un des privilèges qui s’attache à l’exercice
de la Présidence de l’Union. Mais soyez assurés que la France s’est saisie de
cette question avec la détermination, la conviction, j’ajouterai, la passion et
la vocation d’un Pays décidé à réussir la tâche qu’il s’est fixée: poser les
fondements d’une nouvelle alliance entre les deux rives de la Méditerranée.
La France est une puissance méditerranéenne. Elle n’est pas la seule dans l’Union
Européenne et l’heureuse succession des présidences permettra à l’Espagne et à
l’Italie de continuer le travail accompli. Je crois pourtant que la France
possède au plus haut point toutes les qualités qui lui permettent d’agir et d’entraîner
ses partenaires dans la construction d’une grande politique méditerranéenne.
Je pense à la géographie, aux liens très étroits que la France a établis au cours de l’histoire avec ses voisins du Sud. J’ajouterai que les trois grandes religions qui sont nées sur les rivages de la Méditerranée ont chacune leur place dans notre pays et qu’il est peut-être plus sensible qu’un autre à leur nécessaire coexistence. Je crois surtout que si la France a un rôle privilégié, sans doute unique à jouer, pour un rapprochement des deux rives de la Méditerranée, c’est parce que c’est sur le territoire français qu’ont pris corps les deux influences qui ont fait l’Europe, celle du Nord et celle de la Méditerranée. C’est en France que l’on rencontre pour la première fois en venant du Nord, l’olivier, le grenadier, le figuier, l’arbre de Judée. C’est en France, comme l’écrivait, il y a soixante ans, l’essayiste allemand, Ernst Curtius, que “l’homme du Nord peut satisfaire son désir nostalgique de la Méditerranée”. C’est parce que la France est le Pays où se rencontrent les deux cultures qui ont façonné l’Europe qu’elle se doit de rappeler à ses partenaires de l’Union Européenne que leur destin est intimement lié à celui du bassin méditerranéen.
Chacun sait que la Méditerranée s’identifie à la culture la plus ancienne. Toutes les grandes civilisations et les grandes religions qui nous ont fait ce que nous sommes y sont nées. Quand on contemple la Méditerranée, cette mer au milieu des terres, au carrefour de trois continents, on doit constater que l’on est bien face à l’un des centres du monde. Les cultures gréco-latine, judéo-chrétienne, arabo-musulmane, hispano-mauresque, y ont pris leur essor. Tout laisse à penser que tout est né ici.
Jérusalem
Jérusalem symbolise cela à la perfection. Ville trois fois sainte, unique et
diverse, revendiquée et convoitée, elle appartient à tous les hommes.
En faisant cette remarque, je n’ignore pas la signification particulière que revêt Jérusalem pour les Israéliens et le peuple juif.
Jérusalem, ce fut pour un peuple dispersé et persécuté,
le rappel de son unité et de sa capacité à survivre aux malheurs qui l’accablaient.
C’est aujourd’hui le témoignage de la fidélité d’Israël au passé et aux valeurs
qui font la grandeur du peuple juif.
Plus tard, les grandes découvertes, l’élargissement du monde et des horizons
connus n’ont pas apporté de véritables démentis au rôle central de la
Méditerranée. C’est vers elle que se dirigeaient les hommes du Nord, à la
recherche de leur héritage. Au siècle dernier, Delacroix en Algérie et au
Maroc, Flaubert en Tunisie et en Egypte, Chateaubriand en Terre Sainte - pour
ne citer que des artistes français - tous sont revenus vers ces lieux marqués
par le génie. Il y a encore soixante ans, le grand géographe français, Vidal de
la Blache écrivait que “si tous les éléments de la civilisation méditerranéenne
ne sont pas originaux du moins réalise-
t-elle une perfection d’équilibre avec de remarquables possibilités de progrès.
En dehors d’elle, il n’y a eu longtemps chez nous que des Barbares et nous
vivons sur cet héritage”. “Perfection d’équilibre”, “remarquables possibilités
de progrès”, ce ne sont pas des expressions que nous avons eu le bonheur d’entendre
depuis longtemps sur la Méditerranée. La violence et la guerre, l’instabilité
et l’échec économique ont été, hélas, plus couramment associés à cette région
ces dernières années.
Ce fut hier le conflit entre Israël et le monde arabe. C’est aujourd’hui la montée du fondamentalisme religieux dans le monde arabe mais également en Europe et en Afrique. La Méditerranée parait ne nous envoyer que des messages chargés d’inquiétude. Et pourtant, l’espérance est là. Malgré toutes les difficultés, la paix est devenue une réalité dans une partie du Proche-Orient. Elle doit nous inciter à considérer sous un jour nouveau l’avenir de la Méditerranée. Quatre guerres, où Israël a eu, à chaque fois, le sentiment très vif de combattre pour sa survie, ont laissé des traces profondes en Israël même mais également dans les Etats et les sociétés arabes. Que voit-on aujourd’hui ? La Jordanie, après l’Egypte, a conclu la paix et établi des relations diplomatiques avec l’Etat hébreu. Surtout, les adversaires si implacables d’hier, Israéliens et Palestiniens, ont scellé à Oslo un processus qui doit les conduire de la reconnaissance mutuelle à la coexistence pacifique.
Je n’ignore pas que les bouleversements qui ont affecté
les relations internationales depuis 5 ans expliquent en partie cette
évolution: la fin de la rivalité Est-Ouest a ôté aux pays de la région l’alibi
qui leur permettait de s’observer avec hostilité, avec le sentiment d’être à l’abri
dans l’un des deux camps qui divisaient le monde; la guerre du Golfe a
également modifié les rapports de force et la perception des dangers dans la
région.
Rien n’aurait cependant été possible sans le courage des hommes. Je voudrais
ici saluer l’action déterminante d’Itzhak Rabin, de Shimon Peres et de Yasser
Arafat. Ils ont choisi la reconnaissance mutuelle et le dialogue direct. Cela
ne fut sans doute pas un choix facile à faire. Chacun pouvait, en excipant de
ses droits intangibles, en évoquant le sang versé et les sacrifices consentis,
demeurer dans ses certitudes, refuser le moindre mouvement vers l’adversaire.
Les dirigeants israéliens et palestiniens ont compris que, comme les guerres d’attente
n’avaient jamais conduit qu’à la défaite, l’immobilité ne servirait jamais la
paix.
La paix reste incomplète et fragile. Elle ne va pas sans risque. On le voit bien aujourd’hui. La violence terroriste n’a pas disparu et elle devient encore plus insupportable aux populations qui pourraient légitimement attendre que le dialogue aille de pair avec un accroissement de la sécurité.
Dans les Territoires soumis à l’Autorité Palestinienne,
le processus de paix ne s’est pas encore traduit par une amélioration des
conditions de vie de la population.
Je demeure pourtant convaincu qu’il n’y a pas d’autre chemin que celui qu’ont
emprunté les adversaires d’hier. Sans paix entre Israël et les Palestiniens, il
ne pourra y avoir de vraie stabilité au Proche-Orient, et, au-delà, d’équilibre
et de prospérité pour toute la Méditerranée.
C’est au nom de cette conviction que la France et l’Union européenne ont apporté, dès le départ, un soutien déterminé au processus de paix et qu’elles ont joué un rôle dans toutes les enceintes où elles étaient conviées. Chacun sait que l’Europe est le premier donateur de l’aide internationale à l’autonomie palestinienne. 500 millions d’Ecus ont déjà été engagés en faveur des Territoires occupés. La France a fait des propositions plus ambitieuses, visant à accorder 500 millions d’Ecus à l’ensemble des Etats concernés par le processus de paix. Elle ne peut pas se contenter de ce rôle d’assistance économique. Je suis convaincu que tel est l’intérêt des Etats de la région. a France et l’Union Européenne entretiennent des rapports de confiance et d’amitié avec toutes les parties. Elles ont depuis deux ans donné un nouvel élan à leurs relations avec Israël. Dois-je rappeler que par la voix du général de Gaulle, la France avait défini des principes politiques. Je pense en particulier au dialogue direct entre Israël et les Palestiniens qui nous a valu tant d’incompréhension avant d’être reconnu par tous comme une évidence. Son assistance et celle de l’Union Européenne sont jugées indispensables au succès du processus de paix. Il est juste que la France fasse également entendre sa voix.
Le second sujet de préoccupation pour l’avenir de la région, c’est l’islamisme radical qui entretient la confusion entre violence meurtrière et religion. Il provoque crainte et incompréhension. Par l’hostilité fondamentale qu’il exprime vis-à-vis de la civilisation occidentale et qui se traduit tragiquement dans certains pays par l’assassinat d’étrangers, il suscite une question majeure: les deux rives de la Méditerranée sont-elles condamnées à s’éloigner inexorablement l’une de l’autre?
Le risque existe. C’est notre responsabilité de Français
et d’Européens de faire en sorte que la Méditerranée reste le carrefour des
peuples et des civilisations qu’elle n’a jamais cessé d’être. L’islamisme est l’expression
d’un désarroi de populations confrontées à de très graves difficultés. Il ne m’appartient
pas de les énumérer ici. Je suis sûr que vos travaux s’y attacheront. Ce que je
crois, c’est qu’il faut rester attentif aux aspirations que ce mouvement
traduit: une répartition plus juste de la richesse, le souhait d’être davantage
associé à la vie politique, la redécouverte d’une identité et d’une culture
traditionnelles mises à mal par la colonisation et la modernisation rapide qu’ont
connues les sociétés au Sud de la Méditerranée. Il n’y a rien là dont nous
devons avoir peur.
Il revient aux Européens et aux riverains de la Méditerranée de mieux analyser
ce phénomène et de préciser quelle peut être notre contribution à un retour à
la stabilité de ces sociétés traversées par des mouvements radicaux.
Cela peut se faire en réaffirmant notre volonté de dialogue et d’écoute avec les sociétés de religion et de tradition islamiques. Cela peut également se faire en favorisant les pays qui ont su s’engager dans la voie du progrès économique, et maintiennent et approfondissent le pluralisme et l’état de droit. Je suis convaincu de la vertu de l’exemple: les Pays qui auront réussi leur développement seront suivis par d’autres. Je souhaite que, dans les vingt prochaines années, les Pays du Sud de la Méditerranée connaissent le développement qui a marqué l’Asie du Sud-Est à partir des années 1980 et que de proche en proche, la Méditerranée redevienne un lac de prospérité. Quel plaisir il y aura à entendre parler de “l’âge de la Méditerranée”, comme certains évoquent aujourd’hui “l’âge du Pacifique”! Pour permettre à ce rêve de se réaliser, la France et l’Europe doivent offrir aux peuples et aux Etats de la Méditerranée une nouvelle alliance capable de redonner à cette région unique sa “perfection d’équilibre” et son “immense potentiel de développement”, pour reprendre les belles expressions de Vidal de la Blache.
Tout nous conduit à faire de la Méditerranée une des
priorités de la politique extérieure de l’Union Européenne. Il ne s’agit pas d’un
mouvement tactique de rééquilibrage de l’action extérieure de l’Union, engagée
légitimement dans un rapprochement avec les pays d’Europe Centrale et
Orientale. La France et l’Europe sont convaincues que leur sécurité, leur
prospérité, leur poids dans les affaires du monde dépendent du partenariat qu’elles
sauront établir autour de la Méditerranée.
Un grand objectif découle de cette conviction : mettre en place une véritable
architecture de coopération en Méditerranée.
La clé de voûte de cet édifice doit être le développement d’échanges équilibrés entre les Etats de la Méditerranée. N’oublions pas que les très grandes heures de la Méditerranée sont les moments où elle a été à la croisée des routes du commerce mondial dont beaucoup de règles ont pris naissance sur ses rives. Faisons en sorte de l’engager résolument sur le chemin des échanges qui sont le socle de sa grandeur et de sa prospérité.
Israël – Jordanie – création d’un Marché commun du Proche-Orient
Cela suppose d’abord que les pays de la rive sud s’entendent pour établir entre eux des relations politiques et économiques plus étroites. L’exemple européen peut inspirer nos voisins du sud. Le traité de paix entre Israël et la Jordanie a justement ouvert des perspectives très prometteuses de coopération entre les deux pays. Je pense en particulier à la question de l’eau qui fait l’objet d’un volet essentiel du récent traité de paix. L’histoire nous apprend que la gestion de ce bien rare et précieux est à la naissance des Etats au Proche-Orient. Puisse le développement des ressources en eau de la région constituer la pierre fondatrice d’un futur Marché commun du Proche-Orient. Je ne doute pas que la France et l’Europe apporteraient leur appui pour que ce projet voit le jour.
La France voit également avec beaucoup d’intérêt les efforts faits par les Etats du Maghreb, au sein de l’Union du Maghreb arabe, pour affermir leurs liens politiques. L’instabilité que traverse l’Algérie a nui à ce projet mais je souhaite qu’il soit préservé parce qu’il va dans le sens de l’histoire et qu’il est de l’intérêt de tous.
Sécurité en Méditerranée – contrôle des armements – non-prolifération
La stabilité suppose également que s’engage un vrai dialogue de sécurité entre tous les pays de la région. Les Etats parties au processus de paix ont commencé d’explorer cette voie avec la participation active de la France et de l’Europe. Chacun sait que la paix devra s’accompagner de véritables mesures de confiance et par conséquent de transparence sur le modèle de ce qu’a pu construire l’Europe au sein de la CSCE. La confiance devra également s’appuyer sur des objectifs communs en matière de maîtrise des armements et de non-prolifération. Je n’ignore pas la difficulté de la tâche mais elle est indispensable à l’affermissement d’une paix durable dans la région.
La consolidation de la paix au Proche-Orient, la mise en place de solidarités régionales entre Etats du Sud de la Méditerranée, voilà les éléments sur lesquels pourrait se fonder la nouvelle alliance que j’appelle de mes voeux entre les deux rives de notre “mer commune”.
Je souhaite que cette nouvelle alliance puisse se traduire, dans les quinze ans qui viennent, par un développement rapide du commerce euro-méditerranéen et d’une coopération étroite en matière politique et de sécurité.
La France, de son côté, est prête à mobiliser ses partenaires de l’Union Européenne pour y parvenir. C’est sous sa présidence que seront, je l’espère, conclus les nouveaux accords d’association avec le Maroc, la Tunisie et Israël. Les négociations préparatoires avec l’Egypte ont été lancées. Vous savez par ailleurs les efforts de la Présidence pour faire aboutir l’accord d’union douanière avec la Turquie. Enfin, la France souhaite que le Conseil européen de Cannes arrête une stratégie européenne en faveur de la Méditerranée, à l’image des orientations arrêtées à Essen en faveur des Pays de l’Europe Centrale et Orientale.
La France a soutenu dès l’origine l’idée de la conférence euro-méditerranéenne que nous préparons avec nos partenaires espagnols et qui se tiendra à Barcelone à l’automne prochain. Un volet de coopération substantiel, un dialogue politique et de sécurité, un dialogue entre les cultures en seront les composantes indispensables. Ce cadre général n’exclut pas des approches différenciées. Chacun sait les liens très particuliers qui nous attachent aux pays du Maghreb; les Pays engagés dans le processus de paix méritent également une attention particulière; la Turquie occupe une place à part étant donné ses relations très anciennes avec l’Europe.
Il y aura des difficultés sans doute mais il est clair
que la France et l’Europe, qui ont un intérêt vital à la stabilité du bassin
méditerranéen, ont la volonté de tisser des liens étroits de solidarité et de
partenariat avec l’ensemble des Pays de la région.
La Méditerranée, comme l’écrivait Fernand Braudel, est une “rencontre des
hommes et un alliage d’histoires”.
Les hommes sont nombreux, ingénieux, héritiers de traditions et de valeurs qui sont devenues universelles. Les histoires ont été quelquefois tragiques mais jamais dépourvues de grandeur et d’aspirations au progrès des peuples. Nous sommes arrivés à l’un de ces instants exceptionnels dans l’Histoire où l’on pressent que le destin d’un pays, d’une région, est en train de se jouer. La réussite du processus de paix au Proche-Orient est la clé d’une nouvelle Méditerranée réconciliée et prospère. Je sais que les pays et les hommes d’Etat de la région en ont conscience. Ils ont déjà montré qu’ils savaient faire les gestes qui changent le cours des choses. Je forme le voeu qu’ils continuent de manifester le même courage et la même volonté politique pour sortir les négociations de paix des circonstances difficiles que nous connaissons. Que ne pourrions-nous faire, ensemble, une Europe unie, un Proche-Orient en paix, un Maghreb réconcilié avec lui-même. Il est de notre responsabilité à tous de faire en sorte que la Méditerranée redevienne ce coeur de lumière qui brille au centre du monde.
[https://www.vie-publique.fr/discours/150794-declaration-de-m-edouard-balladur-premier-ministre-sur-les-relations]
Jacques Gaillot, La mia sfida alla Chiesa di Roma, l’Unità, 6 gennaio 1997. [https://archivio.unita.news/assets/derived/1997/01/06/issue_full.pdf]
Luigi Sandri, Vent’anni di un controverso e itinerante pontificato, il Manifesto, 16 ottobre 1998 [https://ilmanifesto.it/archivio/1998016505].
Nació el 11 de septiembre de 1935 en Saint-Dizier, una pequeña ciudad de Francia. A sus 20 años debió dejar el seminario para efectuar el servicio militar. Argelia, donde había una guerra de liberación contra el colonialismo francés, lo vio llegar. Cuenta que fue una suerte el no haber tenido que portar las armas, al ser destacado a trabajos sociales, a vivir con la comunidad.
- ¿Qué significó para Usted haber vivido esa guerra?
Esta experiencia empezó a cambiar mi vida. Allá me encontré con el islam, una religión muy diferente a la católica y de la que nada conocía. Supe que los musulmanes tenían fe en un Dios, que oraban y eran hospitalarios. Ellos fueron como mis hermanos. Esta inter-religiosidad influyó en mi fe. También viví la violencia de la guerra, por lo cual me fui convirtiendo en un militante de la no-violencia. Realmente, Argelia fue para mí un seminario.
- Después de 22 meses en Argelia, Usted fue enviado a Roma, y en 1961 es ordenado sacerdote. Hasta que en 1982 es nombrado obispo de la ciudad de Evreux, en Francia. Pero el 13 de enero de 1995 se le retira esa misión pastoral. ¿Qué sucedió?
Unos días antes de esa fecha fui llamado a comparecer ante las autoridades del Vaticano sin saber el por qué. Ante mi incredulidad, en unas horas fui declarado culpable, y en menos de un día se decretó mi expulsión de la diócesis. El cardenal Bernardin Gantin, prefecto de la Congregación de Obispos me propuso que firmara mi demisión y se me permitiría tener el titulo honorifico de obispo emérito de Evreux. Nada firmé. Entonces me nombraron obispo de Partenia, una diócesis que no existe desde el siglo V, situada en la actual Argelia.
Con mis pocas ropas dejé la diócesis de Evreux. Como no tenía donde alojarme, me instalé durante un año en una edificación recuperada por familias sin domicilio y extranjeros sin documentos, en Paris. Luego en la Comunidad de Misioneros Espirítanos me acogieron.
- ¿Monseñor, pero qué llevó al Vaticano a tomar tan drástica decisión? ¿Quizás sus posiciones políticas y compromisos sociales? Porque, veamos: en 1983 fue uno de los dos obispos que no votó a favor de un texto episcopal sobre la disuasión nuclear. En 1985 apoyó el levantamiento palestino en los territorios ocupados por Israel, además de encontrar a Yasser Arafat en Túnez. En 1987 prefirió viajar hasta África del Sur para visitar a un preso, militante contra la segregación racial, en vez de ir al peregrinaje por la Virgen de Lourdes. En 1988 defendió en la revista Lui la ordenación de hombres casados. El mismo año se declaró a favor de dar la bendición a homosexuales. El 2 de febrero de 1989 usted publicó en la revista Gai Pied un artículo titulado “Ser homosexual y católico”. Desde 1994, usted se implicó directamente en la fundación de asociaciones de apoyo a los marginados, hasta llegar a conocérsele como el “Obispo de los Sin”: Sin documentos, sin domicilio... ¿No cree que ya esto es bastante para conseguir enemigos entre los círculos del poder eclesiástico y civil?
Aunque hoy sigo sin pruebas concretas, fuentes fiables me han comentado que el gobierno francés, en particular el ministro del Interior de la época, Charles Pascua, tienen que ver con la decisión del Vaticano. No olvidemos que en Francia este ministerio es encargado de los Cultos. Es muy seguro que un libro mío contra la ley de inmigración fue la gota que derramó el vaso.
El Vaticano y el gobierno francés quisieron aislarme. Pero en 1996, por el primer aniversario de mi partida de Evreux, algunas amistades crearon en internet la Asociación Partenia [1], haciendo de mí un “obispo virtual”. No llegaron a imaginar que yo llegaría a animar la única diócesis en expansión, con más fieles en el mundo y en diferentes idiomas.
Pronto agradecí al Vaticano y a Pascua, porque ellos me hicieron dar más pasos hacia la otra orilla, donde yo encontré otra vida. Ahora tengo toda la libertad, vivo en la acción con los excluidos de la sociedad. Puedo vivir con las gentes, compartir sus alegrías y sus angustias. Ha sido maravilloso todo el mundo que se me presentó. Mientras que Pascua está enjuiciado por diversos delitos, y la Iglesia cada día pierde más cristianos.
- Actualmente, ¿cómo Usted considera a la Iglesia católica?
La iglesia nos ha enseñado que Dios ha querido traernos las desgracias, y así nos lleva a la resignación. Eso no es cristiano. La Iglesia hace intervenir a Dios para forzarnos a obedecer y no pensar. Muy pocos discursos sobre Dios me hablan de él, pero cuando alguien habla bien del ser humano, ese me dice mucho de Dios. La Institución sigue inamovible en su pedestal, lejos del pueblo y de Dios. Y de seguir así se convertirá en una secta, porque muchos están partiendo hacia otras religiones. La Iglesia vive una hemorragia.
La Iglesia debe cambiar, modernizarse, reconocer que las parejas tienen derecho a divorciarse y a usar el condón; que las mujeres puedan abortar; que hombres y mujeres puedan ser homosexuales y casarse; que las mujeres puedan llegar al sacerdocio y tener acceso a las esferas de decisión; se debe revisar la disciplina del celibato para que los sacerdotes puedan amar como cualquier otro ser humano, sin tener que vivir relaciones clandestinas, como delincuentes.
La situación actual es malsana y destructora para los individuos y la Iglesia.
El Vaticano es la última monarquía absoluta de Europa. La Iglesia debe aceptar la democracia a todos los niveles. Se debe cambiar de modelo porque el actual no es evangélico.
- ¿Qué piensa Usted de la Teología de la Liberación, la cual conoció un desarrollo importante en América Latina?
Yo me interesé en ella porque es una teología que habla de los pobres. No se habla de la liturgia, ni de catecismo, ni de la Iglesia: se habla del pueblo pobre. Enseña que son los mismos pobres quienes deben tomar conciencia de la necesidad de su liberación por ellos mismos.
Algunos fuimos muy sensibles a las enseñanzas de Don Elder Cámara en Brasil, un gran teólogo [2]; a Mons. Leónidas Proaño en Ecuador [3]; a Oscar Romero en El Salvador, y otros sacerdotes latinoamericanos, principalmente. Para mí fue un choque brutal cuando Mons. Romero fue asesinado celebrando la misa, el 24 de marzo de 1980. El había dejado la Iglesia de los poderosos para estar con los pobres. Esta conversión de Mons. Romero me pareció admirable.
En América Latina han existido sacerdotes y monjas que han tomado las armas [4]. Yo respeto su decisión, no los juzgo, aunque no estoy de acuerdo por ser un no-violento.
Evidentemente, la Teología de la Liberación es peligrosa para los poderosos. Cuando los pobres son sumisos aceptan su triste suerte, entonces no hay nada que temer, son pan bendito para los poderosos. Los del poder pueden dormir tranquilos. Pero si los pobres se despiertan tomando conciencia de su condición, convirtiéndose en actores del cambio, entonces esto produce temor al poder.
Parece que es terrible cuando los pobres toman la palabra y cuestionan la institución eclesial. Al instante ella dice: ‘Atención, miren a estos comunistas’. Porque se ha tenido siempre la obsesión de la infiltración comunista. Por ello, regularmente, las dictaduras, los gobiernos represivos y el Vaticano se unen en un combate común.
Desgraciadamente no existen muchos rebeldes en la Iglesia, porque la institución ha formado para obedecer, para la sumisión.
- ¿Cómo ve Usted la situación social y económica en Francia?
Yo juzgo a una sociedad en función de lo que ella hace por los más desfavorecidos. Y es claro que yo sólo puedo hacer un juicio severo, porque en Francia no se respeta a todos los seres humanos.
Para mí, el problema número uno es la injusticia que reina por todas partes. Los que están en el poder no invierten en los pobres. Tenemos un gobierno que solo favorece a los ricos, ¡por eso tenemos tres millones de pobres!
Muchos de nuestros ciudadanos creen que los trabajadores ilegales se aprovechan del sistema, sin saber que ellos reciben el formulario de impuestos en sus casas. O sea que son conocidos de la administración, pero como no están en regla no pueden beneficiarse de ninguna ayuda social. ¡Esto es una extorsión por parte del Estado!
Y ¿la Iglesia en esto? Tomemos como ejemplo lo sucedido el 23 de agosto de 1996, cuando casi mil policías especiales forzaron a punta de hacha las puertas de la Iglesia Saint-Bernard-de-la-Chapelle en Paris, sacando por la fuerza a 300 extranjeros en situación irregular. Yo estaba escandalizado y disgustado porque el propio obispo había pedido su expulsión. Y cuando uno expulsa a humanos que se protegen en una iglesia uno desacraliza esa iglesia. Y, desgraciadamente, esto continúa sucediendo.
Y ¿qué se hace con los extranjeros ilegales? Se arrojan en centros de detención, dándoles un tratamiento propio de campos de concentración. ¡Es lo que sucede hoy en Francia!
En las prisiones se produce un suicidio cada tres días. ¡Es enorme! El único horizonte que tienen los presos es el suicidio. Nunca se había visto eso. En Europa, Francia tiene el record de suicidios por ahorcamiento en la cárcel.
- El discurso sobre la crisis económica, ¿en donde lo sitúa?
En esta crisis no son los ricos quienes están en crisis: los más pobres. Estuvimos manifestando el año pasado contra las leyes que proponía el gobierno porque ellas iban a penalizar a los pobres.
Hoy, muchos franceses van donde el médico, el dentista o el oftalmólogo cuando es algo verdaderamente de urgencia. Y a veces ya es tarde. Los derechos sociales se están acabando.
Y la crisis erosiona las familias. Si alguien ha comprado una casa, luego pierde el trabajo y no encuentra otro, debe revenderla. Esto trae hasta problemas de droga y delincuencia.
La vivienda social no es una prioridad política, porque quienes están en el poder poseen buenas mansiones. Se construye poco y las personas no saben a dónde ir, quedándoles los andenes o cualquier sótano insalubre. Y eso no importa, aunque existen muchos edificios vacios en Paris.
Cuando llega el invierno, el gobierno habla de “planes”. Entonces se abren gimnasios, o cualquier sala para que lleguen ahí los miles que no tienen alojamiento. Pero estos “planes” no son solución para el frío, sino habitaciones dignas. Es una vergüenza, es inhumano, no es cristiano que se deje morir de frio a cientos de personas en los andenes de Francia.
Como dijo el escritor Víctor Hugo: “Se hace caridad cuando no hemos podido imponer la justicia”. Porque no es caridad lo que se necesita. La justicia va a las causas, la caridad a los efectos. Yo no digo que no debe ayudarse con un plato de sopa o un abrigo a quienes están en las calles. Existen urgencias. Yo lo hago, pero mi conciencia no queda tranquila, porque pienso que debemos luchar contra las causas estructurales que tienen a esas personas en la injusticia.
Lo más triste es que la gente se está acostumbrando a la injusticia. Y yo digo ¡despierten! ¡Tengan vergüenza! ¡Indignémonos contra la injusticia!
Hoy, la injusticia está presente por toda Francia. Existen oasis de riqueza, de lujo desorbitante, y extensos guetos de miseria. En Francia existe una violación flagrante a los Derechos Humanos, por eso debemos combatir para que se respeten los derechos de las personas.
- El año pasado se dieron masivas manifestaciones en protesta contra diferentes proyectos del gobierno, pero el gobierno hizo oídos sordos.
Yo creo que cuando no se respeta al pueblo que se expresa en las calles, no se tiene en cuenta el futuro. En Francia quedó un sentimiento de rabia. No se puede seguir así. No se puede seguir metiendo a la policía por todas partes para contener la inconformidad del pueblo. Esto nos ha llevado a tener un régimen policial.
La injusticia no trae paz. Todo lo contrario. Existe fuego bajo una olla que quieren tener cerrada. Y puede estallar.
- Las luchas de Mons. Gaillot por la justicia no sólo son en Francia. También en otros lares su palabra y acción se han hecho sentir. Deme unos ejemplos.
Seguimos luchando por los derechos del pueblo palestino. Israel es un Estado colonialista que roba la tierra palestina y excluye a ese pueblo por la fuerza. Hace más de 60 años que la Palestina vive bajo la ocupación israelí y la injusticia. Y la llamada “comunidad internacional” hace bien poco o nada. Por eso nos estamos movilizando por todas partes para ejercer una presión sobre el gobierno israelí. Y una de las acciones es boicotear los productos que vienen de Israel, y principalmente los que son producidos en los territorios ocupados. Porque 50 productos agrícolas se producen en Palestina para beneficio israelí. Mientras los palestinos vivan en la injusticia, allá no existirá la paz.
Cuba. Este es un país que tiene futuro. Yo pude constatar que es un pueblo digno, con coraje y solidario. En Cuba puede haber pobreza, pero no existe la miseria que se ve en cualquier otro país de América Latina, o en la misma Francia o Estados Unidos. A pesar del bloqueo que le tiene Estados Unidos, todos tienen salud y educación gratuita, y nadie duerme en las calles. ¡Es increíble!
Yo hago parte del Comité International por la Libertad de los Cinco Cubanos presos en Estados Unidos. Ellos luchaban contra las acciones terroristas que se preparaban en Miami. Estoy en ese Comité porque me di cuenta que se había cometido una injusticia contra ellos, y eso no se puede tolerar.
- ¿Qué piensa de la manera como la prensa francesa trata los procesos sociales y políticos alternativos que se desarrollan en América Latina? Y, ¿por qué esta prensa tiene la tendencia a ridiculizar a presidentes como Evo Morales o Hugo Chávez?
Este comportamiento de la prensa se debe a que, regularmente, Francia apoya a quienes no debería. Es cuestión de intereses. Estos presidentes no hacen lo que quieren los ricos, entonces Francia se pone del lado de esos ricos. Es como lo hace en África.
Ahora, la participación de las mujeres latinoamericanas en política es sensacional. Por ejemplo, una mujer a la cabeza de Brasil, ¡es extraordinario! En Francia no hemos sido capaces de tener ni una Primera Ministra: ¡somos tan machos! Ah, sí, una vez tuvimos a la señora Edith Cresson, pero no se pudo quedar por mucho tiempo debido a que la quisieron masacrar en su condición de mujer. ¡Somos machos y vulgares como no se lo pueden imaginar!
En la actualidad no es la vieja Europa que da el ejemplo, es América Latina. Debemos mirar para allá.
- Mons. Gaillot, dos últimas preguntas: ¿A usted cómo lo consideran los otros altos miembros de la Iglesia católica? Y, ¿como ciudadano y ser humano, ve una alternativa a la situación social en Francia?
- En general, mis relaciones con los otros obispos son cordiales, aunque algunos prefieren ignorarme. Eso sí, no me hacen llegar ningún documento de la Conferencia Episcopal, ni me invitan a la asamblea anual en Lourdes. Tampoco han dicho el por qué, ni yo lo he pedido, aunque otros sacerdotes sí lo han hecho sin haber recibido nunca una respuesta. A veces esto no es confortable, pero lo que me conforta es que estoy en paz con mi conciencia, por decir lo que pienso, por denunciar la injusticia.
Por la segunda pregunta. Tengo confianza, esperanza en los hombres y mujeres. Vamos a seguir avanzando. Existen movimientos ciudadanos que están creando un tejido asociativo alternativo. Veo muchos combates que nacen y se desarrollan poco a poco. ¡Es formidable! Cada uno debe encontrar el camino donde luchan otros.
La unidad: sí, esto es lo que puede ayudar a salvar la democracia y a los derechos de las personas. Yo tengo la esperanza.
Notas:
1] http://www.partenia.com/
2] Fue arzobispo de Olinda y Recife. Murió el 27 de agosto de 1999.
3] Llamado el “ Obispo de los Indios “, también el “ Obispo Rojo “. Ejercía su labor pastoral en la ciudad de Riobamba. Murió el 31 de agosto de 1988.
4] Han sido varios los sacerdotes y monjas que se han sumado a las guerrillas. El precursor fue Camilo Torres, en Colombia, quien cayó en combate el 15 febrero de 1966. En Nicaragua, durante la guerra contra la dictadura de los Somoza, muchos siguieron su ejemplo, siendo Ernesto Cardenal el más destacado.
Hernando Calvo Ospina, Entrevista al obispo francés Jacques Gaillot: “En Francia reina la injusticia”, Cuba Debate, 19 enero 2011 [http://www.cubadebate.cu/especiales/2011/01/19/entrevista-al-obispo-frances-jacques-gaillot-en-francia-reina-la-injusticia/][13].
À Noël, nos yeux cherchent la lumière du côté de l’Orient, comme jadis les Mages guidés par l’Étoile, en route vers la capitale et la bourgade, aux noms symboliques qui restent si parlant aujourd’hui : Jérusalem, vision de paix; Bethléem, maison du pain. L’Étoile de Noël évoque l’espérance partagée. Nul n’est propriétaire d’une étoile. Noël n’appartient à personne.
C’est une lumière dans la nuit qui brille pour tous. L’ange de Bethléem dit aux bergers: “Je viens vous annoncer une Bonne Nouvelle, une grande joie pour tout le peuple: aujourd’hui nous est né un Sauveur dans la ville de David” [Luc 2, 10-11]. Noël est une naissance. Jésus est né au cours d’un déplacement. Dans une bourgade où il n’y avait plus de place pour un couple de passage.
Dieu est venu habiter parmi nous. Il est entré dans notre histoire. Il partage notre condition humaine. Nous achevons un siècle qui a été sans doute le plus meurtrier de l’Histoire avec ses deux guerres mondiales, ses bombes atomiques, l’horreur de la Shoah, ses génocides, sa barbarie sous toutes ses formes.
Nous quittons ce siècle avec le bruit des armes et le drame de la Tchétchénie. Un siècle où l’homme n’a peut-être jamais été aussi méprisé, écrasé, manipulé, déstructuré. Noël est la fête de l’homme, de sa dignité. Dignité que personne ne peut lui prendre. L’homme est unique. Il transcende tous les systèmes, toutes les idéologies, toutes les statistiques. Il ne peut être soumis et réduit à l’économie. Il n’est plus possible de le détruire comme on le fait! Noël c’est Dieu parmi nous. Il nous appelle à renaître avec l’Enfant de Bethléem, à être au monde de façon nouvelle pour le transformer. “Ce que vous avez fait au plus petit d’entre les miens, c’est à moi que vous l’avez fait.” “J’étais un étranger et vous m’avez accueilli.”
La crèche de Noël
En ce temps de Noël, j’aime visiter des crèches et regarder les yeux émerveillés des enfants. Il y a place pour l’imagination et le coeur; pour l’émotion et la prière. C’est ainsi qu’à côté de Marie et de Joseph, tout près de Jésus, je tiens à placer les sans papiers, les SDF et les prisonniers. Ici ils se sentent en sécurité, personne ne viendra les arrêter. Je n’oublie pas non plus de mettre en bonne place les chômeurs, les malades, ceux qui sont seuls et qui redoutent la fête de Noël à cause de leur solitude, ceux qui sont désespérés car ils n’attendent plus rien de la vie, ni des autres ni d’eux-mêmes. Dans la crèche, il y a place pour tout le monde. Et aucun barrage n’est à franchir. Ces crèches peuplées, surpeuplées sont des crèches vivantes aux cent visages. Avons-nous repéré aujourd’hui ces crèches qui sont des lieux de naissance où chacun peut être accueilli, respecté, écouté, aimé? Des crèches qui remettent des gens debout en reconnaissant leur dignité.
Un jour de Noël, j’allais dire la messe à la prison. J’avais pris avec moi une crèche de bois toute simple qu’un missionnaire africain m’avait offert. J’installais cette crèche sur la table d’autel où je célébrais. Après la messe et la rencontre amicale autour d’un café, je voulus reprendre la crèche, mais Jésus n’était plus là. Il avait disparu! Il fallait se rendre à l’évidence: quelqu’un avait pris Jésus. Les détenus s’offusquaient de sa disparition: une crèche sans Jésus n’en est plus une. Malgré les recherches, Jésus demeura introuvable. Je dus quitter la prison sans Lui, en me faisant cette réflexion: la place de Jésus est d’être en prison et non à l’évêché. Moi je ne fais que passer à la prison, Lui y reste.
Le jubilé de l’an 2000
À l’aube de l’an 2000, la Fête de Noël prend dans l’Église catholique un relief particulier avec l’ouverture solennelle du grand Jubilé. Qu’estce à dire? L’antique tradition juive voulait que tous les 50 ans soit proclamée la remise des dettes et la libération des esclaves. Plus question d’exploiter les pauvres et de faire du tort à l’étranger: l’heure était à la justice sociale et chacun devait retrouver ses droits. La société essayait de remettre les compteurs à zéro pour un nouveau départ: une utopie dont le peuple avait besoin. L’année jubilaire annonçait une année de libération. Les laissés-pour-compte de la société en étaient les premiers bénéficiaires. Sans eux le Jubilé n’aurait pas eu de sens. Il sera une fête pour tous, s’il est d’abord une fête pour les exclus. Le jeune prophète de Nazareth reprendra à son compte en la radicalisant cette pratique du Jubilé. Il est “envoyé annoncer la Bonne Nouvelle aux pauvres, aux captifs la délivrance, aux aveugles le retour à la vue, rendre la liberté aux opprimés, et proclamer une année de grâce du Seigneur” [Luc 4, 18-19].
Jésus ne se contentera pas de discours:
il passera aux actes. Il ne lui suffira pas de rejoindre les pauvres, il le deviendra lui même en y laissant sa vie. Quelle subversion! Alors le peuple des pauvres, rendu à l’espoir, se dressera. Un nouveau monde est possible. Aujourd’hui que fait-on du Jubilé? Est-il l’occasion de poser des signes de libération et de faire des gestes de réconciliation? À qui profite-t-il? Quelle sera la contribution de l’Église [des Églises] face à la scandaleuse injustice du monde? Le Jubilé ne se réduit pas seulement à sa composante spirituelle, il doit aussi poser des actes au plan de la justice sociale.
Des festivités grandioses et forcément coûteuses, des pèlerinages en grand nombre, ne suffiront pas à faire d’un Jubilé une “Bonne Nouvelle “ pour les exclus. Si l’Église [les Églises] se préoccupe d’elle-même, soucieuse avant tout d’organiser des rassemblements exceptionnels, elle confisque le Jubilé à son profit. La parole de Jésus “qui aime sa vie la perdra” vaut aussi pour l’Église. Si le Jubilé se célèbre entre gens “bien pensants” que restera-t-il de la subversion apportée par Jésus?
Noël éclaire le Jubilé et inversement le Jubilé donne tout son sens à Noël: la fête de l’homme.
L’enfant pauvre de la crèche a lié son sort aux petits, aux étrangers, aux exclus. La lumière de Noël ne brillera dans notre nuit que si nous ouvrons nos mains et nos cours à l’amitié, au partage, à la solidarité. Pour faire naître l’humanité à plus de justice et de paix.
Joyeux Noël.
Jacques Gaillot evéque de Partenia
Le principaux protagonistes de l’Affaire Karachi, Radio France, 23 septembre 2011 [https://www.radiofrance.fr/franceinter/les-principaux-protagonistes-de-l-affaire-karachi-7647064][14].
Je suis né juif et je le resterai déclare Mgr Lustiger à l’agence télégraphique juive, Le Monde, 5 février 1981 [https://www.lemonde.fr/archives/article/1981/02/05/je-suis-ne-juif-et-je-le-resterai-declare-mgr-lustiger-a-l-agence-telegraphique-juive_2708576_1819218.html
Papa Giovanni Paolo II e il cardinale Aron Jean-Marie Lustiger.
Papa Giovanni Paolo II, il cardinale Aron Jean-Marie Lustiger e il cardinale Franjo Kuharic, in Bosnia, nel 1997.
Il cardinale Philippe Barbarin e il cardinale Aron Jean-Marie Lustiger.
I funerali del cardinale Aron Jean-Marie Lustiger, si sono svolti, il 10 agosto 2007, nella Cattedrale di Notre-Dame, a Parigi.
La cerimonia ha rispecchiato la sua identità ebraica e cristiana, con la recita del Kaddish da parte del cugino e la deposizione di terra di Israele sulla bara, simboleggiando la sua doppia appartenenza.
Jean-Marie Lustiger e il “caso serio” della Francia
Ebreo e cardinale
Jean-Marie
Lustiger dava l’impressione, non ingannevole, di abitare costantemente l’ordine
della carità. Non voglio dire che era naturalmente caritatevole, né di una
dolcezza imperturbabilmente evangelica: al contrario, le sue collere
leggendarie e i suoi giudizi a volte duri cadevano così pesantemente sui loro
destinatari solo perché cadevano dall’alto. Vedeva il mondo e le menti nella
luce della carità, come si vedono le cose la notte nella luce verde del
binocolo elettronico. All’opposto del materialismo, spiegava sempre ciò che è
inferiore attraverso ciò che è superiore. Davanti a una situazione politica, si
domandava quali forze di odio, di male, di bontà e di fedeltà a Dio erano in
campo. Durante un dibattito all’apparenza teorico, ma di fatto spesso colorato
d’ideologia, si sforzava d’identificare la situazione spirituale dei
protagonisti, di comprendere quello che ognuno amava od odiava. Poiché nella
luce del terzo ordine, la verità brilla solo se viene amata, altrimenti accusa,
quantomeno nel senso in cui la luce accusa i contorni di ciò che inonda. Veritas lucens, dunque anche e spesso
una veritas redarguens:
Jean-Marie Lustiger mi è sempre apparso come una di quelle persone, rare ma
decisive, che praticano questa dottrina di sant’Agostino sulla verità.
Da qui la sua lucidità politica, nel senso più nobile: “l’atteggiamento
più altamente rigoroso dal punto di vista morale e spirituale è l’atteggiamento
più responsabile politicamente” [Dieu
merci, le droits de l’homme, p.195]. O ancora: “Non è soltanto
immorale e anticristiano, ma anche anti-politico espellere la morale dalla
politica” [ivi, p. 214]. Ciò
gli ha permesso, fra le altre cose, di non vedere mai una rivoluzione nel 1968
[Le Choix de Dieu, p. 255], di
avere predetto nel 1987 il crollo dell’impero comunista in quanto “molto chiaro”
[Le Choix de Dieu, p. 294] di
analizzare come nessun altro, se non Karol Wojtyla e i protagonisti di
Solidarnosc, la rivoluzione in
Polonia e in Europa centrale. E di annunciare, nel 1987, anche l’elezione di
Barack Obama: “Immaginate domani un presidente degli Stati Uniti
nero: sarà possibile fra vent’anni” [Le Choix de Dieu, p. 457]. Esercitò la stessa lucidità verso il
secondo ordine: “Il reale resiste a ciò che l’uomo ha pensato essere la
razionalità. E questo reale è una realtà spirituale” [Dieu merci, les droits
de l’homme, p. 318].
È stato così spesso criticato per la sua critica dell’Illuminismo che mi sento tenuto a difenderla e spiegarla. In una parola, quello che è stato denigrato come una banale critica ai Lumi è in realtà un modo molto consapevole di affrontare quello che in questi tempi di angoscia dobbiamo chiamare nichilismo.
È in effetti nella prova universale del nichilismo che ha saputo inscrivere ciò che ha deciso di chiamare la crisi della fede, in particolare la crisi della Chiesa cattolica, prima di tutto in Francia. Jean-Marie Lustiger ha saputo esprimere meglio che in qualsiasi altro contesto il suo “paradosso diagnostico” nel dialogo affascinante che condusse nel 1989 nelle pagine di “Le Débat” con il vostro compianto fratello, François Furet [che divenne il mio amico di Chicago]: “Partirò da una constatazione: a differenza di altre nazioni europee, la Francia non ha trovato nel cattolicesimo la matrice della sua identità nazionale. In molti Paesi, la Chiesa ha preceduto lo Stato e ha dato una certa consistenza alla nazione attraverso la lingua e la cultura... In Francia, invece, l’idea di nazione non coincide con l’idea cattolica in quanto tale, né d’altronde con un dato linguistico” [Dieu merci, les droits de l’homme, Paris, 1990, pp. 118-119]. Contrariamente alla leggenda dorata della “figlia primogenita della Chiesa”, la Francia non ha mai smesso di scristianizzarsi [le guerre di religione, la Rivoluzione, la separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’esodo rurale, e così via] e dunque anche di ri-evangelizzarsi attraverso altrettanti movimenti di conversione [il XVII secolo dei mistici, le missioni del XIX secolo, l’Azione Cattolica e il rinnovamento culturale del XX secolo, e così via]. Poiché la “Francia è il solo Paese dell’Europa occidentale, o meglio dell’Europa cristiana, in cui non c’è stata identificazione completa fra il cristianesimo, la cultura e la nazione” [Osez croire, pp. 167 e 243]. Che i cattolici si ritrovino oggi in posizione minoritaria non appare come un disastro, né come una novità, poiché non hanno vocazione alla maggioranza, e ancora meno a un’egemonia politica sulla nazione, dalla parte dello Stato o contro di lui. La loro scelta battesimale li destina solo a rendere testimonianza della salvezza che Dio introduce nell’umanità attraverso la presenza di Cristo in essa. Inoltre, perché la Chiesa dovrebbe non intraprendere il cammino che Cristo stesso ha aperto, che la rivelazione di Dio implica sia il suo rifiuto sia la sua accettazione da parte degli uomini? Se il servo non è più grande del padrone, perché la comunità dei credenti dovrebbe sottrarsi alla prova dell’abbandono e della morte, se vuole accedere alla Resurrezione? Al contrario, una Chiesa che trionfa fra gli uomini non dovrebbe preoccuparsi di aver già tutto compromesso con la sua scelta di fare compromessi con il mondo?
In effetti, in questi tempi di disperazione, di nichilismo, bisogna sforzarsi di “non” ricorrere alla volere di potere, in quanto è paradossalmente la loro affermazione a svalutare i valori più alti: perché, a forza di lasciarsi valutare, i valori tradiscono la loro dipendenza da questa valutazione.
Non supereremo il nichilismo affermando ancora più fortemente nuovi valori, ma smettendo di valutare, ossia di affidarci alla salita al potere della volontà di volere. Ma come potremmo liberarci della volontà di potere? Qui si enuncia la risposta cristiana: non facendo la nostra volontà, ma la volontà di un altro, non volendo più per affermare la nostra volontà, ma per ricevere una volontà santa, e dunque, proprio per questo, radicalmente altra.
“Non
sia fatta la mia, ma la tua volontà” [Luca,
22, 42]. Nella crisi della Chiesa, Jean-Marie Lustiger vedeva il centro della
crisi universale della razionalità, una crisi talmente profonda che il
nichilismo rendeva ineluttabile. Vi rispondeva con una sola rivendicazione, per
i cristiani naturalmente, ma anche per tutti gli uomini, “il diritto di
ricercare la verità e di obbedirle” [Devenez
dignes de la condition humaine, p. 66].
Forse il suo destino fu di vivere e di morire come Péguy. Scoprendo un racconto
del maresciallo Juin, non ho potuto evitare di associarli. Nel 1953, nel suo
elogio di Jean Tharaud, l’amico e collaboratore di Péguy, ricordava la morte
del poeta cristiano e socialista, avvenuta il 5 settembre 1914 fra Peuchard e
Montyon, “a qualche passo da me”. E raccontava “il miracolo di un nemico, che
credevamo vittorioso, che si ferma nel punto preciso in cui egli [Péguy] era
caduto, per poi retrocedere nella notte”. L’avanzata tedesca si sarebbe così
letteralmente bloccata sulla morte di Péguy, persino a causa di essa. E se,
oserei dire, Jean-Marie Lustiger, morto e vivo, segnasse per noi il punto di
avanzata ultima del nichilismo, dunque il segno della sua ritirata? Cosa
suggeriva d’altro nel ripetere che “siamo all’inizio dell’era cristiana” [Dieu merci, les droits de l’homme, p.
451]? Corriamo qui nuovamente il ragionevole rischio di credergli.
Noi abbiamo seguito la storia di Jean-Marie Lustiger sulla scia della scelta,
ossia della risposta alla parola, essa stessa intesa come una chiamata. Ma, nel
suo caso più che in qualsiasi altro, questa parola diceva la parola per
eccellenza, poiché si diceva come il Verbo - e questo “Verbo era Dio”. E dunque
la scelta si deve qui intendere come la Promessa, fatta dal Dio di Abramo, di
Isacco e di Giacobbe, di scegliere un popolo e, attraverso di esso, adottare l’umanità
lasciata a se stessa e smarrita. Nessun caso quindi qui, in risposta al
colloquio intitolato Le Choix de Dieu [1987],
La Promesse designa un libro
pubblicato il più tardi possibile [nel 2002], ma divenuto inevitabile dal 1982
e l’intervista concessa al quotidiano israeliano “Yedot Haharonot”, con il
titolo di Puisque’il faut...
[ripreso in Osez croire, 1985].
Era necessario, in effetti, cardinale Lustiger! Se lei constatava che la sua “nomina
era una provocazione; che metteva il dito nella piaga; che obbligava la gente a
riflettere e a sapere la verità” [Le
Choix de Dieu, p. 401], era perché essa mostrava pubblicamente quello
che lei aveva scoperto dal 1936, quando Aron non si chiamava ancora
Jean-Marie: “Divenendo cristiano, non ho voluto smettere di essere l’ebreo
che ero allora. Non ho voluto sfuggire alla condizione di ebreo”, perché al
contrario “l’ebraismo non aveva per me allora altro contenuto di quello che ho
scoperto nel cristianesimo” [Osez
croire, pp. 56 e 60]. Una simile evidenza non solo di una continuità, ma
persino di un’identità, anche altri, come Bergson, l’hanno vista; ma essa può,
in seno a una lunga storia di conflitti fra le due religioni, sorprendere, anzi
scioccare. E, da una parte e dall’altra, non è mancato lo stupore, persino l’indignazione.
Testimoniano quanto meno la serietà di un dibattito essenziale fra i due
interlocutori, poiché di fatto questi imparano a confrontarsi, ognuno per sé e
l’uno in rapporto con l’altro, con la scelta e la promessa che li definiscono e
che essi rischiano sempre, sebbene in modi diversi, di disconoscere, e dunque
di alterare. Cerchiamo dunque di comprendere quello che Aron Jean-Marie
Lustiger voleva far intendere.
Innanzitutto
voleva dire che [cosa che non può che provocare i cristiani] per un ebreo senza
un’educazione religiosa precisa, in altre parole senza una pratica talmudica né
una cultura rabbinica, la lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento in
continuità fa apparire la Bibbia come un solo blocco. Chiunque conosce la Legge
e i profeti, la storia della scelta di Israele e le vicissitudini dell’Alleanza,
l’attesa del Messia nella figura del Servo sofferente, può ammettere che il
cristianesimo “mi era come già noto. Ero persino sorpreso dal fatto che gli
altri non comprendevano quello che io comprendevo” [Le Choix de Dieu, p. 71]. In altre parole, è più utile essere
ebreo che non ebreo per comprendere Cristo: “Quando, per la prima volta,
mi son trovato veramente dinanzi a dei cristiani, conoscevo meglio di loro
quello in cui credevano” [Osez croire,
p. 59]. Entrare nel secondo testamento non implicava alcuna rottura
con il primo né con l’identità ebraica, poiché si trattava della stessa
promessa.
“Per me, non si è mai trattato di rinnegare la mia identità ebraica. Al
contrario, percepivo Cristo Messia d’Israele e vedevo cristiani che non
nutrivano stima per l’ebraismo” [Le
Choix de Dieu, p. 51]. Questa continuità si può ammettere solo se i
cristiani rinunciano, anch’essi e per primi, alla rottura, in altre parole se
rinunciano a una perversa teologia del verus
Israël, all’eresia di Marcione, sempre viva, che mormora all’orecchio
che la Chiesa sostituisce Israele e lo annulla. No! Essa vi s’innesta come l’oleastro
s’innesta sull’olivo buono secondo un’orticultura ribaltata che l’Apostolo dice
“contronatura” [Romani, 11, 24]
intendendo per pura grazia. Un cristiano non può accedere al rango di discepolo
di Cristo, ebreo, se non con l’inquieta consapevolezza che la “Chiesa non è un
altro Israele, essa è il compimento stesso in Israele del disegno di Dio” [La Promesse, pp. 15, 99, 127]. “Nel
suo Messia, Dio ha compiuto le promesse fatte a Israele” [La Choix de Dieu, p. 76]. “Il Cristo,
che Dio ha fatto Signore di tutti e Primogenito dei morti, non si sostituisce a
Israele; ne è la suprema figura e il frutto perfetto. Non è la negazione d’Israele,
è la sua redenzione” [La Choix de Dieu,
pp. 359 e 446]. La redenzione d’Israele si è compiuta nella redenzione di tutti
gli uomini che Cristo integra in se stesso. Poiché tutti i popoli saliranno a
Gerusalemme, purché sia la Gerusalemme che discende dal cielo.
Ne consegue che la Chiesa nasce ebrea e che il primo dibattito ha luogo fra gli ebrei che riconoscevano Gesù di Nazaret come Cristo, il Messia, che ha sofferto ed è stato risuscitato da Dio, e gli ebrei che non lo riconoscevano come tale. La prima divisione, dopo la distruzione del secondo Tempio, separò quelli che riconoscevano il corpo di Cristo come l’unico sacrificio che si potesse rendere a Dio e quelli che ormai senza tempio e senza sacrificio, instauravano il culto sinagogale e la lettura talmudica. Cristo ha provocato innanzitutto l’elezione degli ebrei e la Chiesa si definisce innanzitutto fra gli ebrei, che tutti restano però legati all’unica elezione, destinati all’unica promessa.
Poiché mai un ebreo può smettere di restare tale nella sua carne, e questo è uno dei suoi privilegi rispetto al cristiano. In poche parole, come si vanta Paolo di Tarso: “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” [Romani, 11, 29]. Se condivisione ci doveva essere, non ci fu tra gli ebrei e i cristiani, ma essenzialmente e prima di tutto fra gli ebrei restati fedeli alla loro elezione e che, per questo, hanno creduto di dover rifiutare a Gesù la dignità di Cristo e gli ebrei che, per restare fedeli all’unica elezione, si sono decisi a riconoscere Gesù come il Messia.
Così si percepiscono la grandezza e la debolezza della Chiesa dei cristiani che la visione di Aron Jean-Marie Lustiger provoca qui fino in fondo. Una volta associati di diritto i pagani alla salvezza venuta attraverso gli ebrei, certamente, la “Chiesa è allo stesso tempo quella degli ebrei e quella dei pagani” [La Promesse, p. 17]. Di conseguenza, però, occorre, perché questi pagani diventino anch’essi autentici cristiani, che smettano di comportarsi come pagani e dunque accettino il loro innesto sull’olivo buono, sulla radice ebraica. Rimettere in discussione questo innesto, dunque qualsiasi forma di antisemitismo, equivale a rinnegare Cristo in loro. “Si può dire che l’atteggiamento concreto dei pagano-cristiani nei confronti del popolo d’Israele è il sintomo della loro infedeltà reale a Cristo o della loro menzogna nella loro pseudo-fedeltà a Cristo. È la confessione involontaria del loro paganesimo e del loro peccato” [La Promesse, pp. 74, 80, 162]. Oppure: “Al centro della storia, il rapporto con l’ebraismo è un test della fedeltà cristiana” [Le Choix de Dieu, p. 82]. E ancora: “Quello che le nazioni fanno degli ebrei verifica quello che esse fanno di Cristo” [ivi, p. 84].
Come non pensare qui alle riflessioni critiche di Lévinas a proposito di Montherlant, che vedeva “alleato di un cristianesimo che è soprattutto il cristianesimo dei pagani e non il cristianesimo degli ebrei” [Carnets de captivité, p. 183]? Come non pensare alle tentazioni e ai tentativi di fabbricare un cristianesimo esplicitamente degiudaizzato, un Gesù “dolce galileo”, persino provenzale o francamente ariano? Se dunque l’antisemitismo diviene “veramente il test assoluto” [ivi, p. 156] dell’apostasia cristiana, allora un cristiano antisemita semplicemente non è più cristiano: “Ai miei occhi, gli antisemiti non erano fedeli al cristianesimo” [Le Choix de Dieu, p. 51]. Non si deve dunque confondere l’antiebraismo, disputa fra eredi per sapere chi resta più fedele e merita meglio l’elezione - disputa falsata d’altronde da entrambi i lati, in quanto ogni eletto non può giudicare la propria risposta a un’elezione che gli viene da un altro - confondere, dicevamo, l’antiebraismo con l’antisemitismo, che vuole niente di meno che rifiutare categoricamente quella stessa eredità, e che per riuscire a farlo nega agli ebrei la loro elezione, al punto di annientarli perché incarnano irrimediabilmente la promessa di Dio. La Shoah non costituì solo la più grande violazione dei diritti dell’uomo, essa rappresentò anche la più grande blasfemia contro la legge di Dio, poiché si abbatté sul popolo da Lui scelto, sugli ebrei e, permettetemi di aggiungere, in definitiva anche sui cristiani, sul popolo immenso della promessa universale. L’ateismo moderno, per lo meno nelle sue figure totalitarie compiute, si è voluto non solo anticristiano, ma alla fine anche antisemita, perché “non [poteva] sopportare la presenza “particolare” dell’Assoluto nella storia” [Le Choix de Dieu, p. 84]. Non pretese solo di annullare Dio, ma anche di cancellare qualsiasi traccia dell’elezione attraverso la quale Dio si rivela nel mondo.
“Dio è morto”. Certo, ma quale Dio? Nietzsche ha constatato il primo fatto, ma poneva anche la seconda domanda. Per un ebreo “e dunque” un cristiano, la risposta viene da sé: “Il dio rifiutato non è che il dio dei pagani mascherato da Dio dei cristiani” [La Promesse, p. 101], “l’idolo dei pagano-cristiani” [ivi, p. 134], la folla degli “dei degradati, idoli degradanti” [Devenez dignes de la condition humaine, p. 23]. Così meditata da Aron Jean-Marie Lustiger, ebreo e cardinale della Chiesa cattolica, l’elezione non è più un incidente della storia, ma ne fissa il senso e ne schiude le ultime dimensioni. Certo, si può temere, come il suo predecessore su questo stesso seggio, Pierre Emmanuel, che l’elezione resti spesso incerta: “Il cielo/ È sempre così lontano dalle sue due braccia che tendono/ tutto il peso del dolore dell’uomo verso l’alto/ In una invettiva o in una invocazione, chi può dirlo?”.
Ma, nel profondo di ognuno di noi, sappiamo bene che, persino per noi nelle nostre povere blasfemie, risuona sempre una chiamata, eco persistente dell’elezione di Aron Jean-Marie Lustiger.
Mentre vorrei cercare di esprimervi, signore e signori dell’Accademia, la mia gratitudine per l’onore che mi avete fatto ricevendomi fra di voi, un timore più grande mi fa tacere: voi mi avete eletto al seggio che occupava e che occuperà sempre questa figura troppo alta. E, nella sua luce, tutto ci appare più grande e dunque più difficile. Ma anche di questa difficoltà vi sono grato. Che esista dunque, utinam.
Parte finale del discorso pronunciato, il 21 gennaio 2008, dal filosofo francese durante la cerimonia d’ingresso all’Académie Française, dedicato alla figura di chi lo aveva preceduto all’Accademia ed era stato arcivescovo di Parigi dal 1981 al 2005 [https://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2010/018q05a1.html].
Aron Jean-Marie cardinal Lustiger Apotre et Prophète [https://www.nrt.be/it/articoli/aron-jean-marie-card-lustiger-apotre-et-prophete-ep-3-5-698?srsltid=AfmBOopwA6WpRxzx7KsSErjvokZ0BUB2UDJ_hHgH8BAOxwV99UmbHvs-, https://share.google/PSEJ1CO1PyixkKcqV].
Le cardinal Lustiger, l’homme d’Église demeuré juif [https://www.rcf.fr/articles/vie-spirituelle/le-cardinal-lustiger-lhomme-deglise-demeure-juif]
Una targa commemorativa è stata apposta, nella Cathédrale Notre-Dame, su richiesta del cardinale Aron Jean-Marie Lustiger, con il seguente testo:
Je suis né juif. J’ai reçu le nom de mon grand-père paternel, Aron.
Devenu chrétien par la foi et le baptême, je suis demeuré juif comme le demeuraient les Apôtres.
J’ai pour Saints Patrons Aron le Grand Prêtre, Saint Jean l’Apôtre, Sainte Marie pleine de grâce.
Nommé 139e archevêque de Paris par Sa Sainteté le pape Jean-Paul II, j’ai été intronisé dans cette Cathédrale le 27 février 1981, puis j’y ai exercé tout mon ministère.
Passants, priez pour moi.
Aron Jean-Marie cardinal Lustiger Archevêque de Paris [https://dioceseparis.fr/les-obseques-du-cardinal-jean.html] [15]
Il giardino in memoria del cardinale Aron Jean-Marie Lustiger nell’Abazia Benedettina di Abu Gosh, situata a 12 chilometri a Ovest di Gerusalemme.
Benyamin Netanyahou honore la mémoire du cardinal Lustiger à Notre-Dame de Paris, Le premier ministre israélien a achevé lundi sa visite en France par une visite privée de la Cathédrale de Paris. L’occasion pour lui de rendre hommage à Jean-Marie Lustiger, décédé il y a presque dix ans, Aleteia, 18 juillet 2017 [https://fr.aleteia.org/2017/07/18/benyamin-netanyahou-honore-la-memoire-du-cardinal-lustiger-a-notre-dame-de-paris/].
Giovanni Paolo II e il dittatore cileno Augusto Pinochet, ritratti insieme in occasione del viaggio del Papa in Cile, nel 1987.
“Ci sono due immagini che inquadrano il pontificato di Giovanni Paolo II. La prima è la foto dove si affaccia al balcone della Moneda benedicendo Pinochet e la seconda è quella dell’incontro con Fidel Castro. Tuttavia, c’è molto più di questo.
IN MEZZO c’è una
guerra senza quartiere contro la Teologia della Liberazione. Una guerra sporca
che è arrivata fino ad oscurare la figura del martire salvadoregno Oscar Romero
e che però non ha vinto. Karol Wojtyla non ce l’ha fatta a battere la chiesa
dei poveri che è oggi il motore del cattolicesimo anche se non ha cardinali nel
concistoro. Questo è stato disegnato come tutto conservatore durante 27 anni di
wojtylismo ed ha completamente bruciato per età o isolato politicamente la
generazione del Concilio Vaticano II a cominciare da figure quali quella di
Carlo Maria Martini. La guerra impossibile da vincere contro la Teologia della
Liberazione è simbolica di un pontificato dove ci sono luci ma anche ombre, vittorie
ma non poche sconfitte.
Alcune voci critiche esaltano la centralità del conservatorismo del papa. Il
silenzio sulle dittature latinoamericane, l’aprire le porte del Vaticano a
organizzazioni sinistre come l’Opus Dei, arrivando all’insulto della santificazione
di José María Escrivá de Balaguer, complice e supporto di tutti i crimini del
franchismo, non possono non causare repulsione.
Le conseguenze nefaste di questo conservatorismo in tema di morale sessuale e per il ruolo della donna, lo fanno accusare addirittura di essere responsabile della diffusione di malattie a trasmissione sessuale come l’AIDS in Africa. Sono accuse ingiuste. Le cause della mortalità in Africa vanno cercate nella persistenza del dominio coloniale che provoca il sottosviluppo. Il cattolicesimo è parte di questo sistema di dominio ma ha compiuto passi oggettivamente importanti per essere anche parte della soluzione del problema. Non è possibile allo stesso tempo criticare una religione -che è sempre di più espressione del terzo mondo e delle sue idiosincrasie- sia per essere paternalista sia per non esserlo non cambiando i suoi dogmi “a la cárte”.
Wojtyla è stato papa e monarca e il secolarismo della società moderna non può pretendere di assolvere i nipoti per gli stessi peccati per i quali furono condannati all’inferno i nonni di questi. Un individuo, una società o uno stato laico possono e debbono regolare e difendere il divorzio o l’aborto e favorire la contraccezione. Ma non possono pretendere che un papa cattolico li approvi. Tuttavia pochi papi hanno vissuto una trasformazione così radicale come quella della società contemporanea vissuta dal papa polacco. Giovanni Paolo II arrivò al soglio di San Pietro quando appena nasceva la tv a colori e muore tra satelliti ed sms. Ha saputo cavalcare questa rivoluzione mediatica. Eppure il suo tempo resta il tempo della massima laicizzazione della società e del massimo allontanamento di questa dai precetti cattolici.
I suoi milioni di giovani -i papaboys- in massima parte reinterpretano i suoi precetti in tema di morale sessuale semplicemente non applicandoli. La chiesa si adegua e la Sacra Rota annulla tanti matrimoni quanti lo stato ne dissolve con il divorzio. L’isteria planetaria che sta caratterizzando la sua morte è parte di questo contesto. La sua morte, come il suo pontificato, si dissolvono in cento grandi eventi mediatici, nei quali tutti applaudono e tutti -a partire dai politici- si sentono autorizzati a fare come a ognuno pare. In qualche modo la chiesa cattolica, che non ha risposte forti di fronte alla modernità, utilizza l’icona del papa, la mediatizzazione dell’icona del papa, per dare una risposta, appena esteriore, alla modernità stessa. Se George W Bush, oggetto di asperrime critiche da parte di Wojtyla in questi anni, assiste tranquillamente al suo funerale, allora è lecito il dubbio che il ruolo di Giovanni Paolo II e la sua capacità comunicativa siano state appena un’innocua icona pop della nostra modernità, una maglietta del Che, una pubblicità della Coca-Cola. E la sua fede, la sua religione cattolica appare allora come una parte di una industria che si fa nuova religione, una “religione catodica”.
ECUMENISMO E GUERRE Col tempo viene alla luce che l’uomo che secondo la vulgata maggioritaria ha sconfitto il comunismo, è prima di tutto un “defensor fidei” e un nazionalista polacco, ovvero antirusso. Non è un caso che nella sua ultima monografia definisca -riaprendo il dibattito- il comunismo come “un male necessario”. E Wojtyla è stato così tanto “defensor fidei”, da essere stato attore della creazione di uno stato cattolico croato che ha aperto le porte alla macelleria balcanica. Col tempo viene alla luce che il papa ecumenico -nel senso di comunione tra cristiani- è in realtà il papa monarca che esaltando il primato di Pietro non ha voluto o non ha saputo dare significativi passi avanti verso protestanti e ortodossi per motivi sia teologici come politici.
D’altra parte, tanto i protestanti come gli ortodossi, non hanno fatto nulla per favorire avvicinamenti. Così, se è stato ecumenico Wojtyla non lo è stato verso gli altri cristiani quanto verso le altre religioni del mondo. Era meno difficile, ma più importante ed ha potuto inquadrarlo in un contesto di valori condivisi che sta tra i suoi contributi fondamentali. Invece, nella secolare diatriba tra cristiani, Wojtyla ha incarnato e indurito la primazia di Roma e la centralità del papato. L’ha incarnata in un contesto mondiale profondamente modificato di un mondo che durante il suo pontificato si fa unipolare e con il neoliberismo trionfante. L’alleato di Ronald Reagan contro il socialismo reale diviene naturalmente il nemico più autorevole di George W Bush e della sua aggressione al mondo islamico. Non è una contraddizione. È il rifiuto dell’etica calvinista dell’individuo contro il solidarismo cattolico di una chiesa cattolica che si fa Sud e per questo condivide i destini di tutti i sud del mondo. Si fa Sud perché i suoi fedeli sono sempre più “Sud” e più poveri e più sconfitti dal modello. Il conservatore Wojtyla, il fiero avversario della teologia della liberazione, l’amico dell’Opus, sa bene che il cattolicesimo del secolo XXI sarà una religione del Sud o non sarà.
Quando il pianeta intero esplode e il “cristiano rinato” George W Bush insieme all’anglicano Tony Blair pretendono imporre la superiorità dell’occidente armandosi della croce e della giustizia infinita, solo Karol Wojtyla ha la forza morale per evitare che il pianeta intero precipiti in una guerra di religione, una nuova crociata del razzismo apocalittico protestante a caccia del dominio sul pianeta. Ebbe -lui solo- l’autorevolezza per dire all’Islam e farsi ascoltare che non erano “i cristiani” quelli che muovevano guerra all’Islam. Questo è l’apporto più importante del pontificato di Giovanni Paolo II e il dialogo tra religioni si fa centrale rispetto al dialogo dentro “la” religione cristiana. È il dialogo che Wojtyla ha saputo tenere aperto con l’Islam con il rifiuto della guerra infinita mossa da George Bush, priorizzando valori solidaristici e spirituali al materialismo della modernità neoliberale che porta con sé l’etica protestante dell’individualismo. Finora è stato il fattore che ha evitato che il pianeta intero precipitasse in una guerra senza quartiere.
Gennaro Carotenuto, Chiaroscuro di un papa, 3 Aprile 2005 [https://www.gennarocarotenuto.it/154-chiaroscuro-di-un-papa/].
Monsignor Karol Wojtyla e monsignor Joaquín Alonso, nel 1971, nella Residenza Universitaria Internazionale.
El 1 de mayo, ocupando de manera para nada casual una fecha tradicional del mundo del trabajo y de la izquierda laica, Karol Wojtyla, conocido durante su papado como Juan Pablo II, será beatificado apenas seis años después de su muerte. Para la iglesia católica es un escalón necesario hacia la santidad.
Aunque dos millones de fieles estarían viajando a Roma en estas horas, la obra de Wojtyla no deja de ser polémica, ya sea por sus omisiones en las denuncias de los casos de pedofilia, por su alianza con las dictaduras latinoamericanas y con prelaturas cuestionadas como el Opus Dei y los Legionarios de Cristo, o por su guerra sin cuartel contra la modernidad, la iglesia de los pobres y el espíritu del Concilio Vaticano II.
Entren en la catedral de la ciudad de San Salvador y miren a la derecha de la nave central. Pero no se confundan. El sonriente sacerdote representado en esa gigantesca pintura no es monseñor Óscar Arnulfo Romero, el obispo asesinado en 1980 por los escuadrones de la muerte de ultraderecha. El cura cuya mirada apacible no puede evitar ningún viandante es San José María Escrivá de Balaguer, fundador del Opus Dei, la organización que agrupa selectos católicos y de la cual Karol Wojtyla fue un firme aliado político. Tanto que llegó hasta a santificar al polémico sacerdote vasco sin importarle ni el franquismo, ni el antisemitismo, ni su escandalosa compra de un título nobiliario, ni las denuncias de un proceso de santidad manipulado. Lo que importaba era ofrecer un santo para la clase dirigente católica, fieramente anticomunista, una figura que interpretara un catolicismo en el que el poder y el dinero fueran celebrados como camino, incluso como camino a la santidad.
Para encontrar signos que recuerden a monseñor Romero, el viajero que visite El Salvador –aunque su nombre sea Barack Obama, quien llegó hasta ahí el pasado marzo– debe buscar una capillita, a menudo cerrada, ubicada al exterior de una catedral rigurosamente controlada por el Opus. Aunque los fieles humildes y el pequeño mercado de camisetas y estampitas en las afueras sólo recuerden a don Óscar, la gloria de Dios está toda reservada para Escrivá, parecen decir los símbolos de la catedral. Escrivá, santo; Wojtyla, beato; y Romero… nada. Pocos meses antes de su martirio, el 7 de mayo de 1979, el obispo centroamericano había presentado al papa un dossier sobre las violaciones de derechos humanos. Había salido de la reunión “consternado” por el hielo con el cual su denuncia fue acogida por Juan Pablo ii: “llévese mejor con su gobierno”, fueron las categóricas palabras del pontífice.
Con aquellas palabras el camino hacia la santidad había dejado de ser un misterio para responder a una lógica política terrenal que en América Latina significó la alianza con varios Augusto Pinochet y con los verdugos del Plan Cóndor. Así se explica que, 31 años después, el proceso de beatificación de Romero se haya perdido en los archivos del tribunal vaticano, mientras que la causa del fundador del Opus siguió un camino acelerado. Múltiples testimonios, entre ellos el de Ernesto Cardenal, que fuera ministro de Cultura en la Nicaragua sandinista, indican que fue el mismo Wojtyla quien explicó públicamente que la beatificación de un mártir como Romero no era oportuna porque “sería instrumentalizada por la izquierda”.
El mismo camino recorrido por Escrivá había sido diseñado también para otro protegido de la iglesia anticonciliar, Marcial Maciel, fundador de los Legionarios de Cristo, una especie de Opus a la derecha del Opus y hoy muy cercanos al gobierno de Felipe Calderón en México. Aunque esté probado que desde 1976 el futuro Juan Pablo ii estuviera al tanto de severas críticas a Maciel, éste también estaba destinado a una santidad fast track, a pesar de sus dos mujeres, de sus varios hijos de quienes él mismo abusaba, y de las acusaciones de robos y otros delitos. Sólo después de la muerte de Wojtyla fue que Maciel dejó de ser un santo viviente y sólo después de su propia muerte, en 2008, la iglesia católica fue obligada a no seguir encubriendo sus culpas. Es la misma práctica del silencio absoluto del Vaticano wojtylista, comprobadamente informado y siempre activo en ocultar los crímenes de cientos de curas pedófilos, empezando por el cardenal austríaco Hans Hermann Groër y el estadounidense Bernard Law.
Así el domingo será beatificado Wojtyla, amigo de Maciel y Escrivá, enemigo de Romero e implacable cazador de brujas en la iglesia católica latinoamericana salida del Congreso Eucarístico de Medellín en 1968. Fue contra la Teología de la Liberación que cumplió su primer viaje fuera de las murallas petrinas. Fue en enero de 1979 cuando concurrió a Puebla, México, para la tercera conferencia episcopal latinoamericana, donde imprimió su viraje duramente conservador. Desde entonces cientos y cientos de religiosos progresistas fueron silenciados por Juan Pablo ii, empezando por uno de los máximos teólogos conciliares, Bernard Häring, y siguiendo por el jesuita Pedro Arrupe, pasando por el obispo de los migrantes y de las prostitutas, el francés Jacques Gaillot, a quien humilló enviándolo a la inexistente diócesis de Partenia, y por el obispo de San Cristóbal de las Casas, Samuel Ruiz, sensible al mundo indígena y zapatista.
Es así, entre grandes alabanzas e inciensos, que se llega a una beatificación postergada apenas lo mínimo indispensable para mantener la decencia del proceso. Ahora, en Roma, un merchandising más o menos kitsch sobre el “beato Wojtyla” está invadiendo la Via della Conciliazione, aquella avenida abierta en 1929 por Benito Mussolini para solemnizar con el Concordato la alianza entre Iglesia Católica y fascismo. Algo similar ocurre en las calles de Wadowice, en el sur de Polonia, donde hace 91 años nació quien se convertiría en papa. Wadowice, bendecida por la suerte de ese nacimiento lejano, es el segundo punto álgido de un evento que fue pensado a escala planetaria. Ya son más de medio millón los peregrinos que cada año ocupan sus hoteles y restaurantes, visitan sus calles e iglesias y, por supuesto, el museo dedicado a Juan Pablo ii [que el domingo inaugurará otros mil metros cuadrados de exposición]. También en este contexto la venta de la imagen de Wojtyla, con un mensaje edulcorado de amor y de paz, desenmascara la realidad de una iglesia católica polaca que sigue jugando un papel político cada día más cercano al Pis [Ley y Justicia], el partido de extrema derecha, reaccionario, racista, ultranacionalista, del difunto Lech Kaczynski y de su mellizo Jaroslaw.
Es una situación parecida a la de Italia, donde la iglesia católica nunca se distanció del gobierno de Silvio Berlusconi a pesar de sus continuos escándalos sexuales y de corrupción. El primer ministro sigue comprando el silencio de las jerarquías otorgando al Vaticano enormes ventajas económicas en términos de financiación a la escuela privada [que en Italia es casi exclusivamente católica] o de exenciones fiscales, y cerrando cualquier debate sobre temas éticos tales como la fecundación asistida, los matrimonios homosexuales o las curas paliativas. Esto último a pesar de que varios científicos, entre ellos la anestesióloga italiana Lina Pavanelli, afirman que el mismo Wojtyla se tomó la libertad de interrumpir sus tratamientos médicos, acelerando su muerte, cosa que la iglesia sigue considerando pecado mortal para los fieles de a pie. Es el Wojtyla conservador, siempre irreductiblemente contra cualquier tipo de contracepción y contra el uso del condón en la lucha contra el sida. Pero nada de esto será recordado en Roma este domingo.”
Gennaro Carotenuto, Brecha: Wojtyla, una beatificación de nuestro tiempo, 30 Aprile 2011 [https://www.gennarocarotenuto.it/15565-brecha-wojtyla-una-beatificacin-de-nuestro-tiempo/]
Uno dei testi fondanti e più illuminanti della Chiesa, quanto mai attuale nel contesto contemporaneo, è l’Enciclica Pacem in Terris, redatta a due anni dalla costruzione del Muro di Berlino e a sei mesi dall’inizio della Crisi di Cuba, con il contributo di un prete di Povegliano, Pietro Pavan[16], che aveva insegnato al Seminario di Treviso, dal 1933 al 1946, e che, all’epoca dell’enciclica, era professore all’Università Lateranense a Roma, istituto di cui sarebbe poi stato, anche, rettore:
“Ieri sera... ho poi consacrato tutto il Vespero, circa tre ore, nella lettura della enciclica di Pasqua in preparazione, fattami da mgr. Pavan: “La pace fra gli uomini nell’ordine stabilito da Dio e cioè: nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”. Manoscritto di 111 pagine dattilografate. Ho letto tutto, solo, con calma e minutissimamente e lo trovo lavoro assai bene congegnato e ben fatto. L’ultima parte poi: “Richiami Pastorali” in pienissima risonanza con il mio spirito.
Comincio a pregare per la efficacia di questo documento, che spero uscirà a Pasqua e sarà motivo di grande edificazione. Stasera benedico il Signore che mi ha dato i primi 7 giorni del nuovo anno in sanità letizia perfetta.”,
così papa Giovanni XXIII, già gravemente ammalato – gli era stato diagnosticato un cancro, nel 1962 –, annotava, il 7 gennaio 1963, nel suo diario, a proposito della prima stesura di quella che sarebbe divenuta la sua ottava e ultima enciclica, promulgata nei tempi desiderati, l’11 aprile successivo, a cinquantacinque giorni dalla sua morte, il 3 giugno, e, perfino, firmata, due giorni prima, davanti alle telecamere. Nel suo modo inconfondibile aveva espresso la sua doppia emozione per il momento che stava vivendo:
“Anzitutto per il tema stesso del documento – la pace – che risponde all’anelito primo della famiglia umana; inoltre per la data che abbiamo voluto assegnargli, cioè il Giovedì Santo, in “Coena Domini”. Oh, come tornano soavi le espressioni di Gesù ai discepoli suoi prima della sua passione e morte, “pro mundi vita”, per la redenzione e salvezza di tutti gli uomini!”
Il cargo sovietico Anesov, accompagnato da un aereo della Marina degli Stati Uniti e dal cacciatorpediniere, Uss Barry, mentre lascia Cuba.
Quel giorno di sessantatré anni fa, era Giovedì Santo, e, già, nel gennaio, il papa aveva pensato questo messaggio come il suo “Dono Pasquale”, una sorta di testamento spirituale lasciato alla Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non-credenti, ai quali, per la prima volta, in un momento in cui la comunità internazionale sembrava correre verso un conflitto mondiale, un’enciclica si rivolgeva, “perché la Chiesa deve guardare ad un mondo senza confini, tanto meno diviso da muri o confine, e non appartiene né all’Occidente né all’Oriente”.
Nell’ottobre dell’anno prima, il mondo aveva sfiorato un terzo conflitto mondiale, durante la cosiddetta Crisi di Cuba, che vedeva Unione Sovietica e Stati Uniti d’America contrapposte con la minaccia nucleare.
Il 14 ottobre 1962, l’aereo spia statunitense U-2, pilotato dal maggiore Richard S. Heyser, fotografava da una grande altezza installazioni missilistiche in costruzione sull’Isola di Cuba, a meno di 150 chilometri dalle coste della Florida. La CIA ne informò il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy. Il Pentagono premette per il bombardamento e il rovesciamento del regime castrista. Ma Kennedy optò per una misura meno drastica.
Arthur Schlesinger jr. scrive ne I mille giorni di John F. Kennedy:
“Domenica 28 ottobre alle 9 cominciò ad arrivare la risposta di Krusciov. Si impegnava a interrompere i lavori alle basi, a rispedire in Unione Sovietica le armi “da voi definite offensive” e ad avviare i negoziati all’ONU. Quanto al futuro diceva: “È nostro desiderio continuare lo scambio di vedute sulla proibizione delle armi atomiche, il disarmo e altri problemi riguardanti la distensione internazionale”. La crisi di Cuba è il punto di svolta tra “Guerra Fredda” e distensione. Dalla primavera 1963 Cremlino e Casa Bianca sono collegati dal “telefono rosso” e in 5 agosto USA, URSS e Gran Bretagna firmano a Mosca il Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nell’atmosfera, nello spazio cosmico e negli spazi subacquei.”
John Fitzgerald Kennedy, primo presidente americano nato nel XXesimo secolo, aveva mosso i suoi primi passi in politica nell’era atomica e fu portavoce dell’inquietudine della generazione di chi, come lui, aveva partecipato alla Seconda Guerra Mondiale e ne aveva conosciuto tutti i suoi orrori. Disdegnava la retorica sulla guerra e, nel corso del suo breve mandato presidenziale, si impegnò a cercare nuove prospettive di pace. Kennedy non voleva la guerra e la Crisi di Cuba aveva messo in luce tutti i pericoli legati al possesso di armi di distruzione di massa, era, quindi, quanto mai urgente adottare una strategia politica che facesse prevalere un interesse superiore rispetto a quello delle singole Nazioni. Il dialogo tra Stati Uniti e Unione Soietica era l’unica opzione possibile, dal momento che su entrambi i Paesi incombeva l’enorme responsabilità di possedere migliaia di armi atomiche in grado di distruggere città e di uccidere milioni di vite umane in pochi secondi.
All’indomani dei tragici eventi di Cuba, Kennedy riallacciò i contatti con Nikita Krusciov. A riprova della sua caparbia volontà di trovare una efficace strategia di pace, il 10 giugno 1963, nel suo discorso dal titolo A Strategy of Peace [https://www.radioradicale.it/scheda/700672/john-fkennedy-una-strategia-per-la-pace-60-anni-dopo], pronunciato nel Campus dell’American University di Washington D.C., il presidente affrontò con coraggio quello che chiamò “il più importante problema che vi sia sulla terra: la pace mondiale”. Per raggiungere un obiettivo così ambizioso era necessario “conoscere il proprio nemico”. Per questo motivo, Kennedy parlò apertamente delle sofferenze patite dal popolo russo durante la Seconda Guerra Mondiale, chiedendo a coloro che lo stavano ascoltando, di vedere l’Unione Sovietica e la Guerra Fredda con occhi nuovi e di dimenticare i passati contrasti e pregiudizi, per attenersi agli interessi comuni condivisi dalle due potenze.
Krusciov riconobbe che “si era trattato del più grande discorso tenuto da un presidente americano dai tempi di Roosevelt”.
JFK’s Peace Speech and a World BEYOND War
È un onore essere invitati a parlare dopo un grande discorso, probabilmente il più grande discorso mai pronunciato da un presidente degli Stati Uniti mentre era presidente degli Stati Uniti. Molti presidenti degli Stati Uniti, forse tutti, hanno fatto discorsi contro la guerra prima di diventare presidenti. Alcuni hanno emesso avvertimenti ipocriti inclusi in brutti discorsi nel loro ultimo giorno in carica. Alcuni hanno parlato e persino lavorato per la pace molto tempo dopo essere stati presidenti. Questo è stato un discorso di un presidente attuale di un tipo inimmaginabile oggi. La maggior parte dei presidenti dopo Kennedy avrebbe denunciato con entusiasmo gran parte di questo discorso. L’attuale presidente potrebbe dire cose inarticolate e stranamente motivate che si sovrappongono ad alcuni dei punti migliori qui, come ha fatto di recente in una videochiamata a Davos, combinate in un guazzabuglio disorientante con il discorso d’odio più offensivo e omicida di massa che si possa immaginare.
Ma è difficile sapere cosa dire dopo un grande discorso. Soprattutto perché so che alcuni di voi hanno ascoltato e letto questo discorso di Kennedy molte volte e hanno anche sentito molte altre persone cercare di seguirlo, e alcuni di voi ne hanno persino musicato parti e lo hanno cantato. Ho già scritto di questo discorso in precedenza per cercare di convincere le persone a leggerlo o ascoltarlo. Ma lo avete già fatto. Posso provare forse a dare un po’ di contesto al discorso.
Come quasi ogni cosa, la caricatura della storia come opera di pochi grandi individui non è del tutto sbagliata, ma lo è in gran parte. Kennedy e il suo scrittore di discorsi Ted Sorensen e gli altri suoi consiglieri hanno ideato un grande discorso per quello che erano e per le scelte personali che hanno fatto. Ma sono stati fortemente spinti a farlo da movimenti e culture creati dalle azioni di molti.
La cosa bella dell’attivismo non violento è che, pur non correndo alcun rischio, ha il potenziale per fare del bene in modi piccoli e grandi che si propagano in direzioni che non possiamo tracciare o misurare. Un attivista e scrittore di nome Lawrence Wittner partecipò alla sua prima manifestazione politica nel 1961, due anni prima di questo discorso. L’URSS si stava ritirando da una moratoria sui test nucleari. Una protesta alla Casa Bianca esortò il presidente Kennedy a non fare lo stesso. Wittner scrisse in seguito: “Prendendo quello che consideravo un cartello molto intelligente [‘Kennedy, non imitare i russi!’], mi unii agli altri [integrati da un secondo autobus carico di studenti di un college quacchero nel Midwest] che giravano intorno a un paio di alberi fuori dalla Casa Bianca. Mike e io, come nuove e zelanti reclute, giravamo tutto il giorno senza fare una pausa pranzo o cena. Per decenni ho ricordato questa impresa come un po’ ridicola. Dopotutto, noi e altri piccoli gruppi di manifestanti non avremmo potuto avere alcun impatto sulla politica degli Stati Uniti, vero? Poi a metà degli anni Novanta, mentre facevo ricerche alla Kennedy Library sulla storia del movimento mondiale per il disarmo nucleare, mi sono imbattuto in un’intervista di storia orale con Adrian Fisher, vicedirettore della US Arms Control and Disarmament Agency. Stava spiegando perché Kennedy aveva ritardato la ripresa dei test nucleari atmosferici fino all’aprile 1990. Kennedy voleva personalmente riprendere tali test, ha ricordato Fisher, “ma riconosceva anche che c’erano molte persone che si sarebbero sentite profondamente offese dalla ripresa dei test atmosferici da parte degli Stati Uniti. C’erano persone che picchettavano la Casa Bianca e c’era molta eccitazione al riguardo: solo perché lo fanno i russi, perché dobbiamo farlo noi?”
Kennedy ritardò un’azione orribile. Non la bloccò in modo permanente, a quel tempo. Ma se i picchetti del 1961 avessero avuto la minima idea che Kennedy fosse stato influenzato da loro, il loro numero si sarebbe moltiplicato di 10 volte, così come si sarebbe allungato di conseguenza il ritardo nei test nucleari.
Sì, il nostro governo era più reattivo all’opinione pubblica negli anni ‘1960 rispetto ad oggi, ma parte del motivo è che allora c’erano più persone attive. E un altro motivo è che ora i funzionari governativi stanno facendo un lavoro migliore nel nascondere qualsiasi reattività al sentimento pubblico, il che aiuta a convincere il pubblico che non ha alcun impatto, il che riduce ulteriormente l’attivismo. Ci concentriamo anche troppo sugli individui più difficili da smuovere, come i presidenti. Ma Kennedy è stato commosso. E quando ha proposto misure negoziate e unilaterali sui test e il disarmo in questo discorso, sapeva da anni che le persone glielo chiedevano e lo osservavano per vedere se lo avrebbe fatto.
Tra quella protesta del 1961 e questo discorso del 1963 ci fu, tra le altre cose, la crisi missilistica cubana. Quando il presidente Kennedy fece un accordo segreto con l’Unione Sovietica per rimuovere i missili da Cuba, si trattava di un accordo per rimuovere anche i missili statunitensi dalla Turchia e dall’Italia. Ma Kennedy non lo disse al pubblico statunitense. Invece affermò di essersi battuto il petto e di aver parlato duro, e che i deboli sovietici avevano fatto marcia indietro. E quindi è questo che la gente negli Stati Uniti crede sia successo. È probabilmente ciò che credono sia successo Donald Trump e Marco Rubio. L’intero incidente, e non solo la sua risoluzione romanzata, ha lasciato un segno fino a oggi sulla personificazione immaginaria del governo degli Stati Uniti, che i membri del Congresso e i presidenti sembrano trattare come una sofferenza da PTSD a causa del fatto che Cuba ha posizionato i missili di un rivale statunitense su un suolo che il governo degli Stati Uniti credeva e crede ancora essere di diritto suo. E così lo sofferente Zio Sam ripete il ciclo. Ricrea la crisi missilistica cubana al contrario nell’Europa orientale senza apparente preoccupazione al mondo. Non ha la minima idea che mettere basi missilistiche vicino alla Russia potrebbe spaventare qualcuno in Russia. È troppo impegnato ad avere ancora paura di Cuba. Alcuni politici statunitensi potrebbero rendersi conto di cosa pensano i russi delle basi vicino alla Russia, ma possono ancora immaginare che la personificazione della nazione statunitense non se ne renda conto.
Kennedy e il suo staff hanno vissuto l’orrore di aver quasi distrutto la vita sulla Terra a causa del loro stesso machismo, e sapevano cosa aveva effettivamente risolto la crisi. Kennedy ha capito che la cosa necessaria, saggia e difficile era quella di essere un pacificatore, non pavoneggiarsi come un gallo, vendere armi o promettere di ripulire etnicamente Gaza come immagina un certo buffone fascista. L’asticella è stata abbassata drasticamente nei discorsi presidenziali. A questo punto, posso ammirare il discorso di Kennedy per non aver demonizzato, incolpato o minacciato alcun gruppo. Un discorso che non viola nessuna legge è un risultato di questi tempi. Infatti, Kennedy rifiuta esplicitamente di incolpare e di essere illegale. Ma fa di meglio di questo in molti modi.
Per prima cosa, questo è un discorso che chiede un servizio pubblico, non intendendo avidità privata, e non intendendo partecipazione alla macchina della morte. Questo stesso Kennedy aveva scritto in una lettera privata prima della presidenza:
“La guerra esisterà fino a quel giorno lontano in cui l’obiettore di coscienza godrà della stessa reputazione e prestigio di cui gode oggi il guerriero.”
Lo stesso Kennedy aveva ammonito durante la sua inaugurazione:
“Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese.”
Fu un buon consiglio quando Kennedy chiese la partecipazione al Corpo di Pace e al Corpo di Servizio Nazionale, e rimane un buon consiglio anche quando ciò di cui un paese ha più bisogno è una massiccia interruzione non violenta finché non cambia radicalmente rotta.
Il presidente Kennedy parlava in un momento in cui, come adesso, la Russia e gli Stati Uniti avevano abbastanza armi nucleari pronte a spararsi l’un l’altro all’ultimo minuto per distruggere la Terra e la vita umana più volte. A quel tempo, tuttavia, nel 1963, c’erano solo tre nazioni, non le nove attuali, con armi nucleari, e molte meno di adesso con l’energia nucleare. La NATO era molto lontana dai confini della Russia. Gli Stati Uniti e la Russia non erano in guerra in Ucraina. Gli Stati Uniti non stavano organizzando esercitazioni militari e piazzando missili nelle nazioni che confinavano a ovest con la Russia. Né stavano producendo armi nucleari più piccole che descrivevano come “più utilizzabili”. Il lavoro di gestione delle armi nucleari statunitensi era allora considerato prestigioso nell’esercito statunitense, non una discarica per ubriaconi e disadattati, ma, d’altronde, questo ora sembra descrivere anche l’ufficio del cosiddetto Segretario della Difesa.
L’ostilità tra Russia e Stati Uniti era alta nel 1963, ma il pericolo nucleare era ampiamente noto negli Stati Uniti, in contrasto con la vasta ignoranza attuale [anche se la conoscenza scientifica disponibile di ciò che si sta rischiando è aumentata]. Alcune voci di buonsenso e moderazione erano ammesse nei media statunitensi e persino alla Casa Bianca a quel tempo. Kennedy stava usando l’attivista per la pace Norman Cousins come messaggero per Nikita Krusciov, che non descrisse mai, come Hillary Clinton descrisse Vladimir Putin, come “Hitler”. Persino gli eserciti statunitense e sovietico comunicavano tra loro.
Riesci a immaginare di usare un attivista per la pace, piuttosto che un miliardario, per qualsiasi cosa? Norman Cousins era anche responsabile per parte di questo discorso. Cousins si era recato due volte a Mosca per Kennedy prima di questo discorso per incontrare Krusciov, che aveva già proposto a Kennedy praticamente tutto ciò che Kennedy aveva proposto in questo discorso e altro ancora, tra cui l’eliminazione del Patto di Varsavia e della NATO e il divieto di tutti i test nucleari come passo verso il disarmo completo. Krusciov aveva anche proposto pubblicamente il disarmo completo alle Nazioni Unite prima della presidenza di Kennedy. Krusciov era frustrato dalla mancanza di azione di Kennedy per la pace e Cousins propose a Kennedy di fare un discorso e ne scrisse la prima bozza per lui. Lo scrittore del discorso di Kennedy Ted Sorensen e Kennedy e altri presero le mosse da lì, senza chiedere aiuto alla CIA o al Dipartimento di Stato o ai Capi di Stato Maggiore congiunti.
Kennedy ha inquadrato il suo discorso come un rimedio all’ignoranza, in particolare all’ignorante visione che la guerra sia inevitabile. Questo è l’opposto di ciò che il presidente Barack Obama ha detto a Praga, Oslo e Hiroshima. Kennedy ha rinunciato all’idea di una “Pax Americana imposta al mondo dalle armi da guerra americane”, un’affermazione che oggi gli farebbe guadagnare accuse di lavorare per un governo straniero. Kennedy è arrivato al punto di professare di preoccuparsi del 100% anziché del 4% dell’umanità, un’idea che oggi potrebbe portare a mettere in dubbio la sua sanità mentale. Kennedy ha respinto la deterrenza militare come assurda, un’affermazione che oggi potrebbe portare all’impeachment e che ovviamente è stata respinta in alcuni ambienti all’epoca.
Kennedy si è lanciato nel denaro, e non nel suo ultimo giorno in carica, come Eisenhower prima di lui. E ha persino parlato di spendere soldi per trasformare l’ONU in un “vero e proprio sistema di sicurezza”. Kennedy si è lanciato nel fascino e nell’eccitazione della guerra. Posso immaginare un certo numero di senatori americani oggi svenire alle parole di Kennedy.
Kennedy disse che i leader sovietici avevano bisogno di un atteggiamento più illuminato, ma non senza dire contemporaneamente che lo stesso valeva per le persone negli Stati Uniti. Ciò era radicalmente diverso dall’accusa rivolta ai sovietici che si può trovare nel discorso di Eisenhower sul complesso militare-industriale. Kennedy affermò che la propaganda sovietica sull’imperialismo statunitense era falsa, ma solo per mettere in guardia contemporaneamente dal credere alla propaganda statunitense sui sovietici. Kennedy elogiò il popolo dell’Unione Sovietica, fece paragoni tra loro e il popolo degli Stati Uniti e incluse come terreno comune il desiderio di pace. Indicò persino da dove potevano avere origine i timori russi e citò la sofferenza implicata nella vittoria della seconda guerra mondiale, cosa fatta principalmente dai sovietici, sebbene i film statunitensi all’epoca rivendicassero il merito per gli Stati Uniti. [Un film sul D-Day intitolato Il giorno più lungo uscito nel 1962.]
Kennedy esortò, scandalosamente per gli standard di alcuni, che gli Stati Uniti tollerassero che altre nazioni perseguissero le proprie visioni, libere di farlo in modo indipendente. E lanciò un famoso avvertimento che suona allo stesso tempo come il più ovvio buon senso e come l’eresia più stravagante nei corridoi del potere statunitense. Disse che le potenze nucleari “devono evitare quegli scontri che portano un avversario a una scelta tra una ritirata umiliante o una guerra nucleare. Adottare quel tipo di corso nell’era nucleare sarebbe solo la prova del fallimento della nostra politica, o di un desiderio di morte collettivo per il mondo”.
Kennedy propose anche alcuni passi specifici. Propose una hotline tra Washington e Mosca. Fu creata. Propose un trattato che vietasse i test nucleari. E annunciò un’interruzione unilaterale dei test atmosferici, e fu applaudito per questo. Seguì presto un trattato che vietava i test, tranne quelli sotterranei. In seguito, il presidente George H. W. Bush nel 1991 avrebbe rimosso unilateralmente alcuni tipi di armi nucleari dall’impiego all’estero, e l’Unione Sovietica avrebbe rapidamente seguito l’esempio. Quando si ha a che fare con armi che non possono mai essere utilizzate e l’intero argomento per cui è possederle e minacciare di usarle proprio per non usarle mai, non c’è nulla di rischioso nel rimuoverle. Infatti, il disarmo unilaterale è una forma di negoziazione molto credibile in un’epoca di sfiducia.
Ma Kennedy è andato oltre in questo discorso. Ha proposto qualcosa di così sorprendente che la maggior parte dei lettori e degli ascoltatori del suo discorso non riesce a credere che ci sia e quindi non ci crede. E tuttavia, c’è in parole povere. Ha proposto “l’eliminazione della guerra e delle armi” e “il disarmo generale e completo”. Nel giro di cinque anni, gli Stati Uniti e la Federazione Russa avevano aderito al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari che usa la stessa frase di Kennedy [“disarmo generale e completo”] nella seguente riga:
“Ciascuna delle parti del trattato si impegna a proseguire i negoziati in buona fede su misure efficaci relative alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari in una data anticipata e al disarmo nucleare e su un trattato sul disarmo generale e completo sotto un controllo internazionale rigoroso ed efficace “.
Si noti che il disarmo generale e completo si aggiunge al disarmo nucleare. L’ufficio delle Nazioni Unite attualmente noto come United Nations Office for Disarmament Affairs è esplicitamente dedicato allo stesso obiettivo di “disarmo generale e completo” che definisce includendo sia le armi nucleari che quelle cosiddette convenzionali.
Notate che subito dopo aver detto di volere un disarmo generale e completo, Kennedy affermò che il governo degli Stati Uniti stava lavorando per raggiungere quell’obiettivo fin dagli anni ‘1920. L’avete sentito dire? Potreste sostenere con forza che è ridicolmente falso, e che le udienze del Congresso degli anni ‘1930 sui mercanti di morte da parte del Comitato Nye hanno dimostrato questo. Ma ecco il mio punto chiave: non c’erano armi nucleari negli anni ‘1920.
Eppure i commentatori sembrano evitare questa parte del discorso di Kennedy o affermare che intendesse solo il disarmo nucleare. Ora, non pretendo di sapere cosa intendesse John F. Kennedy nel profondo del suo cuore, cosa fosse sincero, cosa fosse per spettacolo, cosa fosse un compromesso con le parti interessate, cosa fosse pura ipocrisia. Ma il discorso chiede abbastanza chiaramente il disarmo di tutti gli armamenti. Dopotutto, non si può porre fine alla guerra senza questo. E non si possono nemmeno abolire le armi nucleari mentre si minacciano e si scatenano guerre devastanti con armi non nucleari contro nazioni che immaginano che le armi nucleari possano proteggerle.
I primi successi di questo discorso, il miglioramento delle relazioni con il governo russo e con i russi in generale [Krusciov fece tradurre e pubblicare il discorso], la hotline, il divieto di test, ecc., sono stati seguiti per decenni da persone come noi che hanno tratto ispirazione da questo stesso discorso.
Ho sentito molti discorsi migliori da parte di attivisti per la pace. Il che non significa che questo discorso non sia stato brillantemente elaborato. Ma ciò che celebro è che a pronunciarlo sia stato un presidente degli Stati Uniti.
Kennedy progettò altro. Continuò a fare e dire cose bellicose, ma progettò anche negoziati per il disarmo e una visita in Russia. Quelle cose non accaddero mai. C’è una nube che incombe su qualsiasi affermazione che un presidente degli Stati Uniti possa fare un discorso del genere e vivere per raccontarlo. Meno di sei mesi dopo, Kennedy fu ucciso. Che si pensi o meno che i passi di Kennedy verso la pace, in particolare questo discorso, abbiano contribuito al suo assassinio, il danno principale sta nel fatto che molti a Washington hanno sospettato che lo abbiano fatto. Kennedy naturalmente fece passi verso la guerra così come passi verso la pace. Ma la preoccupazione che i guerrafondai possano averlo ucciso non si basa sulla proposizione che fosse idealmente pacifico, solo che era troppo pacifico per loro.
Molti hanno creduto per la maggior parte di un secolo che troppa opposizione al complesso segreto-agenzia-irresponsabile-militare-industriale ti avrebbe fatto uccidere o almeno farti non eleggere attraverso sporchi trucchi. Si sono accumulate altre prove. Nixon ha impedito a Johnson di porre fine alla guerra in Vietnam. Carter ha seguito Kennedy con i licenziamenti della CIA e si è procurato una sorpresa di ottobre. Persino il Generalissimo Trump si è fatto Russiagare. Si dice che i presidenti abbiano commentato, così come i membri del Congresso, che non vogliono essere “il prossimo Kennedy”.
Mentre molte delle grandi imprese criminali governative sono praticamente sconosciute al pubblico statunitense, la maggior parte del pubblico statunitense apparentemente crede che Kennedy sia stato ucciso da una combinazione di CIA, mafia, cubani, israeliani e/o trafficanti di armi. L’illegale e continuo occultamento di documenti sull’assassinio di Kennedy da parte del governo statunitense sembra a molti sospetto. Il 23 gennaio, Trump ha ordinato la creazione entro venerdì scorso di un “piano” per pubblicare un giorno i documenti, possibilmente con molte revisioni. Se ciò accadrà è un’incognita. Trump ha fatto promesse e gesti simili la prima volta che è stato presidente. Se i documenti riveleranno mai qualcosa di interessante è un’incognita. La mia ipotesi è che Trump desideri essere visto come un outsider e creda che qualsiasi rivelazione di malvagità senza legge da parte del governo statunitense nei decenni passati servirebbe solo a normalizzare la stessa cosa ora, piuttosto che generare indignazione e ribellione pubblica. Che si sbagli!
Oppure forse tenere segreti i documenti sull’assassinio di Kennedy aveva lo scopo di incutere timore nei militari e nella CIA, mentre i documenti in sé non contengono nulla di incriminante.
Non sarei affatto sorpreso se membri del governo degli Stati Uniti fossero coinvolti nell’omicidio di Kennedy. Stiamo parlando di persone, a partire da Allen Dulles, addestrate, impiegate e lodate dal governo degli Stati Uniti per aver assassinato, torturato, imprigionato, rovesciato, scatenato guerre e massacrato persone in tutto il mondo. Uccidere il tipo sbagliato di persona può sembrare un grande balzo in avanti nella depravazione morale, ma in pratica è un passo piuttosto breve dall’assassinio di un tipo di persone all’assassinio di un altro tipo di persone.
Cosa possiamo fare ora, guardando indietro dall’aldilà oltre la morte spirituale contro cui il dottor King ci ha messo in guardia, e lottando per guardare avanti a un mondo diverso? Come possiamo promuovere il disarmo generale e completo in un momento in cui il fatto che gli Stati Uniti siano parte di un trattato che lo richiede è letteralmente incredibile e non creduto?
Mentre tutti proviamo gratitudine e ammirazione, se non soggezione, per John F. Kennedy, la mia prima raccomandazione potrebbe sembrare strana. È quella di spogliare la presidenza degli Stati Uniti dei poteri reali. È quella di eliminare i soldi dal Congresso e i poteri dall’esecutivo del Congresso. È quella di trasferire i poteri al popolo, di promuovere non solo la rappresentanza ma anche la democrazia effettiva. È quella di trasferire il potere a regioni, stati e località e a istituzioni internazionali universali. Non abbiamo bisogno del giusto tipo di nazioni quasi quanto abbiamo bisogno di meno nazionalismo.
Ora è il momento negli Stati Uniti per le azioni statali e locali. La legislatura statale qui in Virginia sta promuovendo una legislazione per impedire che la cosiddetta Guardia Nazionale venga inviata da qui a guerre illegali e non dichiarate. Gli stati e le località, in particolare quelli con molti democratici eletti, faranno cose utili ogni volta che un repubblicano sarà sul trono a Washington. Vieteranno la polizia militarizzata. Si disinvestiranno dai trafficanti di armi. Impediranno che la Guardia venga utilizzata in guerre/genocidi lontani. Pubblicheranno risoluzioni che fanno richieste appropriate al governo degli Stati Uniti. Ma dovete farglielo fare! Cogliete questa opportunità!
At World BEYOND War e a RootsAction, i posti in cui lavoro, promuoviamo iniziative educative e di attivismo. Ora è un momento di apertura all’istruzione su questioni di guerra e militarismo, perché l’Alpha Ape al comando è straordinariamente aperto riguardo alle sue cattive intenzioni. Annuncia pulizie etniche; non le fa solo sotto la copertura di pretesti umanitari. Naturalmente spaventa anche le persone, il che rende più importante che mai che non solo ispiriamo coraggio attraverso eventi educativi, ma che ci uniamo per proteggere coloro che sono maggiormente minacciati a livello nazionale e all’estero.
Dobbiamo promuovere la visione dell’abolizione della guerra che si può trovare nel discorso di Kennedy e svolgere il lavoro di attivismo che ci spinge in quella direzione, anche attraverso proteste non violente, blocchi, interruzioni e impedimenti al normale svolgimento delle attività.
Un aspetto su cui molti di noi stanno lavorando al momento è quello della chiusura delle basi militari. Una coalizione di gruppi per la pace sta pianificando qualcosa per il 23 febbraio, ispirata ai movimenti di resistenza in America Latina ma organizzata in ogni continente della Terra. La chiamiamo Giornata mondiale di azione per la chiusura delle basi, una giornata di opposizione a tutte le basi militari ovunque, straniere e nazionali. Sul sito web DayToCloseBases.org puoi vedere tutte le azioni pianificate e quanto è facile pianificarne una e aggiungerla alla mappa.
La Terra è sempre più ricoperta di basi militari, che si diffondono come una pandemia: parte di un crescente e disastroso aumento globale della spesa per guerre e preparativi per le guerre che rende le guerre più, non meno, probabili. E gli obiettivi principali nelle guerre sono le basi e tutto ciò che si trova nelle loro vicinanze.
Le basi sono tra i peggiori siti di disastri ambientali, inquinano aria, suolo e acqua e generano un inquinamento acustico orribile. Ciò vale sia per le basi nazionali che per quelle straniere, comprese le basi statunitensi all’interno degli Stati Uniti.
Le basi straniere sono spesso dei mini-stati di apartheid, con uno status di seconda classe per la popolazione locale e immunità penale per i militari, una situazione che spesso può essere ricondotta al furto di terreni e ad altre ingiustizie.
Non ci basta protestare contro ogni nuova guerra una volta che è in corso. Dobbiamo porre fine ai preparativi per le guerre, all’imposizione di eserciti che militarizzano la polizia e sostengono governi impopolari, che creano prigioni senza legge che erodono lo stato di diritto, che avvelenano l’aria, il suolo e l’acqua in segreto, senza rendere conto a coloro la cui terra è stata rubata molto tempo fa, e che introducono armi e addestramento al terrore e alla tortura, e che creano condizioni dalle quali le persone cercano di fuggire nel cuore dell’impero che incolpa le vittime ed elegge leader che le demonizzano.
Il 23 febbraio, in tutto il mondo, si potrà fare riferimento al lungo catalogo di azioni anti-base messe in atto nel corso degli anni.
Queste azioni si sovrappongono a un altro obiettivo necessario del movimento per la pace, che è quello di costruire una cultura di pace. Parte di ciò è ricordare e commemorare e mettere in musica e celebrare grandi discorsi del passato. Quindi, vi ringrazio per aver reso possibile tutto questo.”
[https://worldbeyondwar.org/it/jfks-peace-speech-and-a-world-beyond-war/].
L’esperienza di Cuba ci dovrebbe insegnare che, di fronte alla possibilità dell’uso di una bomba nucleare, gli interessi nazionalistici dovrebbero necessariamente essere messi da parte e che il dialogo è l’unica strada percorribile per la pace. Come ci ricorda Jeffrey D. Sachs:
“Il nostro è un momento molto pericoloso. Non siamo in un buon posto nel mondo in questo momento, ma non dobbiamo dimenticare che, nonostante tutte le difficoltà e i pericolo incombenti, la pace attraverso la negoziazione non è impossibile. Non è neppure inverosimile.”
Se durante la Prima Guerra Mondiale papa Roncalli aveva acconsentito all’amore patrio, riconoscendo all’intervento italiano ragioni giustificative:
“Il sentimento dell’amor patrio … è legittimo e può essere santo: ma può degenerare in un nazionalismo, quanto mai pregiudichevole alla dignità del mio ministero episcopale. Questo deve ritenersi al di sopra delle contestazioni nazionalistiche. Il mondo è intossicato di nazionalismo malsano sulla base di razza e sangue, in contraddizione al Vangelo. Soprattutto su questo punto che è di bruciante attualità, libera me de sanguini bus Deus.”,
non fece sconti nella definizione della Seconda Guerra Mondiale, considerata decisamente come un male:
“La guerra è un pericolo enorme. Per un cristiano che crede in Gesù e nel suo Vangelo una iniquità e una contraddizione.”[17]
All’indomani della caduta di Benito Mussolini, già dai primi giorni dell’agosto del 1943, avevano avuto inizio i contatti tra il Governo italiano e gli Alleati per una cessazione delle ostilità. Le trattative erano divenute febbrili negli ultimi giorni di agosto, per giungere, infine, all’accordo di firmare una resa in Sicilia, territorio già occupato dalle Forze Alleate anglo-americane. La resa venne firmata, il 3 settembre 1943, a Cassibile, località nei pressi di Siracusa, dal generale Giuseppe Castellano, per l’Italia, e, per gli Alleati, dal generale statunitense Walter Bedell Smith, il principale collaboratore del generale Dwight Eisenhower. Con questo atto, che sarebbe stato reso noto solo l’8 settembre, gli Alleati imponevano all’Italia una resa incondizionata: il Regno d’Italia doveva cessare da quel momento le ostilità nei confronti delle Forze Alleate. L’accordo prevedeva, altresì, che l’Italia liberasse tutti i prigionieri di guerra e desse la disponibilità agli Alleati di utilizzare il suo territorio per la prosecuzione delle operazioni belliche contro la Germania.
Le richieste italiane, volte a poter, in qualche modo, negoziare il trattato, si dovettero confrontare con la risolutezza degli Alleati a non concedere nulla. I 12 articoli dell’Armistizio lasciavano, infatti, assai poco margine di autonomia al Governo italiano. L’Esercito non venne, in alcun modo informato, delle trattative e, proprio per questa ragione, l’8 settembre, quando la notizia dell’Armistizio venne divulgata – dapprima, da Eisenhower sulle frequenze di Radio Algeri e, successivamente, da un comunicato del generale Pietro Badoglio, trasmesso dall’EIAR – le truppe italiane erano del tutto prive di direttive e andarono incontro allo sbandamento che ne avrebbe caratterizzato il successivo destino. Alcuni Soldati Italiani decisero di unirsi alle formazioni partigiane; altri si arresero ai tedeschi e altri ancora si rifiutarono di cedere le armi e preferirono combattere. In quel proclama si legge:
“Il Governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un Armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le Forze anglo-americane deve cessare da parte delle Forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”
Poco meno di quattro anni dopo, il 10 febbraio 1947, veniva firmato nel Salone dell’Orologio del Quai d’Orsay, sede del Ministero degli Affari Esteri, il Trattato di Pace [https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1991_182-185_01.pdf] tra l’Italia e le Potenze Alleate e Associate, che entrò in vigore il 16 settembre 1947. Considerato durissimo perché non negoziato e steso senza tenere conto di quanto il Paese aveva fatto dopo essersi autoliberato dal fascismo, polemicamente non venne firmato dal ministro degli esteri, il conte Carlo Sforza, ma da Antonio Meli Lupi di Soragna a capo, con il grado di ambasciatore, della commissione di studi per le conferenze internazionali e segretario generale della delegazione italiana alla Conferenza dei Ventuno.
Ne L’Italia della Repubblica Indro Montanelli scrive:
“Ripugnava infine al sentimento nazionale l’articolo 16, a stento approvato dalla Conferenza del Ventuno a Parigi [10 voti contro 9]. Eccone il testo: “L’Italia non incriminerà, né altrimenti perseguirà alcun cittadino italiano, compresi gli appartenenti alle Forze Alleate, per il solo fatto di avere, durante il periodo di tempo dal 10 giugno 1940 all’entrata in vigore del presente trattato, espresso simpatia od avere agito in favore della causa delle Potenze Alleate ed Associate”. Era un articolo che poteva sì salvaguardare gli idealisti, i resistenti politici, i fuoriusciti che avevano avversato il fascismo in nome delle loro convinzioni, ma che copriva con il mantello dell’impunità anche biechi traditori e spie. Qualcuno ha asserito che questa clausola era stata rafforzata e completata da patti segreti. Da autorevoli fonti l’ipotesi ci è stata smentita. La rende poco verosimile la partecipazione alle trattative degli Stati Uniti, acerrimi avversari, allora, delle clausole segrete [già dopo la Prima Guerra Mondiale Wilson aveva rifiutato validità al Patto di Londra tra l’Italia e l’Intesa proprio perché stipulato segretamente]. Inoltre non si direbbe che l’articolo 16 abbisogni di occulte integrazioni. Ma esso dava fondamento al sospetto che determinate persone avessero reso agli Alleati ambigui favori, e ne avessero ricevuto compensi di vario tipo in epoca prearmistiziale: quando, piaccia o no, questo comportamento era fellonia bella e buona.
Firma e ratifica erano due atti distinti. La prima spettava al Governo, la seconda all’Assemblea Costituente, con una controfirma del capo dello Stato. Il “cuore” del Paese era contro l’accettazione, anche soltanto formale, del diktat; la ragione suggeriva l’atteggiamento opposto. L’economia era ancora assillata da angosciose incertezze: e la precaria situazione giuridica e internazionale non era fatta per dissiparle. Si profilava in particolare il rischio che, mancando l’accettazione del trattato, gli Stati Uniti, cui De Gasperi aveva dovuto fare drammaticamente appello per le “saldature” alimentari e per i rifornimenti, sospendessero ogni aiuto. E sarebbe stato il disastro.
Posto di fronte all’alternativa “limare o non firmare”, De Gasperi era, secondo la testimonianza dell’ambasciatore Quaroni, esitante, anzi pareva propendere – ma era molto riservato – per un rifiuto. Il Governo si pronunciò infine per la firma con ampie riserve. L’8 febbraio 1947, due giorni prima che l’ambasciatore Meli Lupi di Soragna firmasse a Parigi, De Gasperi chiarì alla Costituente il punto di vista del Governo. “La nostra firma” disse “non può mutare la realtà come si è svolta e quale fu denunziata in ogni fase della Conferenza. Essa non può cancellare il fatto che nonostante la Carta Atlantica e la stessa recente Costituzione francese, il trattato dispone dei popoli senza consultarli, e neppure può eliminare il fatto, purtroppo incontrovertibile, che la nostra economia da sola, nonostante ogni buon volere, non può sopportare il peso di cui il trattato la grava. Non rifiutare la firma richiesta vuol dire che il Governo italiano non intende pregiudizialmente fare atto di resistenza contro l’esecuzione del trattato: significa che l’Italia vuol dare prova di buona volontà e di ogni sforzo ragionevole e possibile per liquidare la guerra; vuol dire che l’Italia, nonostante il contenuto del trattato, non dispera, non vuole disperare dell’avvenire.”
Montanelli accusa di fellonia chi è stato protetto dall’articolo 16. Non è dato sapere chi ha potuto usufruire di questa protezione. Quando la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno delle Mafie in Sicilia chiese di prendere visione dell’elenco dei nomi di “collaboratori” allegato al Trattato di Parigi, quell’elenco non si riuscì più a trovare.
Le rilevantissimi limitazioni, a livello di sovranità militare e politica del nostro Paese, sono da individuarsi, già, nel gennaio del 1943, durante la Conferenza di Casablanca, quando le potenze vincitrici si accordarono sulla base del principio della resa incondizionata: la Germania, infatti, e i suoi alleati non avrebbero avuto, in alcun modo, il diritto di negoziare alcun accomodamento con i vincitori. Gli Armistizi di Cassibile e di Malta, firmati rispettivamente, il 3 settembre e il 29 settembre, costituirono il presupposto per quella che sarà poi la pace punitiva del Trattato di Pace del 1947.
A decidere le sorti dell’Italia furono, sostanzialmente, l’americano James Byrnes, il sovietico Vyacheslav Molotov e il britannico Ernest Bevin. Un ruolo di rilievo, seppure marginale, fu svolto anche dal rappresentante francese Georges Bidault.
La Pace di Parigi non fu uno strumento di riconciliazione, ma un vero e proprio diktat analogo a quello che fu imposto ai tedeschi con la Pace di Versailles. Le richieste italiane non furono tenute in alcuna considerazione dai diplomatici dei paesi vincitori, i quali avevano come unico obiettivo quello di salvaguardare il loro interesse nazionale a danno dell’Italia.
Non meno significativo, fu l’atteggiamento della Chiesa che si dimostrò neutrale. Alcide De Gasperi, nell’estate del 1946, cercò appoggio diplomatico presso il nunzio apostolico in Francia, monsignor Angelo Roncalli[18], futuro successore di papa Pio XII chiedendogli di intervenire presso il Governo francese per sostenere l’interesse dell’Italia. Roncalli fece sapere che non era possibile per lui esporsi, pubblicamente, su questo tema, in quanto rappresentante della Santa Sede; ma nei giorni successivi, Roncalli incontrò Kim Christian Beasley, capo della delegazione australiana, l’ambasciatore canadese in Francia e Karl Gruber, capo della delegazione austriaca a Parigi. Quest’ultima mediazione permise un incontro tra De Gasperi e lo stesso Gruber, che risultò poi decisivo per la determinazione del confine italo- austriaco e la risoluzione delle questioni riguardanti la popolazione di lingua tedesca del Sudtirolo.
Il 15 aprile 1946, l’ambasciatore a Mosca Pietro Quaroni aveva paventato che gli Alleati intendessero cucinare l’Italia nella migliore salsa egiziana, imponendole una serie di basi aeree e navali come, poi, di fatto, accadde con l’adesione dell’Italia alla NATO. In altri termini, gli Stati Uniti si sarebbero serviti della collocazione geografica italiana come un fondamentale avamposto per contrastare l’espansionismo sovietico e la Gran Bretagna, imponendo lo smantellamento delle infrastrutture sul Mediterraneo e promuovendo l’autodeterminazione di tutte le colonie italiane in Africa, sarebbe riuscita a ottenere non l’indebolimento della Marina italiana quanto la sua impotenza.
Per quanto riguarda l’URSS questa, oltre a promuovere da un punto di vista ideologico il comunismo, vedeva nella Jugoslavia una importante via d’accesso al possibile dominio militare dell’Italia.
La Francia riuscì a ottenere compensazioni di carattere economico relative sia al commercio sia allo sfruttamento dell’energia idroelettrica.
La Grecia e tutte le isole che le appartenevano sarebbero tornate sotto la sua sovranità, ma anche sotto l’influenza britannica impedendo, quindi, all’Italia qualunque tipo di proiezione di potenza sul Mediterraneo.
Le concessioni internazionali di Shanghai e di Amoy che l’Italia aveva posto in essere con la Cina furono abrogate.
Il nostro territorio fu privato della sua unità: a Occidente, infatti, subiva delle modifiche a favore della Francia per quasi 770 chilometri. Perdeva gli impianti dell’Alta Valle Roja e il controllo della Diga del Moncenisio.
Sul confine orientale, l’Italia cedeva più di 8.000 chilometri abitati da circa 445.000 italiani, pedendo i giacimenti carboniferi dell’Arsa, le miniere di bauxite e mercurio dell’Istria, le industrie, il grande potenziale commerciale di Trieste e tutte le attività economiche che l’Italia aveva costruito in tutte le sue colonie.
Lo smantellamento delle infrastrutture militari sia lungo la frontiera franco-italiana per una profondità di circa 20 chilometri sia lungo la frontiera con la Jugoslavia privarono l’Italia di qualunque possibilità di pianificare, in modo autonomo, la difesa del proprio territorio. Fu vietata la costruzione di nuove basi aeree e navali e lo sviluppo di quelle presenti in Puglia; così come furono vietati il possesso, la costruzione e la sperimentazione di armi atomiche, missili di artiglieria di portata superiore ai 30 chilometri, salvo, poi, consentire, in un secondo momento, agli Stati Uniti di costruire le infrastrutture per i missili nucleari Jupiter in funzione antisovietica. La smilitarizzazione delle isole Pantelleria, Lampedusa, Linosa e, soprattutto, della Sicilia e della Sardegna, se, da un lato, privavano l’Italia di qualunque possibilità di proiezione di potenza sul Mediterraneo, dall’altro lato, consentivano agli Stati Uniti di costituire il fianco sud della NATO.
Quanto alla proibizione sancita nell’articolo 51 di costruire o sperimentare armi atomiche, questo non impedì agli Stati Uniti, alla Francia e all’URSS di sviluppare l’energia nucleare sia sul piano militare sia sul piano civile.
Altrettanto significativo l’articolo 69, che faceva divieto all’Italia di utilizzare tecnici civili, ma, soprattutto, militari, di origine tedesca e giapponese, clausola che non valse per gli Stati Uniti e per l’URSS, che utilizzarono le competenze professionali di ex-ufficiali nazisti per rafforzare il proprio dispositivo militare e il proprio apparato di intelligence durante la Guerra Fredda.
Tanto valeva abolire le forze armate e dichiarare la neutralità perpetua nel nostro Paese!
Le clausole trasformavano l’Italia in un Paese disarmato alla mercé di due eserciti.
In un documento del maggio del 1949, il Joint Chiefs of Staff [Stato maggiore congiunto statunitense] suggerì al Dipartimento di Stato di chiedere all’Italia il riconoscimento di numerosi e gravosi diritti militari, come chiedere al Governo italiano piani militari per l’utilizzazione dei porti come basi logistiche.
Un’altra rilevante richiesta da parte americana fu quella dell’11 ottobre, quando fu stabilita una linea di comunicazione dal Porto di Livorno a Verona, allo scopo di consolidare le forze americane a Trieste e a Salisburgo.
Nel settembre del 1952, gli Stati Uniti chiesero e ottennero una base di addestramento per i marines in Sardegna e l’uso delle basi aeree di Aviano e Orio al Serio.
Ma la presenza in profondità delle forze armate americane sul nostro territorio ebbe modo di consolidarsi sia con la Convenzione di Londra del giugno del 1951 sia con gli accordi bilaterali, firmati, di volta in volta, nel 1957 in merito a Sigonella, nel 1972 in merito a Lampedusa e nel 1983 in relazione a Comiso.
Mentre l’Italia aveva dovuto rinunciare allo sviluppo di armi nucleari gli Stati Uniti negli Anni Cinquanta svilupparono la dottrina dell’impiego delle armi nucleari – il cosiddetto first use – e le collocarono sul nostro territorio.
In ultima analisi, le conseguenze della “Pace Cartaginese”, voluta dagli Alleati “liberatori”, hanno gettato le basi della limitazione della sovranità italiana, limitazioni che durano ancora oggi.
Nell’ottobre del 1963, pochi giorni dopo l’apertura del Concilio Vaticano II [11 ottobre], il desiderio di papa Giovanni XXIII di “riassumere le voci del mondo” fu messo a dura prova: il mondo rischiò di sprofondare nella Terza Guerra Mondiale.
Grazie a un fitto lavoro, il pontefice ricette assicurazioni da Washington e da Mosca che un suo intervento non era sgradito. Monsignor Loris Francesco Capovilla, testimone di quegli eventi, parla di “mediazione papale sui generis”.
Nella notte tra il 23 e il 24, con il sostituto della Segreteria di Stato monsignor Angelo Dell’Acqua, il papa stese un messaggio ai Grandi:
“La mano sulla coscienza, coloro che portano la responsabilità del potere ascoltino il grido di angoscia che, da tutti i punti della Terra, dai fanciulli innocenti ai vecchi, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: pace! pace! Rinnoviamo questo solenne invito. Noi supplichiamo tutti i governanti di non restare sordi a questo grido dell’Umanità. Facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra di cui non è possibile prevedere le terribili conseguenze.”
Il messaggio fu consegnato alle Ambasciate sovietica e statunitense presso la Repubblica italiana. All’epoca, il Vaticano non aveva rapporti diplomatici né con gli Stati Uniti né con l’Unione Sovietica.
Il 25, fu divulgato dalla Radio Vaticana.
Il 26, la Pravda, organo del Partito Comunista Sovietico, dedicò un articolo al papa, attribuendogli il merito di avere salvato la pace con un titolo che ne riportava le parole:
“Noi supplichiamo tutti i governanti a non restare sordi al grido dell’Umanità”
Fu il segnale che Krusciov approvava.
E il disgelo.
Il Papa dette la notizia all’Angelus del 28 ottobre:
“La parola del Vangelo non è muta: essa risuona da un capo all’altro del mondo e trova la via del cuori.”
L’Umanità tirò un respiro di sollievo.
La Casa Bianca assicurò l’indipendenza di Cuba.
Il Cremlino ordinò alle navi di invertire la rotta.
Grazie, anche, a un intervento del papa, la crisi fu superata, ma la preoccupazione per la pace spinse il pontefice, che viveva le condizioni del mondo con autentica trepidazione, a rifiutare la nozione di “guerra giusta” e a proporre una nuova e più ampia concezione della pace, non assenza della guerra, bensì convivenza sociale, fondata su verità, giustizia, amore e libertà:
“In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili. Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.”
Ancora oggi quelle pagine scritte “sulla pace fra tutte le genti, fondata nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”, come recita il suo sottotitolo, possono essere di ispirazione in un mondo multipolare, ben diverso dalla situazione geopolitica fotografata dall’Enciclica Pacem in terris di papa Roncalli, che aveva nell’Europa e nell’Occidente il suo baricentro.
“I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri.
Le comunità politiche hanno il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: ad essere le prime artefici nell’attuazione del medesimo; ed hanno pure il diritto alla buona riputazione e ai debiti onori: di conseguenza e simultaneamente le stesse comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne costituiscono una violazione. Come nei rapporti tra i singoli esseri umani, agli uni non è lecito perseguire i propri interessi a danno degli altri, così nei rapporti fra le comunità politiche, alle une non è lecito sviluppare se stesse comprimendo od opprimendo le altre. Cade qui opportuno il detto di Sant’Agostino: “Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni, se non a grandi latrocini?”
Certo, anche tra le comunità politiche possono sorgere e di fatto sorgono contrasti di interessi; però i contrasti vanno superati e le rispettive controversie risolte, non con il ricorso alla forza, con la frode o con l’inganno, ma, come si addice agli esseri umani, con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l’equa composizione.”
Sul diario, alla data del 15 aprile 1963, il pontefice scrive:
“Dalla Pasqua sono uscito contento: ma di fatto malconcio quanto al mio disturbo gastropatico. Santa Messa tranquilla in casa poi abbandono in Dio. La enciclica […] acclamata come forse mai.”
Poche righe a ricordare la malattia che l’avrebbe portato alla morte.
Il 23 maggio 1963, veniva, pubblicamente, annunciata la malattia del Papa, e il 3 giugno 1963, dopo 4 anni sei mesi e sei giorni di Pontificato, Angelo Giuseppe Roncalli, che aveva preso il nome di Giovanni XXIII, si spegneva, serenamente, invocando:
“Ut unum sint.”
[“Che tutti siano uno.”]
Il cordoglio fu universale[19].
Il 17 giugno 2017, la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti lo ha proclamato patrono dell’Esercito Italiano, con la seguente motivazione:
“Nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati, e da allora in poi con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris.”
Men in Dark Times, tradotto in italiano con il titolo L’umanità in tempi bui, ha visto la luce nel lontano 1968 e si presenta come una raccolta di saggi dedicati a dieci intellettuali che hanno conosciuto le tenebre del proprio secolo, che Hannah Arendt chiama “uomini dei tempi bui”.
L’espressione “tempi bui” è stata presa in prestito da Bertold Brecht, sebbene Arendt le dia un significato molto più ampio. Infatti, mentre per Brecht si riferisce a un tempo di carestia, a un’epoca di eccessiva violenza e ingiustizia, di spaventosi massacri e di catastrofi estreme, per Arendt questi “tempi bui” non si riducono alle mostruosità del XX secolo. Questi tempi, che non sono né rari né inediti nella Storia dell’Umanità, sono periodi bui, in cui, tuttavia, brilla la luce, non di belle teorie e di bei concetti, ma della vita di alcuni uomini e donne, generalmente pochi, che non si sono lasciati assorbire dallo spirito del loro tempo che ha condotto l’Umanità alla catastrofe.
Tempi bui di cui sono la luce!
“Anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di aspettarci un po’ di luce.”
Una di queste figure è Angelo Giuseppe Roncalli, il semplice sacerdote il cui destino ha, misteriosamente, condotto al soglio di Pietro.
Intellettuale celebre per la causticità e l’originalità dei suoi giudizi, Hannah Arendt[20] disegna un ritratto di papa Giovanni XXIII privo di remore o timori reverenziali. Non sono le doti intellettuali del pontefice ad attirare la sua attenzione, ma l’autenticità della sua religiosità e, ancor più, i suoi risvolti profondamente umani. Il breve saggio, un piccolo gioiello apparso, la prima volta, nel 1965, sulle pagine della New York Review of Books, è anzitutto il resoconto di una individualità esemplare. Di papa Roncalli, coglie, innanzitutto, l’umiltà e la capacità di non cedere al culto moderno per la soggettività. Una qualità umana che non va confusa con la modestia, ma che è condizione indispensabile per il dispiegarsi di una personalità autenticamente indipendente:
“[…]
Egli non era tra i papabili quando entrò in conclave; e i sarti vaticani non avevano preparato alcun abito della sua taglia. Egli venne eletto perché i cardinali non riuscivano a mettersi d’accordo ed erano convinti, come scrisse egli stesso, che “sarei stato un papa di provvisoria transizione”, di nessuna rilevanza. “Invece”, continuava, “eccomi già alla vigilia del quarto anno di pontificato, e nella visione di un robusto programma da svolgere in faccia al mondo intero, che guarda e aspetta”. A sorprendere non è tanto il fatto che egli non rientrasse tra i papabili, ma che nessuno si fosse accorto di chi egli realmente fosse, e che venne eletto perché tutti lo consideravano una figura di scarso peso.
Comunque, tutto ciò è sconcertante solo retrospettivamente. A ben vedere, la chiesa ha predicato l’imitatio Christi per quasi duemila anni e nessuno può dire quanti sacerdoti e monaci possano essere esistiti che, vivendo nell’oscurità attraverso i secoli, abbiano affermato come il giovane Roncalli: “Ecco dunque il mio modello: Gesù Cristo”, perfettamente consapevole sin dall’età di diciott’anni che essere “simile al buon Gesù” significava essere “trattati da pazzi”: “Dicono e credono che io sia un minchione. Lo sarò anche, ma il mio amor proprio non lo vorrebbe credere. È qui il bello del giuoco”. Ma la chiesa, essendo un’istituzione e, specialmente a partire dalla Controriforma, un’istituzione più interessata a conservare le credenze dogmatiche che la semplicità della fede, non favorì la carriera ecclesiastica di uomini che avevano preso alla lettera l’invito: “seguitemi!”. Non che i suoi esponenti temessero consapevolmente gli elementi chiaramente anarchici presenti in un modello di vita puramente e autenticamente cristiano; semplicemente ritenevano che “soffrire ed essere disprezzati per Cristo e in Cristo” fosse la politica sbagliata. Ed era proprio questo che Roncalli desiderava ardentemente ed entusiasticamente quando citava in continuazione queste parole di san Giovanni della Croce. E lo desiderava sino al punto di “portare più viva l’impronta … della rassomiglianza con Cristo crocifisso” sin dalla cerimonia della sua consacrazione episcopale, deplorando il fatto “di aver sofferto troppo poco finora” e sperando e auspicando che “il Signore mi visiti con tribolazioni particolarmente affliggenti”, “qualche grande sofferenza e afflizione del corpo e dello spirito”. Egli accolse la sua morte dolorosa e prematura come conferma della sua vocazione: il “sacrificio” necessario per la grande impresa che egli doveva lasciare incompiuta.
La riluttanza della chiesa a nominare alle cariche più alte quei pochi la cui unica ambizione era di imitare Gesù di Nazareth non è difficile da comprendere. Può esserci stata anche un’epoca in cui i membri delle gerarchie ecclesiastiche hanno ragionato come il Grande Inquisitore dostoevskiano, timorosi che, per dirla con Lutero: “il destino più duraturo della parola di Dio sia di mettere a soqquadro il mondo col suo messaggio, perché il sermone di Dio giunge per cambiare e rinnovare la terra intera fino a condurla a essa”.
Ma questi tempi sono ormai lontani. Essi avevano dimenticato che “essere gentili e umili… non equivale a essere deboli e accomodanti”, come Roncalli annotò in un’occasione. Ed è proprio questo che erano destinati a scoprire che l’umiltà di fronte a Dio e la remissività di fronte agli uomini sono due cose ben diverse, e per quanto fosse grande in certi ambienti ecclesiastici l’ostilità nei confronti di questo papa assolutamente atipico, va a merito della chiesa e della sua gerarchia che essa non oltrepassò certi limiti e che molti alti dignitari, i principi della chiesa, finirono per essere conquistati da Roncalli.
Dall’inizio del suo pontificato, nell’autunno del 1958, fu il mondo intero, e non solo i cattolici, a volgere su di lui lo sguardo per le ragioni da lui stesso elencate: anzitutto, perché aveva “accettato con semplicità l’onore e il fardello”, dopo essere stato sempre molto attento “a non fornire da mia parte alcun richiamo sulla mia persona”; poi, perché aveva visto “come semplici e immediate di esecuzione alcune idee per nulla complesse, anzi semplicissime, ma di vasta portata e responsabilità in faccia all’avvenire, e con immediato successo”. Ma, mentre, a sentire la sua stessa testimonianza, “la parola di Concilio ecumenico, di Sinodo diocesano e di ricomposizione del Codice di Diritto Canonico” gli si profilò “senza averci pensato prima” e persino “contrariamente a ogni [sua] supposizione … su questo punto”, essa
apparve a coloro che lo stavano osservando la manifestazione quasi logica o, in ogni caso, naturale dell’uomo e della sua straordinaria fede.
Ci sono pochi, pochissimi passi nel suo libro che trattano delle relazioni piuttosto tese che intercorsero tra il vescovo Roncalli e Roma. A quanto pare i problemi cominciarono nel 1925 quando egli fu nominato Visitatore apostolico in Bulgaria, un posto di “semioscurità” in cui venne tenuto per dieci anni. Egli non dimenticò l’infelicità di quel periodo; venticinque anni dopo egli parla ancora della “monotonia di quella vita intessuta e scalfita da quotidiane punture”. A quel tempo egli si rese quasi immediatamente conto delle “molte tribolazioni … [che però] non mi vengono dai bulgari … bensì dagli organi centrali dell’amministrazione ecclesiastica. È una forma di mortificazione e di umiliazione che non mi attendevo, e che mi fa molto soffrire”. E fin dal 1926 cominciò a parlare di questo conflitto come la sua “croce”. Le cose cominciarono a migliorare quando, nel 1935, venne trasferito alla delegazione apostolica a Istanbul, dove rimase altri dieci anni, finché, nel 1944, ricevette il suo primo incarico importante come nunzio apostolico a Parigi. Ma, anche lì, dovette constatare che “la distanza fra il mio modo di vedere le situazioni sul posto, e certe forme di apprezzamento delle stesse cose a Roma, mi fa tanto male: è la mia sola vera croce”.
dire il vero non è dato di trovare lamentele del genere negli anni trascorsi in Francia, ma non perché egli avesse cambiato idea; apparentemente, si era solo abituato ai costumi del mondo ecclesiastico. In questo stato d’animo egli nota, nel 1948, come “ogni forma di diffidenza o di trattamento scortese verso chicchessia, soprattutto se verso i piccoli, i poveri, gli inferiori [da parte di questi miei collaboratori, bravi ecclesiastici] … mi dà pena e intima sofferenza” e che “tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e grazia che emana da … Gesù e dai suoi santi!”.
Ed è proprio in riferimento alla sua missione in Turchia, dove, durante la guerra, egli entrò in contatto con le organizzazioni ebraiche [e, in un caso, riuscì a evitare che il governo turco rispedisse in Germania alcune centinaia di bambini ebrei fuggiti dai territori europei occupati dai nazisti], che in seguito si rivolse uno dei rarissimi veri e propri rimproveri, dato che, malgrado tutti gli “esami di coscienza”, egli era tutt’altro che portato per l’autocritica. “Non avrei potuto”, egli scrisse, “dovuto fare di più, con sforzo più deciso, e andare contro l’inclinazione del mio temperamento? Nella stessa ricerca della calma e della pace, che ritenevo più conforme allo spirito del Signore, non era sottaciuta una tal quale indisposizione all’impiego della spada?”. A quel tempo, comunque, si era concesso quantomeno uno scatto di rabbia. Allo scoppio della guerra con la Russia venne infatti avvicinato dall’ambasciatore tedesco Franz von Papen che gli chiese di servirsi della sua influenza sulla curia romana per ottenere dal papa un esplicito sostegno nei confronti della Germania. “E che dirò dei milioni di ebrei che i suoi connazionali stanno assassinando in Polonia e Germania?”. Tutto ciò avvenne nel 1941, quando il grande massacro era appena cominciato.
È su questioni del genere che vertono le altre storie. E poiché, a quanto mi consta, nessuna delle biografie esistenti di papa Giovanni menziona mai il conflitto con Roma, anche una negazione della loro autenticità risulterebbe non del tutto convincente. Vi è anzitutto l’aneddoto relativo alla sua udienza con Pio XII, poco prima della sua partenza per Parigi nel 1944. Pio XII diede inizio all’udienza dicendo al suo nunzio fresco di nomina che poteva dedicargli solo sette minuti; al che Roncalli si congedò dicendo: “in tal caso, i restanti sei minuti sono del tutto superflui”. C’è poi la deliziosa storia del giovane prete straniero che si dava un gran da fare in Vaticano nel tentativo di fare una buona impressione sugli alti dignitari e favorire così la sua carriera. Si narra che il papa lo apostrofò così: “Mio caro figliolo, smettila di preoccuparti così tanto. Puoi essere certo che nel giorno del Giudizio Gesù non ti chiederà: e come te la sei passata con il Sant’Uffizio?”.
E si narra infine che nei mesi precedenti la sua morte gli venne portato da leggere il dramma di Hochhuth Il vicario e che quando gli chiesero che cosa si poteva fare contro di esso, egli replicò: “Fare qualcosa contro di esso?
Che cosa si può mai fare contro la verità?”.
[…]
Generazioni di intellettuali moderni, quando non erano atei – cioè sciocchi che fingevano di sapere ciò che nessun uomo può sapere – hanno imparato da Kierkegaard, Dostoevskij, Nietzsche e dai loro numerosissimi seguaci, dentro e fuori il movimento esistenzialista, a considerare “interessanti” la religione e le questioni teologiche. Senza dubbio per tutti costoro sarà difficile comprendere un uomo che, sin dalla tenera età, aveva “fatto voto di fedeltà” non solo alla “povertà materiale”, ma anche alla “povertà di spirito”. A prescindere da che cosa mai o chi mai fosse papa Giovanni XXIII, egli non è mai stato un uomo interessante o brillante, e ciò indipendentemente dal fatto che sia stato uno studente piuttosto mediocre e che, successivamente, non abbia mai evidenziato alcun chiaro interesse intellettuale o conoscitivo.
[Fatta eccezione per i giornali, che amava particolarmente, sembra che non abbia letto quasi nulla di autori non religiosi.] Se un ragazzino dice a se stesso, sulla falsariga dell’Alëša dei Fratelli Karamazov, “Poiché sta scritto: ‘Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quanto hai, dallo ai poveri e seguimi’, come posso io dar due rubli invece di tutto, e invece di ‘seguimi’ andarmene a messa e basta?”. E se l’uomo, diventato adulto, si mantiene fedele all’aspirazione del fanciullo di diventare “perfetto” e continua a domandarsi: “Sto facendo dei progressi?”, predisponendo tabelle di marcia per se stesso e annotando con meticolosità i progressi compiuti – peraltro, sia detto per inciso, trattandosi con indulgenza nel processo, attento a non promettere troppo, affrontando le proprie mancanze “una per volta”, e mai con disperazione – è improbabile che il risultato sarà di particolare “interesse”. Una tabella di marcia verso la perfezione è così poco il surrogato di una storia – che cosa resta da narrare se non vi sono stati “né tentazione né caduta, alcuna: mai, mai” né “peccati mortali o veniali?” – che persino i pochi esempi di evoluzione intellettuale presenti nel Giornale rimangono stranamente velati al suo autore, che lo rilesse e preparò per la pubblicazione postuma durante gli ultimi mesi della sua vita. Egli non ci dice mai quando smise di vedere nei protestanti i “poveri sfortunati che si trovano al di fuori della chiesa” e giunse alla convinzione che “tutti, battezzati o meno, appartengono di diritto a Gesù”, né si rese conto di quanto fosse strano che proprio lui che sentiva nel “cuore e nell’anima un amore delle regole, dei precetti e delle norme [della chiesa]” abbia realizzato, come dice Alden Hatch, “il primo cambiamento nel canone della messa da mille anni a questa parte” e in generale prodigò ogni “sforzo per sistemare, riformare e … migliorare ogni cosa”, fiducioso che il suo Concilio ecumenico “sarebbe stato … una vera e nuova epifania”.
Senza dubbio fu la “povertà di spirito” a preservarlo dalle “ansie e dalle tribolazioni” e a dargli la “forza di un’audace semplicità”. Essa spiega anche perché mai sia stato scelto l’uomo più audace quando se ne cercava uno accomodante e condiscendente. Egli aveva realizzato il suo desiderio, raccomandato da Tommaso da Kempis nella sua Imitazione di Cristo, uno dei suoi libri preferiti, “di essere sconosciuto e poco stimato”, parole che, sin dal 1903 egli aveva eletto a suo “motto”. Probabilmente furono in molti – dopo tutto egli viveva in un ambiente di intellettuali – a ritenerlo un po’ stupido, non tanto semplice quanto sempliciotto. Ed è improbabile che coloro che per decenni avevano potuto notare come egli sembrasse davvero “non [aver] mai avuto né subito tentazioni contro l’obbedienza” abbiano davvero compreso il tremendo orgoglio e la fiducia in se stesso di quest’uomo che mai, neanche per un attimo, rinunciò alla sua indipendenza di giudizio quando obbediva a ciò che per lui era la volontà di Dio, non la volontà dei suoi superiori. La sua fede era: “Sia fatta la tua volontà”, ed è vero, benché sia stato lui stesso a dirlo, che era “totalmente evangelica per natura”, e anche che “esigeva e ottenne universale rispetto e ammaestrò molti”. È la stessa fede che ispirò le sue parole più grandi quando giaceva sul letto di morte: “Ogni giorno è buono per nascere; ogni giorno è buono per morire”.
https://books.fbk.eu/media/pubblicazioni/allegati/Arendt.pdf
“[…]Durante la
guerra, quando Roncalli era delegato apostolico in Turchia e Grecia, alcune
volte visitò i feriti tedeschi e inglesi. Un atteggiamento inspiegabile secondo
i militari e questo bastò a metterlo sotto osservazione”. Lo scrivono Hanspeter Oschwald e Werner
Kaltefleiter in “Spione im Vatikan”. Fra l’altro - aggiunge Oschwald - le spie riuscirono a decifrare
i codici segreti di Roncalli, intercettarono i suoi telegrammi e altre volte le
conversazioni radio”. Probabilmente Roncalli si accorse di tutto ciò e non a
caso, già ai tempi del servizio in Bulgaria, sovente utilizzò il dialetto bergamasco per dribblare le spie.
Secondo gli autori che citano il vaticanista Graham, tre telegrammi del
segretario di Stato card. Maglione vennero intercettati prima che Roncalli li
leggesse. Per altri, un tecnico vaticano addetto a decifrare i messaggi,
avrebbe consegnato ai nazisti codici e informazioni ottenendo 100 dollari a
settimana.
Gli autori raccontano i rapporti fra Von Papen e Roncalli nel salvataggio di “24.000
ebrei, che scamparono ai campi di sterminio grazie a permessi e lasciapassare
procurati dal delegato apostolico bergamasco”. Un’altra parte del libro prende
in esame il periodo del pontificato. Tempo fa erano inoltre usciti dagli
archivi della Cia alcuni documenti, non più top secret, riguardanti la
posizione del papa e dei suoi collaboratori nelle vicende italiane e
internazionali. Il centro-sinistra, il disgelo fra Vaticano e Urss, l’ostpolitik
vaticana erano temi che destavano preoccupazione negli ambienti della Cia. Il 7
marzo 1963, papa Giovanni ricevette il genero di Krusciov, Adjubei con la
moglie Rada. Undici giorni dopo alla CIA arrivò un dossier dove si parlava dei
possibili risultati di quella visita e di eventuali vantaggi in vista delle elezioni
politiche. Questa la chiosa al dossier: “Una cosa è certa, la visita è un’anticipazione
dell’instaurarsi di relazioni diplomatiche tra l’URSS e il Vaticano. Questo
sembra essere un irrevocabile itinerario”. Ma a respingere alcune insinuazioni
di certa stampa sull’atteggiamento considerato troppo “benevolo” del papa nei
confronti della sinistra italiana [ci fu chi attribuiva al pontefice persino il
successo dei comunisti nelle elezioni del 28 aprile 1963], scese in campo John
Kennedy, che ripugnava il mondo dello spionaggio.
La CIA seguì con attenzione anche la
salute del Papa. Due documenti della Cia del 30 e 31 maggio 1963 [3
giorni prima della morte] recitano: “nelle ultime ore le condizioni di papa
Giovanni... sembrano migliorate. Egli è completamente lucido, pienamente
consapevole della serietà delle sue condizioni. […]”
Emanuele Roncalli, Anche i Papi nella guerra di spie, Ecco i documenti della Cia, L’Eco di Bergamo, 1 luglio 2013 [https://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/384399_anche_i_papi_nella_guerra_di_spie_ecco_i_documenti_della_cia/].
Secondo Herbert G. Wells:
“Il criterio in base a cui lo storico valuta la grandezza di un personaggio è: “Di che cosa è stato l’ispiratore? Ha indotto altri a pensare seguendo criteri interamente nuovi e con un vigore che non si è spento con lui?” Giudicato con questo metro.”
e concludeva:
“Gesù supera tutti.”
Napoleone Bonaparte osservava:
“Gesù Cristo ha influito ed esercitato autorità sui Suoi sudditi senza la Sua presenza fisica e visibile.”
Lo psichiatra Vittorino Andreoli[21], autore de Il Gesù di tutti. Viaggio nel mistero dell’uomo di Nazareth, si definisce “non credente”, ma confida:
“Desidero fare esperienza di Dio. La attendo ogni giorno con fede.”
e avverte:
“Senza il sacro la civiltà si imbarbarisce!”
“Bisogna parlare di più di Gesù: è un esempio straordinario per tutti di come dovrebbe essere l’uomo, a prescindere dalla fede. Un uomo che segue i principi fino alle estreme conseguenze. Gesù mi ha accompagnato in ogni momento della vita e in ogni mio cambiamento: mi è sempre stato accanto, come un’ombra.”
Per duemila anni, Gesù[22] ha ispirato grandi anime che appartenevano a mondi apparentemente incomunicabili e che per trame ignote e imperscrutabili del Destino hanno dialogato tra loro. È il caso di Mohandas Karamchand Gandhi e Lev Tolstoi. Sappiamo, infatti, che tra il 1909 e il 1910, Gandhi aveva corrisposto con Tolstoj. Gandhi non lesse, mai, i grandi romanzi di Tolstoj, Guerra e pace; Anna Karenina. Forse, ma non è certo, lesse con commozione La morte di Ivan Il’ic, Resurrezione, La sonata a Kreutzer. Di sicuro, lesse, nel 1894, Il Regno di Dio è in voi [https://dn790007.ca.archive.org/0/items/tolstoj-regno-di-dio-in-voi/TolstojRegnoDiDioInVoi.pdf, 1983][23], osteggiato dalle autorità, ma con un impatto straordinario sulla società:
“Quarant’anni fa, mentre attraversavo una grave crisi di scetticismo e dubbio, incappai nel libro di Tolstoj Il regno di Dio è in noi, e ne fui profondamente colpito. A quel tempo credevo nella violenza. La lettura del libro mi guarì dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell’ahimsã. Quello che più mi ha attratto nella vita di Tolstoj è il fatto che egli ha praticato quello che predicava e non ha considerato nessun prezzo troppo alto per la ricerca della verità. Fu l’uomo più veritiero della sua epoca. La sua vita fu una lotta costante, una serie ininterrotta di sforzi per cercare la verità e metterla in pratica quando l’aveva trovata… La vera ahimsã dovrebbe significare libertà assoluta dalla cattiva volontà, dall’ira, dall’odio, e un sovrabbondante amore per tutto. La vita di Tolstoj, con il suo amore grande come l’oceano, dovrebbe servire da faro e da inesauribile fonte di ispirazione, per inculcare in noi questo vero e più alto tipo di ahimsà.”
Gandhi ebbe l’opportunità di leggere la Bibbia durante il suo soggiorno a Londra, nell’inverno tra il 1888 e il 1889:
“A 18 anni entrai in contatto con dei buoni cristiani a Londra… che mi misero in mano la Bibbia.”
E, nella sua autobiografia, fa riferimento a “un buon cristiano di Manchester”2, vegetariano, incontrato in un albergo, al quale aveva promesso di leggerla.
“Non riuscivo a provare un granché d’interesse verso il Vecchio Testamento, che pure avevo certamente letto, non foss’altro per mantenere una promessa fatta a un amico incontrato per caso in un albergo.”
Si appassionò, invece, al Nuovo Testamento, particolarmente, al Discorso della Montagna, che descrive, in modo alquanto elaborato, nella sua autobiografia:
“Ma il Nuovo Testamento produsse una diversa impressione, specialmente il Sermone della Montagna, che mi entrò dritto nel cuore.” ,
e ancora:
“Fra il Vecchio e il Nuovo Testamento c’è una differenza fondamentale: benché nel Vecchio si trovi pure qualche verità profonda, non mi sento capace di apprezzarlo come il Nuovo.”
Probabilmente, la presenza frequente di guerre e spargimenti di sangue nelle pagine del Vecchio Testamento e la sua giustificazione dei pensieri di vendetta e rappresaglia lo ripugnavano.
Gandhi trovò negli insegnamenti di Gesù la presenza della tradizione indiana dell’ahimsà e ne assimilò lo spirito nella propria vita e nel proprio pensiero.
“Quando lessi nel Sermone della Montagna brani come “Non resistere al maligno ma anzi a chiunque ti colpisca sulla guancia destra porgigli pure la sinistra” e “ama i tuoi nemici e prega per chi ti perseguita, acciocché possiate essere figli del padre vostro che è nei cieli” ne fui semplicemente sopraffatto di gioia, e trovai conferma alla mia opinione proprio lì dove meno me la sarei aspettata.”
ma non esitò ad aggiungere:
“In Occidente questo messaggio fondamentale ha subito varie deformazioni... Molto di quello che viene considerato come cristianesimo è una negazione del Discorso della Montagna.”
Il futuro mahatma liberatore dell’India, all’epoca quarantenne, aveva letto il testo che Tolstoj aveva scritto per il giornale The Free Hindustan, su sollecitazione del suo direttore. Tale scritto, oggi, conosciuto come Lettera a un indù, non venne pubblicato, forse, perché il giornalista indiano, che pure lo aveva sollecitato, sperava in una risposta dai toni diversi, ma giunse tramite un amico nelle mani di Gandhi, che ne rimase molto colpito. Nella lettera Tolstoj teorizza la lotta non violenta come via di liberazione non solo interiore, ma anche sociale e politica, e contribuisce, a detta dello stesso Gandhi, a far maturare in lui la riflessione sul satyagraha, ossia sulla resistenza all’oppressione coloniale inglese tramite la disobbedienza civile.
Erano gli ultimi mesi di vita di Tolstoj, che morirà il 20 novembre 1910.
“Homo homini lupus. [L’uomo è un lupo per l’uomo.]”,
questa famosa espressione latina, risalente a duecento anni prima della nascita di Gesù e attribuita al commediografo Plauto, cela una verità attuale scomoda e risuona, oggi, con tragica attualità, offrendo una chiave di lettura per comprendere i conflitti e i genocidi che continuano a segnare il nostro tempo e a mostrare un’Umanità ancora sospesa tra il cielo stellato sopra di noi e la selva oscura che abbiamo dentro.
La vera sfida del nostro tempo è ricordare che l’Umanità non si riassume nella legge del lupo!
Donald Trump non voleva una guerra lunga e proclama l’imminente fine del conflitto in Iran, ma tornare indietro non è facile come pubblicare un post sui social networks.
Il nome dell’operazione Epic Fury suggerisce un intervento ampio e prolungato, dalla forza devastante!
Il Governo israeliano intende, come sostengono i suoi sostenitori, “finire il lavoro”. L’Iran, scottato da precedenti pseudo-negoziati, non cede e risponde seminando il caos in tutta la regione. A meno che gli Stati Uniti non si ritirino, temo che la guerra continuerà, rivelando la sua profonda essenza: l’ubriachezza della distruzione.
L’omologia festa-guerra, lo statuto del guerriero consacrato e la sua tremenda carica sacrale possono aiutarci, se accantoniamo la noblesse esotica o arcaica di archi, frecce e maschere, a comprendere la weltanschauung [visione del mondo] dei massacri etnici e di molti conflitti religiosi, dalla Serbia al Congo fino agli “scontri di civiltà” più recenti.
“La via che conduce alla festa e alla guerra si confonde con quella del progresso tecnico e quella dell’organizzazione politica.”,
osserva il sociologo Roger Caillois in Prestiges de la guerre [1963]. La guerra contemporanea gioca, secondo Caillois, lo stesso ruolo della celebrazione nelle società tradizionali. Momenti di effervescenza collettiva, sovraeccitazione emotiva, ubriachezza distruttiva, le guerre interrompono il corso tranquillo e monotono dei giorni per stabilire “massicce e lunghe dissolutezze che portano naturalmente a un clima di eccessi, di offerta, dove le regole della civiltà sono abolite transientemente”.
Dall’operazione in Venezuela, Trump vede la guerra come un’opportunità per distogliere l’attenzione dei suoi concittadini dalle sue difficoltà interne e ha, perfino, già messo nel mirino il suo prossimo obiettivo dopo l’Iran: Cuba.
Sembra stia prendendo gusto all’istituzione del caos ovunque!
Mary L. Trump, nipote di Donald Trump, collega le azioni recenti dello zio agli Epstein Files, in cui Trump è citato oltre un milione di volte:
“È disperato e pronto a tutto per difendersi.”
La Pasqua che evoca la resurrezione di un Uomo crocifisso in Palestina, più di due millenni fa, è un messaggio di vittoria della vita sulla morte. È, dunque, legittimo chiedersi se non sia indecente parlare della vittoria della vita, mentre la morte falcia vite intorno a noi.
Lo stesso Attore viene messo sul banco dell’accusato!
Sono oltre 50.000 i Bambini morti o feriti sotto i bombardamenti a Gaza. E altre centinaia di migliaia soffrono la fame e gli orrori di una guerra che ha cessato di essere legittima difesa per divenire una vendetta sanguinosa.
Dov’è Dio nell’orrore, se esiste?
“Eloì, Eloì, sabactàni?” [Matteo 27: 6, Marco 15:34],
è il grido del Cristo. Un grido carico di angoscia, di tormento, di solitudine.
E una inquietante e insolita oscurità, a fare da sfondo:
“Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.” [Marco, 15:33]
Siamo abituati a chiedere aiuto a Dio e, a volte, pretendiamo, perfino, che intervenga nelle nostre vite per cambiare lo stato dei fatti.
Nel 1943, ad Amsterdam, una giovane donna di ventinove anni, che vede l’Umanità precipitare nell’abisso, sembra ribaltare questa prospettiva. Il suo nome è Etty Hillesum[24].. Prigioniera nel campo di concentramento di Auschwitz, intuisce che, in tempi di grande sofferenza, “siamo noi a dover aiutare Dio”, tenendo viva la Sua presenza in noi:
“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso prometterti nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio.
E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono oramai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.”
[Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi 1996, pp. 169-170].
Etty Hillesum è ebrea, ma il suo Dio è il Dio di Abramo che abbraccia l’Umanità intera.
Non è il Dio cristiano, musulmano, o giudeo.
Etty sperimenta, nel contesto drammatico dell’occupazione nazista, un percorso di trasformazione interiore e spirituale, come testimoniano i Diari e le Lettere[25], salvati dal gorgo oscuro della guerra e della Shoah.
Etty Ellisum
“‘s middags kwart over 4.
Zon in deze serre en een lichte wind door de witte jasmijn. Zie je wel, nu is er weer een nieuwe dag voor me begonnen, de hoeveelste, sinds vanochtend 7 uur? Ik blijf nog 10 minuten bij die jasmijn en dan op de ons gepermitteerde fiets naar mijn vriend, die 16 maanden in mijn leven is en van wie het is of ik hem al 1000 jaar ken en die plotseling soms weer zo nieuw voor me is, dat m’n ademhaling van verwondering even stilstaat. O ja, die jasmijn. Hoe is het toch mogelijk mijn God, hij staat daar ingeklemd tussen de verveloze muur van de achterburen en de garage. Hij kijkt heen over het platte donkere modderige dak van de garage. Tussen dat grauw en dat modderige donker is hij zó stralend, zo ongerept, zo uitbundig en zo teer, een overmoedige jonge bruid, verdwaald in een achterbuurt. Ik begrijp niets van die jasmijn. Dat hoef je ook niet te begrijpen. Men kan nog best in deze 20ste eeuw in Wonderen geloven. Dit is een wonder. En ik geloof in God, ook als de luizen me binnenkort hebben opgevreten in Polen. Die jasmijn, ik ben sprakeloos over die jasmijn. Hij staat er al heel lang, maar nu pas begin ik sprakeloos over hem te worden.”[26]
Maria, ciao,
a decine di migliaia sono già partiti da questo luogo, vestiti e nudi, vecchi e giovani, malati e sani – e io ero ancora in grado di vivere e pensare e lavorare ed essere lieta. Adesso anche i miei genitori dovranno partire, se non questa settimana per virtù di un qualche miracolo, certamente la prossima – e io devo imparare ad accettare anche questo. Mischa vuole accompagnarli e mi sembra che debba farlo, perderà la testa se li vedrà partire. Io non lo farò, non posso. È più facile pregare per qualcuno da lontano che vederlo soffrire da vicino. Non è per paura della Polonia che non voglio seguire i miei genitori, ma per paura di vederli soffrire. E dunque, anche questa è viltà. La gente non vuole riconoscere che ad un certo punto non si può più fare, ma soltanto essere e accettare. Io ho cominciato ad accettare già da molto tempo, ma si può farlo solo per se stessi e non per gli altri, ed è per questo che sto passando un momento terribilmente difficile, qui. La mamma e Mischa vogliono ancora fare qualcosa e mettere il mondo sottosopra, e io sono del tutto impotente di fronte al loro atteggiamento. Io non posso fare nulla, non l’ho mai potuto, posso solo prendere le cose su di me e soffrire. In questo consiste la mia forza, ed è una grande forza – ma per me stessa, non per gli altri. A papà e mamma hanno negato il trasferimento a Barneveld, l’abbiamo saputo ieri. Devono tenersi pronti per partire con il convoglio di martedì. Mischa vuole andare dal comandante e dirgli che è un assassino, dovremo tenerlo d’occhio in questi giorni. Papà è apparentemente molto tranquillo. Sarebbe però stato distrutto in pochi giorni se fosse rimasto nella grande baracca e se non gli avessi trovato un posto all’ospedale, ma anche lì la vita sta diventando più o meno invivibile per lui. È completamente indifeso e non è in grado di cavarsela. Le mie preghiere non sono come dovrebbero. So bene che bisogna pregare per gli altri, perché trovino la forza di sopportare ogni cosa. Invece io dico sempre: Signore, fa che duri il meno possibile. E così sono paralizzata in tutte le mie azioni. Da un lato vorrei preparare i loro bagagli nel modo migliore, dall’altro so che tanto glieli porteranno via – ne siamo sempre più sicuri -, e dunque perché trascinarsi dietro tutto quel peso? Qui a Westerbork ho un amico. Era sulla lista dei deportati, la settimana scorsa. Quando sono andata da lui era diritto come un fuso, il volto calmo, lo zaino pronto accanto al letto, non abbiamo parlato della sua partenza, mi ha letto diverse cose che aveva scritto ed abbiamo ancora un po’ filosofato. Non ci siamo resi le cose difficili con il nostro dolore per l’imminente distacco, abbiamo riso e ci siamo detti che ci saremmo rivisti. Eravamo ambedue in grado di sopportare il nostro destino. Ed è proprio questa la cosa che fa disperare, qui: la maggior parte delle persone non è in grado di sopportare il proprio destino e lo scarica sulle spalle altrui. E sotto quel peso, non sotto il proprio, si potrebbe anche soccombere. Io mi sento in grado di affrontare il mio destino, ma non quello dei miei genitori. Questa è l’ultima lettera che posso scrivere, per ora. Oggi pomeriggio dobbiamo consegnare i nostri documenti di identità e diventiamo ufficialmente “residenti del campo”. Perciò dovrai avere un po’ di pazienza con le mie notizie. Forse riuscirò a contrabbandare una lettera prima o poi. Le tue due lettere sono arrivate. Ciao Maria – amichetta mia -.
Westerbork, sabato 10 luglio 1943
Il 7 settembre 1943, sul treno che la porta dal lager di Westerbork a quello di Auschwitz, dove morirà due mesi dopo, Etty ha la forza di scrivere su un bigliettino:
“Abbiamo lasciato il campo cantando.”
In lei non c’è odio né paura. La consapevolezza del Male è così profonda, o così alta, da superare e annullare questi sentimenti. Sa che il Male non è fuori di noi, ma dentro di noi:
“Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare: e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.”
Ed ecco allora le parole cruciali:
“È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. Abbiamo ancora così tanto da fare in noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale.”
Con quest’ultima frase Etty Hillesum lancia il suo insegnamento verso ogni epoca futura, verso ogni catastrofe della Storia. Dal profondo orrore di quell’autunno di morte del 1943, pochi giorni prima di varcare i cancelli di Auschwitz, Etty si chiede, e chiede anche a noi:
“Ma non esistono forse altre realtà, oltre a quella che si trova sui giornali e nei discorsi vuoti e infiammati di uomini intimoriti?”
Sa che gli esseri umani precipitano nel dolore a causa della vanità, della falsità, della confusione delle loro vuote parole.
E quanto male possono fare le parole!
Le parole non sono mai neutre, modellano le percezioni, nutrono gli immaginari e influenzano le coscienze, specialmente quelle dei più fragili, che, a volte, penano a prendere la distanza necessaria dalla reiterazione delle immagini e delle narrazioni:
“Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dire quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò, mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto.”
Etti Ellisum avrebbe potuto salvarsi, ma decide, consapevolmente, di non nascondersi e di condividere la sorte del suo popolo:
“Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”“.
Il diario scritto da Etty Hillesum si conclude con queste parole:
“Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.”
Papa Benedetto XVI, il sapientissimo, ricorda che “la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone”:
“Inizialmente lontana da Dio, nella sua vita dispersa e inquieta, Etty Hillesum Lo ritrova proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio.”
Sempre Papa Ratzinger, nel tentativo di mettere a fuoco questo enigma, non esita a proferire parole pesanti come macigni:
“Dov’era Dio ad Auschwitz?”
Tra le tante domande che Auschwitz ci ha lasciato, una abbastanza cruciale e complessa riguarda il problema relativo al rapporto tra esistenza di Dio e possibilità del male, facendo tornare in auge la vecchia formula agostiniana “Si Deus, unde malum?”.
“Non iniziò con le camere a gas. Non iniziò con i forni crematori. Non iniziò con i campi di concentramento e di sterminio. Non iniziò con i 6 milioni di ebrei che persero la vita. E non iniziò nemmeno con gli altri 10 milioni di persone morte, tra polacchi, ucraini, bielorussi, russi, yugoslavi, rom, disabili, dissidenti politici, prigionieri di guerra, testimoni di Geova e omosessuali. Iniziò con i politici che dividevano le persone tra “noi” e “loro”. Iniziò con i discorsi di odio e di intolleranza, nelle piazze e attraverso i mezzi di comunicazione. Iniziò con promesse e propaganda, volte solo all’aumento del consenso. Iniziò con le leggi che distinguevano le persone in base alla “razza” e al colore della pelle. Iniziò con i bambini espulsi da scuola, perché figli di persone di un’altra religione. Iniziò con le persone private dei loro beni, dei loro affetti, delle loro case, della loro dignità. Iniziò con la schedatura degli intellettuali. Iniziò con la ghettizzazione e con la deportazione. Iniziò quando la gente smise di preoccuparsene, quando la gente divenne insensibile, obbediente e cieca, con la convinzione che tutto questo fosse “normale.”[27]
Elie Wisel, Premio Nobel per la Pace 1986, ne La Notte, racconta come perse la fede, una sera, nel piazzale del campo, obbligato ad assistere all’impiccagione del piccolo Pipel, l’angelo dagli occhi tristi.
“Dietro di me sentii il solito uomo domandare: – Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...”.
Fu un momento impossibile da dimenticare:
“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.”
Più che la negazione di Dio è una sorta di rivolta come Wiesel stesso ammette:
“Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo?…In altri tempi credevo profondamente che da uno solo dei miei gesti, che da una sola delle mie preghiere dipendesse la salvezza del mondo. Oggi non imploravo più. Non ero più capace di gemere. Mi sentivo, al contrario, molto forte. Ero io l’accusatore, e l’accusato, Dio. I miei occhi si erano aperti, ed ero solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio, senza uomini; senza amore né pietà. Non ero nient’altro che cenere, ma mi sentivo più forte di quell’Onnipotente al quale avevo legato la mia vita così a lungo”.
Ad Auschwitz Wiesel rimprovera Dio per il suo silenzio, per essere rimasto a guardare. La stessa cosa è accaduta a Primo Levi, che, nell’intervista rilasciata a Ferdinando Camon, dichiara:
“C’è Auschwitz, quindi non c’è Dio.”
La testimonianza di Etty Ellisum ci insegna che il problema non è se Dio c’è o no, ma se ci siamo noi e in che modo decidiamo di essere laddove siamo.
Pertanto, la vera domanda da porsi non è:
“Dov’era Dio ad Auschwitz?”,
ma, come suggerisce il filosofo ebreo alsaziano, sopravvissuto alla Shoah, André Neher:
“Dov’era l’uomo?”
E a questa domanda, che arriva fino a noi, possiamo rispondere solo noi uomini!
In ogni epoca.
Anche nella nostra… dove autoproclamati padroni del mondo esercitano il loro potere.
Solo così avrà senso celebrare, oggi, la Santa Pasqua.
Buona Pasqua 2026!
Daniela Zini
[1] Fernando Bandini.
[2] Aurelio Lepre
[3] Al suo arrivo a Londra, Nicolò Carandini trovò un telespresso del 7 novembre 1944, proveniente dal Ministero degli Affari Esteri che gli dava l’indirizzo politico da seguire.
[4] ACS, Archivio Carandini, busta 2, 11 maggio 1945.
[5] ASMAE, Supplemento all’Inventario dell’Ambasciata in Londra [1938-1950], busta
5, fascicolo “Casi compassionevoli e domande rimpatrio M”, 12 giugno 1945.
[6] Questo estratto del discorso è citato in Lucio Sponza, Divided, cit., p. 302.
[7] Elena Carandini Albertini, Passata è la stagione. Diari 1944-1947, Firenze, 1989, pp. 158-159
[8] Il numero completo del Corriere del Sabato, su cui è pubblicato il messaggio è in ACS, Archivio Carandini, busta 6, fascicolo “Discorsi interviste radiotrasmissioni”.
[9] ACS, PCM, 1944-1947, busta 3550, fascicolo “Situazione dei prigionieri di guerra dislocati nei vari paesi alla data del 1° ottobre 1945 - Dichiarazioni del Presidente del Consiglio Parri”.
[10] Monsignor Jacques Gaillot , nasce l’11 settembre 1935, a Saint-Dizier [Haute-Marne], e viene ordinato prete, nel marzo del 1961, dopo avere svolto il servizio militare in Algeria. Dal 1965 al 1972, è professore al Seminario Regionale di Reims. Nel 1973, viene nominato parroco a Saint-Dizier, la sua città natale e, nel 1977, vicario generale della Diocesi di Langres. Nel 1982, viene scelto per guidare la Diocesi di Évreux.
Per una serie di prese di posizione piuttosto scomode, Gaillot entra in contrasto con i vescovi francesi. Nel 1983, vota contro il testo dell’Episcopato sull’utilizzo del nucleare come forza di dissuasione. Due anni dopo, prende posizione a favore della sollevazione palestinese dei Territori occupati e incontra Yasser Arafat a Tunisi.
Nel luglio del 1987, parte per il Sudafrica per incontrare un giovane militante anti-apartheid di Évreux, condannato a quattro anni di carcere dal regime di Pretoria, e per compiere questo viaggio rinuncia ad accompagnare il pellegrinaggio diocesano a Lourdes, attirandosi diverse critiche.
Nel novembre del 1988, interviene nell’ambito del dibattito a porte chiuse dell’assemblea plenaria a Lourdes per proporre l’ordinazione di uomini sposati.
Nel 1991, proclama la sua opposizione alla Guerra del Golfo, pubblicando Lettre ouverte à ceux qui préchent la guerre et la font faire aux autres.
Nel 1994, Gaillot compie due gesti “eversivi” occupa con i Sans Papiers la Basilica del Sacro Cuore a Montmartre e pubblica Urlo contro l’esclusione. L’anno di tutti i pericoli.
Nel 1995, papa Giovanni Paolo II lo convoca in Vaticano per le sue posizioni non ortodosse in seno alla Chiesa e gli propone di dimettersi, con il titolo di vescovo emerito di Évreux. Ma Gaillot rifiuta e, poiché non si può lasciare un vescovo senza la titolarità di una diocesi, gli viene assegnata una Diocesi non più esistente, Partenia, nel territorio della Mauritania in Algeria, dove, da giovane, aveva fatto il servizio militare e da quella esperienza aveva maturato la sua scelta a favore della nonviolenza.
Nel 2019, si era espresso a favore dei curdi.
[11] Il cardinale Aron Jean-Marie Lustiger nasce a Parigi come Aron Lustiger, da una famiglia di ebrei polacchi, stabilitasi in Francia antecedentemente alla Prima Guerra Mondiale. Quando i Nazisti occupano la Francia, nel 1940, i suoi lo mandano a vivere presso una famiglia cristiana a Orléans. Si converte al cattolicesimo e riceve il battesimo, il 21 agosto 1940. La sua famiglia fu deportata: sua madre e sua sorella muoiono nel campo di sterminio nazista di Auschwitz, mentre suo padre riesce a sopravvivere.
Il 10 novembre 1979, è nominato, da papa Giovanni Paolo II, vescovo di Orléans e riceve l’ordinazione episcopale, l’8 dicembre successivo, dal cardinale François Marty, co-consacranti l’arcivescovo Eugène-Marie Ernoult e il vescovo Daniel-Joseph-Louis-Marie Pézeril.
Il 31 gennaio 1981, è nominato arcivescovo metropolita di Parigi e, il successivo 12 marzo, ordinario per i fedeli di rito orientale in Francia.
Nel 1995, è nominato membro dell’Académie Française.
Lustiger è l’unico alto prelato cattolico che sia nato e si considerasse ebreo. Parlava correntemente lo yiddish. Affermava di essere orgoglioso delle sue origini ebraiche e si definiva un “ebreo completo”:
“Io sono nato ebreo e così rimango, anche se questo può essere inaccettabile per molti.
Per me, la vocazione di Israele è quella di portare luce ai goyim. Questa è la mia speranza e credo che il Cristianesimo sia il mezzo per raggiungere questo scopo.”
Un’affermazione che offese quegli ebrei che negavano a Lustiger il diritto di proclamarsi ebreo, sebbene, secondo la halakha [legge religiosa ebraica], Lustiger fosse da considerarsi ebreo, nonostante la conversione al cattolicesimo.
Il suo strenuo sostegno allo Stato d’Israele, che contrastava con la posizione del Vaticano, ufficialmente neutrale, gli guadagnò qualche favore dall’opinione pubblica ebraica.
Nel 1988, Lustiger ricevette il Premio Nostra Aetate per l’avanzamento delle relazioni ebraico-cattoliche dal Center for Christian-Jewish Understanding of Sacred Heart University Fairfield [Connecticut]; ma il direttore dell’Anti-Defamation League, Abraham Foxman protestò perché riteneva inappropriato onorare Lustiger, in quanto aveva abiurato la fede ebraica:
“Va bene averlo come interlocutore a una conferenza o a un colloquio, ma non ritengo che dovrebbe ricevere onori, poiché si è convertito e ciò lo rende un cattivo esempio.”
L’11 febbraio 2005, viene accettato il ritiro di Lustiger dalla sede arcivescovile di Parigi.
Il 5 agosto 2007, la morte di Lustiger è, pubblicamente, annunciata dal presidente francese Nicolas Sarkozy.
Il funerale è celebrato nella Cattedrale di Notre-Dame, il 10 agosto del 2007.
[12] “Durante la campagna elettorale, per cercare di far risalire i sondaggi che lo danno perdente, ha dovuto persino salire su un tavolo, assieme alla moglie, per mostrarsi “simpatico” e “aperto alla gente”. Ma Edouard Balladur, disegnato da Plantu su Le Monde come un nobile del ‘700 sempre in portantina, soprannominato “Sua sufficienza Grand Ballamouchi”, non è fatto per derive populiste. È l’opposto del suo “amico di trent’anni” ora rivale nella corsa all’Eliseo, Jacques Chirac. E così, dopo aver ceduto alle pressioni dei collaboratori, nell’ultima settimana di campagna ha ripreso i vecchi abiti di uomo serio, il cui compito “non è quello di fare il clown nei mercati, nei teatri o alla tv”.
Balladur è nato a Smirne, in Turchia, ma non ama parlare di questa sua origine armena. Il padre era uno dei dirigenti della banca ottomana, discendente di una famiglia francese “levantina” sotto protezione del sultano dal 1795, obbligato a lasciare la Turchia dopo la rivoluzione di Kemal Ataturk. Studia a Marsiglia e poi dopo un anno di diritto arriva a Parigi, dove alloggia in un pensionato di padri mariani che anni prima aveva accolto anche François Mitterrand. “Distante”, “freddo”, “l’ultima estasi della borghesia”: i giudizi di chi lo ha conosciuto in gioventù non sono teneri. Balladur è un fervente cattolico, sposato con quattro figli [tre dei quali ben piazzati nel mondo della finanza, grazie alla longa manus di papà]. La moglie, Marie Josèphe Delacour, è una bigotta che si è perfino rifiutata di salutare la compagna di un ministro, perché viveva more uxorio senza aver divorziato dal marito.
Balladur ha iniziato la carriera politica sotto l’ala protettrice di Georges Pompidou, alla fine degli anni ‘60, assieme a Jacques Chirac. È stato segretario generale dell’Eliseo, dopo aver “fatto fronte” al maggio ‘68. Poi, entra nel privato, con l’arrivo di Giscard d’Estaing che gli toglie la succosa presidenza della Società del Tunnel del Monte Bianco. Nel ‘77 è presidente di una filiale della CGE [oggi Alcatel], la GSI. Oggi, questo passaggio nel privato gli sta dando qualche noia elettorale, perché si è scoperto che il politico che i francesi giudicano “onesto” più degli altri, ha percepito dall’88 al ‘93 una remunerazione molto consistente come “consigliere” dalla GSI, dopo che quando era ministro delle finanze e delle privatizzazioni aveva permesso che questa società venisse venduta ai suoi dirigenti a un prezzo di favore.
Il segreto di Edouard
È il segreto di Balladur: l’aver intessuto per anni, all’ombra dei riflettori dei media, una imponente rete di amicizie e di legami con il mondo della grande finanza. Alla testa del Ministero delle Finanze e Privatizzazioni dall’86 all’88, Balladur favorisce la nascita dei “nuclei duri”, cioè delle partecipazioni incrociate tra i consigli di amministrazione delle società privatizzate, dove siedono ormai uomini legati al primo ministro. A questo mondo ha fatto anche il favore di sopprimere la patrimoniale imposta dai socialisti.
Questa rete di legami è una forza, ma rappresenta il suo tallone d’Achille: nel corso della campagna, il primo ministro non è riuscito a scollarsi di dosso l’immagine di uomo della finanza, di politico del rigore, attento ai bilanci delle società e non ai bisogni dei cittadini. Politicamente, pur appartenendo al partito neo-gollista [di cui ha preso la tessera solo molto recentemente] si è legato strettamente con alcune componenti della coalizione UDF, capeggiata da Giscard d’Estaing [che, però, si è schierato con Chirac].
Edouard ha cercato di cambiare immagine. Lui che si fa dare del “voi” da moglie e figli, ha permesso che dei militanti gollisti lo chiamassero “Doudou”. Lui che ama soprattutto le coquilles Saint-Jacques, qualche bicchiere di un gran cru di Bordeaux e il Mont blanc di Angelina [una sala da tè rococò di Parigi], è arrivato persino a servire la testina in salsa ai pranzi a Matignon. Ma la mascherata non è riuscita: Balladur è visto come il candidato della grande finanza, del padronato, della borghesia urbana. Il suo stile “british” non piace, i calzini rosso scuro comprati a Roma da Gammarelli innervosiscono. Tra lui e l’elettorato giovane, poi, c’è una netta incomprensione: l’alleanza con il ministro degli interni Charles Pasqua gli è stata fatale, il ricordo delle manifestazioni contro il CIP, il “salario di ingresso”, ravviva l’ostilità.
Con Mitterrand ha realizzato una “coabitazione” gentile da quando è stato nominato primo ministro nel ‘93, grazie a un calcolo di Jacques Chirac, che lo ha voluto “bruciare”: in effetti, adesso, Balladur appare come il candidato della continuità [paradossalmente assieme al socialista Jospin], di fronte a Chirac, simbolo della “rottura”. E paga le dimissioni forzate di tre suoi ministri, accusati di corruzione.”
Anna Maria Merlo, Arranca l’uomo della grande finanza, Il neo-gollista considerato il candidato della “continuità” paga le dimissioni forzate di tre dei suoi ministri per corruzione, il Manifesto, 15 aprile 1995 [https://ilmanifesto.it/archivio/1995006283].
[13] “Sono pochi i francesi che conoscono il nome della massima autorità della Chiesa cattolica del Paese. La stragrande maggioranza di loro sa però chi è monsignor Jacques Gaillot. Uomo estremamente umile, dallo sguardo sereno e dalla voce pacata, che senza enfasi dice quello che vorremmo sentirci dire da molti politici. Nasce l’ 11 settembre del 1935 a Saint-Dizier, una piccola città della Francia. A 20 anni fu costretto a lasciare il seminario per prestare il servizio militare in Algeria, durante la guerra di liberazione contro il colonialismo francese. Racconta che fu una fortuna per lui non aver dovuto imbracciare le armi, perché era stato destinato ai lavori sociali e alla vita nella comunità.
- Monsignor Gaillot, cosa ha significato per lei aver vissuto quella guerra?
Quell’ esperienza cambiò la mia vita. Feci conoscenza con l’ islam, una religione molto diversa da quella cattolica e della quale non ne sapevo niente. Venni a sapere che i musulmani avevano fede in un solo Dio, che pregavano e che erano ospitali. Furono come fratelli per me. Questa interreligiosità influì sulla mia fede. La violenza della guerra mi convertì in un militante della non-violenza. Fondamentalmente l’ Algeria fu come un seminario per me.
- Dopo 22 mesi in Algeria è inviato a Roma e nel 1961 ordinato sacerdote. Nel 1982 fu nominato vescovo della città di Evreux in Francia ma viene sollevato da questo incarico pastorale il 13 gennaio del 1995? Come mai?
Alcuni giorni prima di quella data ero stato chiamato a comparire davanti alle autorità del Vaticano senza conoscerne il motivo. Con mio stupore, nel giro di poche ore fui dichiarato colpevole e in meno di un giorno fu decretata la mia espulsione dalla diocesi. Il cardinale Bernardin Gantin, prefetto della Congregazione dei Vescovi mi propose di firmare le dimissioni e in cambio avrei potuto mantenere il titolo di onorificenza di vescovo emerito di Evreux. Non firmai nulla. Mi nominarono allora vescovo di Partenia [1], una diocesi situata nell’ attuale Algeria, che non esisteva dal secolo V.
Con le mie poche cose lasciai la diocesi di Evreux. Non avevo dove alloggiarmi e mi sistemai per un anno a Parigi in un edificio occupato da famiglie senza dimora e da stranieri senza documenti. Poi fui accolto presso la Comunità dei Missionari Spiritani.
- Cosa spinse secondo lei il Vaticano a prendere questa decisione così drastica? Forse le sue posizioni politiche e il suo impegno sociale? Vediamo: nel 1983 fu uno dei due vescovi che votò contro il testo dell’ episcopato sull’ utilizzo del nucleare come forza di dissuasione. Nel 1985 appoggiò la sommossa palestinese nei territori occupati da Israele e incontrò Yasser Arafat a Tunisi. Nel 1987 invece di partecipare al pellegrinaggio per la Vergine di Lourdes preferì viaggiare fino in Sud Africa per incontrare un militante anti-apartheid in carcere. Nel 1988 dalla rivista Lui sostenne il sacerdozio agli uomini sposati. Lo stesso anno si dichiarò a favore della benedizione agli omosessuali. Il 2 febbraio del 1989 pubblicò sulla rivista Gai Pied un articolo dal titolo “Essere omosessuale e cattolico”. Dal 1994, si è dedicato completamente alle associazioni di sostegno agli emarginati tanto che la chiamano il “vescovo dei senza”: senza documenti, senza domicilio… Non crede che questo sia sufficiente a farsi dei nemici negli ambienti di potere ecclesiastico e civile?
Ancora oggi non ne le ho prove ma fonti affidabili mi hanno confidato che il governo francese, in modo particolare il ministro degli Interni di allora, Charles Pasqua, ebbe a che vedere con la decisione del Vaticano. Non dimentichiamo che in Francia questo ministero è quello che si occupa anche delle religioni.
Penso che un mio libro che criticava la legge sull’immigrazione fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Il Vaticano e il Governo francese vollero isolarmi. Tuttavia, nel 1996 per il primo anniversario della mia partenza da Evreux, alcuni amici crearono in internet l’associazione Partenia [1], facendomi diventare così un “vescovo virtuale”. Il Vaticano non avrebbe mai immaginato che sarei riuscito a dar vita all’ unica diocesi in espansione, con il più grande numero di fedeli al mondo e di differenti lingue.
Ringraziai subito il Vaticano e il signor Pasqua perché mi avevano permesso di raggiungere rapidamente l’altra sponda, dove scoprii una nuova vita. Mi sono aperto a più libertà e libero da tutti gli attacchi mi sono pienamente ritrovato in azione con gli esclusi. Posso vivere con la gente, condivido le loro allegrie le loro pene. È stato incredibile. Anche se Pascua è indagato per vari reati e la Chiesa perde ogni giorno più fedeli.
- Come considera la Chiesa cattolica al giorno d’oggi?
La Chiesa ci ha insegnato che Dio ha voluto portarci le disgrazie per poi condurci alla rassegnazione. Questo non è cristiano. La Chiesa fa intervenire Dio per obbligarci ad obbedire e a non pensare. Pochi discorsi su Dio mi parlano di lui ma quando qualcuno mi parla degli esseri umani allora mi parla davvero di Dio. L’ Istituzione resta immobile sul suo piedistallo, lontano dal popolo e da Dio. E continuando così la Chiesa si trasformerà in una setta perché molti si stanno avvicinando ad altre religioni. La Chiesa vive un’emorragia
Deve cambiare, modernizzarsi, accettare che le coppie hanno il diritto di divorziare e di usare il profilattico; che le donne possono abortire, che uomini e donne possono essere omosessuali e sposarsi; che le donne possono arrivare al sacerdozio e avere accesso alle alte sfere decisionali; si deve rivedere la disciplina del celibato perché i sacerdoti possano amare come ogni altro essere umano, senza dover vivere relazioni clandestine, come delinquenti.
La situazione attuale è malsana e distruttiva per gli individui e per la Chiesa. Il Vaticano è l’ ultima Monarchia Assoluta d’Europa. La Chiesa deve accettare la democrazia a tutti i livelli. Si deve cambiare modello perché quello attuale non è evangelico.
- Che pensa della Teologia della Liberazione che si diffuse così tanto in America latina?
Me ne interessai perché è una teologia che parla dei poveri. Non parla della liturgia, né del catechismo e nemmeno della Chiesa, parla dei poveri. Insegna che sono gli stessi poveri che devono prendere coscienza della necessità della loro liberazione.
Io ed altri fummo molto sensibili agli insegnamenti di Don Eleder Cámara in Brasile, un grande teologo[2], del vescovo Leónidas Proaño in Ecuador [3], del vescovo Oscar Romero in El Salvador e di altri sacerdoti soprattutto latinoamericani. Fu un colpo terribile per me quando l’arcivescovo Romero venne ucciso mentre celebrava una messa, il 24 marzo del 1980. Aveva lasciato la Chiesa dei potenti per stare con i poveri. Questa conversione di mons. Romero mi sembrò ammirevole.
In America latina sono esistiti sacerdoti e religiose che hanno imbracciato le armi [4]. Io non mi permetto di giudicarli perché quella è la loro scelta ma non sono d’accordo perché sono un non-violento.
Evidentemente la Teologia della Liberazione è pericolosa per i potenti. Quando i poveri sono sottomessi e accettano il loro triste destino, non c’è nulla da temere, sono una manna dal cielo per i ricchi che possono dormire tranquilli. Ma sei poveri si svegliano prendendo coscienza della loro condizione , convertendosi in attori di cambiamento, questo impaurisce il potere.
Se i poveri prendono la parola nella stessa Chiesa e mettono in dubbio l’Istituzione, è terribile. E la Chiesa dice: Questi sono comunisti! Attenzione! E quindi regolarmente dittatori, governi, repressivi e il Vaticano si alleano per combattere insieme.
Purtroppo non ci sono molti ribelli nella Chiesa perché l’Istituzione forma all’obbedienza e alla sottomissione.
- Come vede la situazione sociale ed economica in Francia?
Io giudico una società in funzione di quello che fa per i più bisognosi. Ovviamente non ne posso dare che un giudizio severo perché la Francia non rispetta il diritto e l’essere umano.
Per me il problema principale è l’ingiustizia che regna dappertutto. Quelli che stanno al potere non investono nei poveri. Abbiamo un governo che favorisce solo i ricchi. E ci sono tre milioni di poveri in Francia!
Molti nostri concittadini credono che i lavoratori immigrati privi di documenti approfittino del sistema, senza sapere che anche loro ricevono il formulario delle tasse a casa. Sono riconosciuti dalle amministrazioni ma siccome non sono in regola non possono beneficiare di nessun aiuto sociale. Questa è un´estorsione da parte dello Stato.
E la Chiesa in questo? Prendiamo ad esempio quanto accaduto il 23 agosto del 1996 quando quasi un migliaio di poliziotti antisommossa mille poliziotti delle squadre speciali forzarono a colpi di ascia le porte della chiesa Saint Bernard de la Chapelle a Parigi tirando via con la forza trecento stranieri irregolari. Ero arrabbiato e sconvolto perché era stato lo stesso vescovo a chiedere la loro espulsione. E quando si cacciano degli esseri umani che cercano protezione in una chiesa si sconsacra quella chiesa. E disgraziatamente continua a succedere.
E che si fa con i clandestini? Si ammassano in centri di detenzione, dandogli un trattamento degno di un campo di concentramento. È quello che succede oggi in Francia. Nelle carceri si verifica un suicidio ogni tre giorni. E’ terribile. L’ unico orizzonte che hanno i detenuti è il suicidio. Non si era mai visto. In Europa, la Francia ha il record più altro di suicidi per impiccagione in carcere.
- Di fronte a questa terribile situazione, dove è il discorso del governo sulla crisi economica?
In questa crisi economica non sono i ricchi ad esserne toccati, ma i più poveri. L’ anno scorso eravamo contro la legge del sistema pensionistico perché favorisce i ricchi e penalizza i poveri.
Oggi molti francesi vanno dal medico, dal dentista o dall’ oculista quando non possono fare altrimenti. E a volte è tardi. Le conquiste sociali si stanno lentamente perdendo in tutti i settori.
E la crisi rovina le famiglie. Se qualcuno compra una casa e poi perde il lavoro e non ne trova un’ altro, la deve vendere. Questo porta problemi di droga e di delinquenza.
L’edilizia sociale non è una priorità politica perché quelli che stanno al potere posseggono belle ville. Si costruisce poco in edilizia sociale e la gente non sa dove andare. Si lascia la gente per strada mentre ci sono molti edifici vuoti a Parigi.
Quando arriva l’inverno il Governo parla di “piani”. Allora si aprono palestre o sale per ospitare qualche centinaia di persone che non hanno alloggio. Ma non è dei piani invernali che si ha bisogno, è di alloggi dignitosi. È una vergogna, è disumano, non è cristiano lasciar morire di freddo centinaia di persone per strada in Francia.
Come disse lo scrittore Víctor Hugo: “Facciamo la carità quando non riusciamo a imporre l’ingiustizia”. Perché non è carità quello di cui si ha bisogno. La giustizia va alle cause, la carità agli effetti. Io non dico che non si debba aiutare con un piatto di minestra o un cappotto chi sta per strada. Esistono delle urgenze. Io la sera di Natale sono stato invitato a donare un piatto caldo di minestra a chi non aveva nulla. L’ho fatto ma la mia coscienza non è tranquilla, lo sapete? Ci sono delle cause strutturali che costringono la gente alla miseria e sono quelle che dobbiamo combattere.
La cosa più triste è che la gente si abitua alle ingiustizie. E io dico: sveglia! Vergognatevi! Indigniamoci contro l’ingiustizia!
Oggi l’ingiustizia è presente in tutta la Francia. Esistono oasi di ricchezza, di lusso esorbitante ed estensi ghetti di miseria. In Francia esiste una evidente violazione dei diritti dell’uomo. Quindi dobbiamo lottare per far rispettare i diritti delle persone.
- L’anno scorso ci sono state massicce manifestazioni di protesta contro diversi progetti del governo che però non ha fatto marcia indietro.
Io credo che quando non si rispetta il popolo che si esprime per strada, non si prepara il futuro. In Francia rimase un sentimento di rabbia. Non può continuare così, non si può continuare a mettere la polizia da tutte le parti per contenere il disagio del popolo. Questo ci ha portato ad avere uno stato di polizia.
L’ingiustizia non porta la pace. Tutto il contrario. C’è del fuoco sotto la pentola. Quando c’è ingiustizia che cova sotto la cenere, il coperchio salterà.
- Le sue lotte per la giustizia non sono solo in Francia. Anche in altri luoghi si sono fatte sentire le sue parole e le sue azioni. Mi faccia alcuni esempi.
Continuiamo a lottare per il popolo palestinese. Israele è uno Stato coloniale che ruba la terra palestinese ed esclude questo popolo con la forza. Da più di 60 anni la Palestina vive sotto occupazione israeliana e nell’ ingiustizia. E la cosiddetta comunità internazionale fa ben poco o nulla. Per questo ci stiamo mobilitando ovunque per esercitare pressioni sul governo israeliano. E una delle azioni è boicottare i prodotti che provengono da Israele, e principalmente quelli prodotti nei territori occupati. La gente non sa che 50 prodotti agricoli si producono in Palestina a esclusivo beneficio di Israele. Mentre i palestinesi vivono nelle ingiustizie non esisterà la pace.
Cuba. Questo è un paese che ha un futuro. Ho potuto constatare che è un popolo degno, coraggioso e solidale. A Cuba ci può essere povertà ma non esiste la miseria che si vede in qualsiasi altro Paese dell’America Latina o della stessa Francia o degli Stati Uniti. Nonostante l’embargo imposto dagli Stati Uniti, tutti hanno assistenza sanitaria ed educazione gratuite e nessuno dorme per strada. È incredibile!
Faccio parte del Comitato Internazionale per la Liberazione dei Cinque Cubani detenuti negli Stati Uniti per la loro lotta contro le azioni terroriste che si stavano organizzando a Miami. Sono in questo Comitato perché mi sono reso conto che si stava commettendo una grave ingiustizia e questo non poteva essere tollerato.
- Che pensa del modo in cui la stampa francese tratta i processi sociali e politici alternativi che si stanno sviluppando in America latina? E perché questa stampa ha la tendenza a ridicolizzare presidenti come Evo Morales o Hugo Hugo Chávez?
Questo comportamento della stampa si deve al fatto che, regolarmente la Francia appoggia a chi non dovrebbe. È questione di interessi. Questi presidenti non fanno quello che chiedono i ricchi, mentre la Francia spesso è da quella parte. Come in Africa.
E la partecipazione delle donne in politica in America Latina è straordinaria. Per esempio una donna alla guida del Brasile! In Francia non siamo stati capaci di avere nemmeno una donna primo ministro. Siamo così maschi! Ah, sì, una volta abbiamo avuto la signora Edith Cresson, ma non rimase molto tempo, fu massacrata a causa della sua condizione femminile! Siamo maschi e volgari come non si può immaginare.
Oggi non è la vecchia Europa che dà l’esempio, è l’America Latina. Dobbiamo guardare in quella direzione.
- Mons. Gaillot, infine, due ultime domande: Come é considerato lei dagli altri membri della Chiesa cattolica? E come cittadino ed essere umano vede una alternativa alla situazione sociale in Francia?
In generale le mie relazioni con gli altri vescovi sono cordiali anche se alcuni preferiscono ignorarmi. Questo si, non mi mandano mai nessun documento della Conferenza Episcopale e nemmeno mi invitano più all’ assemblea annuale a Lourdes. Non credo che Roma voglia farmi tacere , questa sarebbe una punizione estrema. Questo non è piacevole ma quello che mi rasserena è essere in pace con la mia coscienza, dire quello che penso e denunciare che non accetto questo stato di cose.
Per la seconda domanda… ho speranza negli uomini e nelle donne. Continuiamo ad andare avanti. Esistono movimenti cittadini che stanno creando un tessuto associativo alternativo. Vedo molte battaglie che nascono e che si sviluppano poco a poco. E’ formidabile! Ognuno deve trovare il cammino per lottare con gli altri.
Unità: si questo è quello che può salvare la democrazia e i diritti umani. E’ questo quello che mi dà speranza.
Hernando Calvo Ospina.
Note:
2] Fu arcivescovo di Olinda y Recife. Muore il 27 agosto del 1999.
3] Chiamato il “Vescovo degli Indios” e anche il “Vescovo Rosso”. Esercita il suo lavoro pastorale nella città di Riobamba. Muore il 31 agosto del 1998.
4] Sono vari i sacerdoti e le suore che si sono uniti alla guerriglia. Il primo è stato é stato Camilo Torres, morto in combattimento il 15 febbraio del 1966 in Colombia. In Nicaragua durante la guerra contro la dittatura dei Somoza, molti seguirono il suo esempio. Ernesto Cardenal fu il più famoso.
Hernando Calvo Ospina, Monsignor Jacques Gaillot: “In Francia regna l’ingiustizia”.
[14] “Una torbida storia di corruzione istituzionale, di ricatti e rappresaglie, “commissioni occulte” [eufemismo impiegato per designare i compensi da corruzione quando raggiungono scale di valore vertiginose su base planetaria] promesse per favorire la vendita di tre sommergibili militari, ma corrisposte solo in parte; fondi neri creati stornando una parte di queste commissioni appositamente gonfiate per finanziare una campagna presidenziale, una sorda guerra di potere tra due politici di destra, “amici da trent’anni” ma acerrimi rivali che si contendono la presidenza della repubblica; una bomba che esplode in un autobus di Karachi, in Pakistan, e uccide 14 dipendenti di una società di Stato francese d’armamenti, la Direzione dei cantieri navali; la risposta di un servizio segreto che invia una squadra speciale per rapire e “spezzare le ginocchia” a tre generali dello Stato maggiore pakistano, ritenuti mandanti dell’attentato, e uccide un ufficiale di rango inferiore coinvolto nella strage.
No, non è la trama dell’ultimo Le Carré, ma una storia di ordinaria politica francese che si dispiega su uno scenario internazionale, come fu già per lo scandalo delle commissioni versate durante la vendita di alcune fregate da guerra a Taiwan o per le vicende dell’infinito dossier della France-Afrique, quell’intricata rete di rapporti post e para-coloniali tra élites africane francofone e colossi dell’energia di Stato d’Oltralpe, come Elf-Total, e il sistema di potere gollista e poi mitterrandiano. In Italia per raccontare tutto ciò non si sarebbe esitato a descrivere l’azione di poteri occulti, logge massoniche, trame e doppi Stati. Greggi di giornalisti pistaioli sarebbero partiti alla caccia di Stati paralleli, mentre famelici pseudo-storici, che hanno costruito la loro carriera universitaria prestando consulenze ultradecennali a procure e commissioni parlamentari, ci avrebbero propinato fiumi d’inchiostro dietrologico, depistanti ricostruzioni cospirative. Tutto ciò alla fine ci avrebbe solo allontanato dalla percezione della realtà sistemica dello Stato reale e dell’economia capitalistica. Per fortuna in Francia non accade. Lì, lo Stato è lo Stato, non “la bella addormentata nel bosco”. Il suo “nucleo cesareo”, come lo definisce Alessandro Pizzorno, non è l’Immacolata concezione traviata da generali felloni e faccendieri massoni, ma un apparato che ha tra i suoi arcana imperii la capacità di potenza, detiene l’uso della forza legittima, impiega la ragion di Stato anche contro ogni altra razionalità, giuridica o democratica che sia. Insomma gli uomini di Stato fanno gli uomini di Stato, usano le leve del potere insieme a tutte le loro derivazioni esplicite ed implicite, di quel potere che non lascia illusioni, come ricordava Foscolo nei Sepolcri parafrasando Machiavelli che “Alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue”.
Nicolas Sarkozy posseduto da un’ambizione sfrenata, soggiogato dal fascino del potere, dal senso d’onnipotenza che spinge a non avere più cognizione del limite, tutto ciò l’ha imparato molto presto. Giovane promessa del potere gollista, rampante sindaco della cittadina di Neuilly situata sulle ultraborghesi alture che da sempre guardano con disprezzo, misto ad odio e paura, la Parigi operaia di ieri, quella migrante e popolare di oggi, non esitò a tradire all’inizio degli anni 90 l’uomo che l’aveva introdotto nel partito, considerandolo il suo fedele delfino. Come Bruto, il giovane Sarkò accoltellò alle spalle il padre politico, Jacques Chirac, ritenuto spacciato nella corsa presidenziale, per puntare tutte le sue carte sul tecnocrate centrista e ultraliberale Edouard Balladur. Il meno gollista dei gollisti, uno che sembrava uscito dagli armadi pieni di naftalina della régia di Versailles; conservato nel frigorifero della storia, perfetto col codino, la cipria e il gozzo. Un vero esemplare dell’Ancien Régime. Era il 1993, e l’aitante Sarkozy, figlio di un nobile anticomunista decaduto, fuggito dall’Ungheria per trovare in Francia un’agiata vita borghese, livido di rancore, assetato di rivalsa sociale, ansioso di ritrovare i fasti familiari perduti, sale al governo come braccio destro del suo nuovo padrino. Occupa il ministero chiave delle Finanze, a Bercy, potentissimo centro di potere. È il direttore di campagna del suo nuovo capo e pianifica la strategia per le presidenziali. È lui che in questa doppia veste autorizza la creazione di due società schermo, con sede nel paradiso fiscale del Lussenburgo, la Heine e la Eurolux. Servono a coprire, e far transitare, le commissioni occulte versate per ottenere importanti commesse d’armamenti in favore della Direzione dei cantieri navali.
Non solo, l’attività
lobbistica copre altre “missioni”, tutte illecite: sorveglianza della
magistratura, entrismo nei ministeri sensibili, acquisto d’informazioni
confidenziali e raccolta di fondi neri necessari a sostenere la campagna per la
presidenza della repubblica del candidato Balladur. Due intermediari libanesi,
Ziad Takieddine e Abdulrahman El-Assir, ricevono l’incarico di seguire i
negoziati con gli ufficiali superiori dello Stato maggiore pakistano. Il loro
compito è quello di oliare la macchina della trattativa per la vendita di tre
sommergibili con il versamento di colossali commissioni, 180 milioni di
franchi, circa il 10,25% dell’ammontare complessivo dei contratti, 5,5 miliardi
di franchi, 825 milioni di euro attuali]. I destinatari dei fondi occulti sono
alcuni generali legati all’ala più radicale dell’Isi. Il potente servizio
segreto pakistano, il vero centro autocratico del regime di Islamabad. L’accordo,
oltre al versamento delle tangenti prevede anche delle importanti
contropartite, quelle che in termine tecnico vengono definite “retro-commissioni”.
Una parte delle somme versate, gonfiate appositamente, dovranno tornare
indietro per finanziare la campagna presidenziale. Solo che tutti i
protagonisti dell’affare sottovalutano un rischio: la possibilità che Balladur
non arrivi a vincere la corsa all’Eliseo. Ipotesi che al momento della stipula
dei contratti appare del tutto remota. Invece accade proprio l’imprevisto:
nella sorpresa generale al primo turno passa Chirac e Balladur è trombato. L’intero
sistema di potere e finanziamenti crolla. Questa storia girava da tempo nei
circoli del potere parigino, ma ora l’intero retroscena sta emergendo alla luce
del sole grazie alla scoperta di un rapporto, soprannominato “Nautilus”, fatta
durante una perquisizione nei locali della Direzione dei cantieri navali e reso
pubblico dalla testata online Mediapart,
diretta dall’ex capo redattore di Le Monde, Edwy Plenel.
Redatto nel settembre 2002 da Claude Thévenet, un ex agente della Dst
[controspionaggio], per conto dell’ufficio informazioni interno all’azienda,
nel dossier si legge che la vendita al Pakistan di tre sottomarini classe
Agosta era accompagnata dalla promessa del versamento di cospicue commissioni
ad alcuni dignitari pakistani che avevano facilitato l’operazione. Al tempo
stesso l’accordo prevedeva lo storno di retro-commissioni che avrebbero dovuto
finanziare la campagna presidenziale di Balladur. La vittoria imprevista di
Chirac, suo nemico politico, provoca – sempre secondo il rapporto – l’immediata
sospensione dei versamenti disposta dall’allora ministro della Difesa Charles
Millon [che il 24 giugno scorso ha confermato la circostanza a Paris
Match].
L’obiettivo era quello di “prosciugare le reti di finanziamento occulte dell’Associazione per la Riforma d’Edouard Balladur”. Cessazione confermata da un rapporto del consigliere di Stato Jean-Louis Moynot del febbraio 2000, citato da le Monde. Sempre secondo la ricostruzione fatta da Thévenet, frutto d’informazioni provenienti da molteplici fonti, come scrive lui stesso, [contatti diplomatici in Pakistan, funzionari delle Nazioni unite, agenti dei servizi segreti britannici e francesi, membri del Foreign Office], le autorità pakistane avevano indirizzato numerosi “avvertimenti” al personale diplomatico francese in loco per sollecitare il pagamento delle commissioni. “Si trattava in particolare di una bomba inesplosa fatta ritrovare nel febbraio 2002 sotto un veicolo della moglie di un funzionario”. D’altronde, in precedenza, le autorità francesi, sotto l’egida della presidenza Chirac, non avevano lesinato sui mezzi di persuasione per far comprendere ai pakistani che non avrebbero più pagato le commissioni promesse dai balladuriani. Dei tiri d’arma da fuoco sarebbero stati esplosi a titolo intimidatorio, secondo quanto riportato dal settimanale le Point, nei confronti dei due emissari libanesi coinvolti nelle trattative affinché rinunciassero definitivamente alla riscossione delle commissioni.
Ma non basta, Thévenet e Gérard-Philippe Menayas, ex direttore della Dcn, sostengono che “l’attentato di Karachi è stato realizzato grazie a delle complicità nel seno dell’esercito pakistano, in particolare all’interno degli uffici di sostegno alle guerriglie islamiste dell’Isi”. Secondo i due testimoni, l’interruzione degli impegni commerciali presi dalla Francia avrebbe provocato per “rappresaglia” l’attentato di Karachi dell’8 maggio 2002. “Il modus operandi – è scritto nel dossier Nautilus – come il rinvenimento di una mina magnetica, conduce a ritenere fondata la partecipazione di uomini dell’ufficio afgano dell’Isi. Quest’ultimo, infatti, abbandonato a partire dal gennaio 2002 dal potere politico pakistano, è alla ricerca di fonti autonome di finanziamento. Per questa ragione sta cercando di recuperare i crediti ancora aperti”.
Dietro l’attentato di Karachi non ci sarebbe dunque la mano di un gruppo islamista vicino ad Al-Qaeda, l’Harkatul Moudjahidine al Aalmi, come si era accreditato all’inizio, ma uno scontro d’apparati statali. La giustizia pakistana ha recentemente assolto i due imputati condannati a morte nel 2003. L’Eliseo segue con trepidazione gli sviluppi dell’inchiesta. Sarkozy sa bene di esser sulla linea di mira. Tutti i contratti portano a lui. D’altronde se si fa politica col traffico di sommergibili, prima o poi c’è sempre un siluro che torna indietro.
Ma non è finita qui. Di fronte
al magistrato Marc Trévidic, del polo antiterrorista di Parigi, Thévenet il 14
maggio scorso ha svelato la contro-rappresaglia messa in atto dalla Dgse, i
Servizi esterni francesi. Una squadra della sezione “Action”, la struttura
preposta alle azioni illecite, con licenza di uccidere all’estero soggetti
nemici o nocivi agli interessi della nazione, è intervenuta per punire i
militari pakistani ritenuti i mandanti del “ricatto”. Tre generali pakistani
sarebbero stati prelevati e sottoposti ad un “trattamento” che li ha lasciati
con le “ginocchia spezzate”. Un altro militare inferiore di grado sarebbe stato
“neutralizzato”, che nel gergo vuol dire ucciso.
La strage di Karachi è dunque il risultato di una guerra sporca, di terrorismo
nella sua essenza più pura e originale, terrorismo di Stato come prolungamento,
non della politica stavolta, ma del mercato. Terrorismo come strumento di
marketing commerciale. Mai come in questo caso il re è nudo e la retorica
vittimaria ridotta a una conchiglia vuota. Cosa mai può contare il dolore dei
familiari, esiziale in altre circostanze, di fronte ad una campagna per le
elezioni presidenziali, allo scontro tra fazioni politiche che si contendono le
reti di finanziamento occulto, ad una guerra commerciale per strappare
contratti sul mercato degli armamenti? Nulla finché non coincide con gli
interessi superiori dello Stato. L’Etica in questo caso è a geometria
variabile, come le ali di un cacciabombardiere da piazzare sul mercato.
Paolo Persichetti, Dietro l’attentato di Karachi nel 2002 una rappresaglia dei generali di Islamabad
Posted on 27 giugno 2009
Vendita di armi, commissioni occulte non corriposte, tangenti e giro di fondi neri per le presidenziali francesi del 1995, dietro l’attentato contro la Direzione dei cantieri navali a Karachi nel 2002. Non fu terrorismo islamico ma un ricatto dei servizi pakistani. Terrorismo di Stato, dunque, non come prolungamento della politica ma del mercato, Liberazione 28 giugno 2009 [https://insorgenze.net/2009/06/27/dietro-l%E2%80%99attentato-di-karachi-nel-2002-una-rappresaglia-dei-generali-di-islamabad/].
[15] Frédéric Gugelot, 9. Un marranisme inversé ? La revendication de la judéité par les convertis au catholicisme, p. 213-228 [https://books.openedition.org/demopolis/170].
[16] Il cardinale Pietro Pavan fu determinante nella scrittura delle Encicliche Mater et Magistra e Pacem in terris, rispettivamente promulgate il 15 maggio 1961 e l’11 aprile 1963, da papa Giovanni XXXIII.
Partecipò alla Seconda Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal 30 settembre al 6 novembre 1971.
[17] Giovanni XXIII, La mia vita in Oriente. Agende del Delegato Apostolico 1940-1944.
[18] Il 10 dicembre 1944, papa Pio XII nominò nunzio apostolico a Parigi, monsignor Angelo Roncalli.
[19] Alla morte di papa Giovanni XXIII, il patriarca Atenagora I di Costantinopoli scriveva:
“Tutto il mondo ortodosso e specialmente il trono ecumenico e colui che lo occupa, si rattristano per la morte di questo meraviglioso operaio che ha combattuto per l’idea dell’unità e della collaborazione tra le Chiese.”
Nel settembre del 2000, la International Raoul Wallenberg Foundation ha chiesto formalmente allo Yad Vashem Institute di Gerusalemme di inserire il nome di papa Giovanni XXIII nell’elenco dei “Giusti tra le Nazioni”.
[20] Hannah Arendt , ebrea tedesca, intellettuale tra le più originali della seconda metà del Novecento, fugge dalla Germania dopo la presa del potere da parte di Hitler. Tra le sue opere più importanti, dedicate alla natura del potere e alla politica, Le origini del totalitarismo [1951], Vita Activa. La condizione umana [1958] e La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme [1963].
[21] Vittorino Andreoli: «Gesù? Un esempio per tutti» Famiglia Cristiana 14 dicembre 2023 [https://www.famigliacristiana.it/attualita/vittorino-andreoli-gesu-un-esempio-per-tutti-l7dlgz0s].
[22] Publio Cornelio Tacito, illustre storico latino del I secolo, scrive che l’imperatore romano Nerone accusò i cristiani di avere causato l’incendio di Roma, e, quindi spiega:
“Il nome [cristiani] derivava da Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato.”
Anche Svetonio e Plinio il Giovane, altri scrittori latini dell’epoca, fanno riferimento a Gesù.
[23] “Mai nessuna opera mi è costata tanta fatica.”,
confidò Lev Tolstoj ad Anton Cechov.
[24] Esther Hillesum [questo il suo vero nome] nasce, il 15 gennaio 1914, a Middelburg, in Olanda, da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Vive ad Amsterdam. Il padre, Levie [Louis] Hillesum è un insegnante di lingue classiche, mentre la madre, Riva [Rebecca] Bernstein, è nata a Potsjeb, in Russia, da dove è fuggita in seguito ai pogrom. Oltre a Etty, Riva ha altri due figli, Yaap e Micha. In casa si respira un’atmosfera laica e ricca di stimoli. L’ebraismo è presente di sottofondo come sentimento di appartenenza, di fatto, gli Hillesum sono fortemente integrati. Etty frequenta il ginnasio di Deventer, dove il padre è vicepreside. A scuola segue, anche, corsi di ebraico e per un certo periodo frequenta le riunioni di un gruppo di giovani sionisti. Si laurea in giurisprudenza. Studia lingue slave, letteratura russa, dà lezioni private, si appassiona alla chirologia. Vuole diventare scrittrice. Scrivere per lei è terapia, forma e gesto creativo cui si applica con dedizione e zelo. L’incontro con Julius Spier, fondatore della psicochirologia contribuisce al suo sviluppo spirituale e umano. Spier la guida nella conoscenza e Etty si lascia guidare. Si immerge nell’amatissimo Rainer Maria Rilke, legge Fedor Dostoevskij, Carl Jung, ma anche Sant’Agostino, il Vecchio e il Nuovo Testamento.
Intanto il tempo scorre e per gli ebrei olandesi la realtà cambia ogni giorno.
In peggio.
I tedeschi cominciarono i rastrellamenti.
Gli arresti, il terrore, i campi di concentramento, i sequestri di padri, sorelle e fratelli si intensificano. Grazie ad alcuni conoscenti, Etty riuscì a trovare un lavoro di impiegata presso il Consiglio Ebraico. Questo le evita l’internamento a Westerbork.
Più tardi Etty si reca a Westerbork di sua spontanea volontà per aiutare i malati nelle baracche dell’ospedale. Vi ritorna più volte, fino a stabilirvisi definitivamente. Nonostante fosse perfettamente consapevole del dramma che si stava consumando, la sua voce diventa sempre più limpida e sicura e riesce a mantenere lontano ogni sentimento di odio nei confronti dei carnefici:
“Se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei, con un’espressione di sbalordimento misto a paura, e per puro interesse nei confronti dell’umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni?”
Etty pensa che basterebbe un solo tedesco “buono”, e quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso, perché grazie a lui non si avrebbe più il diritto di riversare l’odio su un popolo intero e di prendersela con Dio.
Etty ha ventisette anni quando inizia a scrivere ad Amsterdam e ventinove quando è uccisa ad Auschwitz nel novembre del 1943, dove perdono la vita anche i genitori e un fratello. Prima della sua partenza per il campo di transito nazista di Westerbork, nel Nord-Est dell’Olanda, Etty consegna i diari all’amica Maria Tuinzing e le chiede di portarli allo scrittore Klaas Smelik, nel caso in cui lei non faccia ritorno, con la preghiera di curarne la pubblicazione.
[25] Noi conosciamo il mondo interiore e la vicenda umana e spirituale di Etty Hillesum grazie agli undici quaderni di diario, scritti fittamente, con una calligrafia non facile da decifrare, negli ultimi anni della sua vita, precisamente dal 1941 al 1943. I quaderni vengono affidati all’amica Maria Tuinzing prima che Etty venga deportata con la famiglia ad Auschwitz. La pubblicazione avviene solo nel 1981, provocando un diffuso consenso per la caratteristica franchezza di linguaggio e per una specie di progressiva iniziazione all’incombente risoluzione finale della Shoah.
[26] “pomeriggio, le quattro e un quarto
Il sole illumina questa veranda e un vento lieve accarezza il gelsomino. Vedi dunque, un altro giorno è appena cominciato per me – quanti ne sono trascorsi da stamattina alle 7? Indugio ancora 10 minuti nell’osservare il gelsomino e poi, sulla bicicletta che non ci è stata requisita, vado dal mio amico, che è presente nella mia vita da 16 mesi e mi sembra di conoscere da 1000 anni – anche se a volte mi appare in una luce così nuova e meravigliosa da togliermi il respiro. Sì, il gelsomino. Come è possibile, mio Dio, se ne sta là stretto tra le mura dei vicini e il garage, e vede davanti a sè il tetto piatto, scuro e fangoso del garage. In mezzo a quel grigio, spento color di melma è così radioso, così incontaminato, così esuberante e così delicato come una giovane sposa temeraria che si sia persa nei bassifondi. Qualcosa di assolutamente incomprensibile. Del resto, non c’è alcuna necessità di capire. Si può benissimo credere nei Miracoli, in questo 20° secolo. Questo è un miracolo. E io credo in Dio, anche se tra poco in Polonia i pidocchi mi avranno divorata. Quel gelsomino, quel gelsomino mi fa restare senza parole. È da tempo che si trova là, ma comincia a farmi restare senza parole solo adesso.”
[27] Primo Levi, Oggi come ieri.
















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